Sergio Beercock

No Report – Sergio Beercock: un antesignano atemporale del prog inglese in scena al Glamour

Per la rassegna “Nazionali Senza Filtro”, Sergio Beercock ha presentato il suo primo album dal titolo: “Wollow”, al Glamour Cafè di Catania

 

La cultura musicale anglosassone è densa di ballate folk, molte delle quali affondano le proprie radici nella musica celtica; alcune di queste ballate già esistevano addirittura quando ancora i druidi calcavano i sentieri di montagna, di quelle terre che ancora non si chiamavano Gran Bretagna. Tali canzoni, suonate durante le feste dei villaggi o la sera attorno ai falò, attraverso i secoli sono state tramandate tra i menestrelli, da maestro ad apprendista o da padre in figlio, ogni volta rimaneggiate e rivisitate, fino a giungere ai giorni nostri.

Negli anni ’70, diversi cantautori inglesi, influenzati dai primi movimenti rock e dalla psichedelia, tenendo bene a mente le antiche ballate celtiche (che non mancava mai occasione di ascoltare in qualche pub), diedero vita al movimento musicale rock progressive, da cui in seguito derivò pure la nota “scena di Canterbury”, sorta nel cuore del Kent. Gente che negli anni diede vita a formazioni quali Jethro Tull, Soft Machine, ecc. (giusto per citarne qualcuno). Ebbene, Sergio Beercock, nutrendosi dallo stesso calderone, avrebbe potuto essere uno di questi. Può sicuramente considerarsi un antesignano atemporale del prog inglese.

Nato a Kingston upon Hull in Inghilterra nel 1990, da madre siciliana e padre inglese, prima ancora di affacciarsi ufficialmente nel mondo musicale, si è fatto conoscere al pubblico come autore di opere teatrali. Quando ha deciso che il momento era giusto, ha raccolto le idee, tutti i suoi strumenti musicali (anche i più disparati), e chiudendosi nello studio della 800a Records ha dato vita a “Wollow”. Rassicuro il lettore curioso ed edotto nell’idioma inglese, che è inutile cercare sui vocabolari, poiché la parola “Wollow” – creata per l’occasione – ha un significato puramente fonetico, e non significa nulla se non il titolo del primo album di Sergio Beercock.

Nonostante diversi altri eventi musicali in città, Il Glamour per l’occasione era gremito di gente, cartina al tornasole della qualità della proposta e sicuramente dell’impegno del trittico Eretico-Doremillaro-Autoreverse, al quale va il nostro plauso.

Accompagnandosi in duo col talentuoso bassista Giuseppe Cammarata, il cui basso a cinque corde era già un biglietto da visita prima ancora di suonare una nota, ed avvalendosi del suo cosiddetto “chitarrele” (ibrido tra Chitarra e Ukulele) ed una loop machine, Sergio ha dato mostra delle sue notevoli qualità vocali, la cui timbrica sugli alti registri avrà smosso dalla sedia i cultori di Tim Buckley e di altri autori che hanno fatto la storia del folk.

Inizialmente un po’ riservato, gradualmente Sergio fa del palco casa sua e si fa conoscere, instaurando un rapporto di buona empatia col pubblico e raccontando episodi della sua vita e le storie dietro i testi dei brani.

Concludendo, se questo è solo l’inizio, non rimane altro che inserire il cd “Wollow” nello stereo ed entrare nel mondo di Sergio, con la prospettiva di assistere ad altri suoi concerti ed augurandogli un caloroso Ad maiora.

 

 

Autore dell'articolo: Fabio Longo

Fabio Longo
Fabio è un informatico che è pure musicista. A volte dice che è un musicista che nel tempo libero fa l'informatico, mentendo. Crede fermamente che un critico musicale non possa esserlo fino in fondo se non conosce bene la materia, da qui la sua missione di recensire concerti.