No Review – ISTITUTO ITALIANO DI CUMBIA- VOL. 1

Ci sono due elementi che fanno bene all’arte e alla musica: le collaborazioni e le rivalità. Nonostante preferisca di gran lunga le seconde come nel caso di Freud e Bacon che si scannavano a colpi di pennello, il lavoro dell’Istituto Italiano di Cumbia è un esempio di come l’unità crei una scena vivace che porta all’espansione, esplosione di un nuovo genere nel nostro panorama musicale. In questo caso l’idea di collaborazione sembra trionfare a mani basse.

Se poi a guidare queste innovazioni c’è gente come Davide Toffolo, tutto è più facile. Lui, che insieme ai Tre Allegri Ragazzi Morti è diventato un esempio lampante di come lavorare insieme e sviluppare collaborazioni sia una virtù musicale e artistica, capace di catalizzare l’attenzione su un genere dall’ampio respiro, che parte dal Sud America e riesce a toccare Pordenone, Milano o Torino. Basterebbe questa immagine a dare un valore assoluto al disco, ma non è tutto: il coraggio musicale è perentorio, infatti gli artisti scesi in campo per la rivoluzione tutta da ballare della cumbia sono di primo livello, anche se emergenti, come Ucronic e Cacao Mental.

L’arte della cumbia esprime una ritualità complessa e gioiosa, ma non dimentica emozioni di pura malinconia. Il genere viene descritto in 15 tracce come un movimento complesso, che tocca il corpo, la mente, la società, gli strati sociali più bassi e riesce a farlo con la forza dei gesti.

I suoni e le esperienze dietro ogni pezzo sono diversi, ogni gruppo viene da realtà urbane diverse, il risultato è una forza sonora devastante ben prodotta e curata dalla mano magica de I Tre Allegri Ragazzi Morti.

 Hari Kunzru, scrittore di Wired e romanziere britannico, ha descritto così ultimamente la sua giornata: “Trasciniamo le nostre carcasse stanche nelle caffetterie per acquisire le bevande forti e i nostri espressi che sono tutto ciò che si frappone fra noi e la sconfitta creativa totale”. Personalmente al prossimo blocco di scrittura vorrei mandare a Kunzru il disco, così da poter mostrare come la cumbia sia una cura ad ogni male profondo, più del caffè.

La bellezza è nel sapore, a tratti arcaico di questa musica lontana nel tempo e nello spazio, che viene reinterpretata da artisti che accendono un movimento che seppur rimarrà di nicchia, lascia un bel ricordo nelle orecchie di ogni ascoltatore.

La cumbia ci dice che bisogna essere abituati alla crudezza e alla realtà, non per poterla commiserare e demolire ma per renderla magica, dinamica. Il ritmo questa volta non viene dal Sud America ma dall’Italia, ogni parte della nostra penisola batte con il suono del neo-movimento che ha radici profonde nella world music, ma esprime tanto, tantissimo di nostrano.

 

Autore dell'articolo: Gianluigi Marsibilio