Necrospective #1: I 30 anni di Leprosy dei Death, la genesi del Death Metal

 

Li vedete questi quattro ragazzi qui sotto? Ecco, loro sono i Death. O meglio, dovrei dire che i Death erano Chuck Schuldiner più vari altri incredibili musicisti che, insieme a lui, hanno scritto la storia del death metal (anzi del metal in toto) dalla seconda metà degli anni ’80 fino al 2001, anno della tragica scomparsa per un cancro al cervello del “Godfather of Death Metal”, come veniva chiamato Schuldiner.

Leprosy, secondo album della band americana, datato Novembre 1988, viene da molti considerato la genesi  del death metal, così come lo conosciamo oggi. Si compone di otto tracce, eseguite oltre che da Schuldiner alla voce, chitarra principale e basso, da Rick Rozz alla seconda chitarra e da Bill Andrews alla batteria (Terry Butler, bassista, non registrò il disco ma si dedicò all’attività live della band). Leprosy, rispetto al predecessore Scream Bloody Gore, di matrice decisamente più thrash metal, ha dei riff più brutali e taglienti, velocità più consistenti, assoli più melodici ed elaborati ed evoluzioni armoniche più complesse, da qui appunto la nomea di “primo album death metal della storia” (anche se molti sostengono che sia stato Beyond the Gates dei Possessed).

Il disco contiene tracce seminali quali Born Dead, Left to Die, Pull the Plug e Open Casket, che appartengono ormai alla storia del metal e che qualsiasi “metalhead” dovrebbe conoscere a memoria; tracce che dopo 30 anni suonano semplici, quasi banali, ma che all’epoca furono considerate dall’unanimità un gioiello di tecnica, brutalità, velocità ed inventiva. Schuldiner, infatti, nonostante non avesse mai nascosto le sue influenze musicali (Slayer, Possessed, Venom, Iron Maiden, per citarne alcune) in questo disco inizia a fare quel passo in più che lo avrebbe portato, pochissimi anni dopo, ad essere considerato uno dei migliori e più influenti e geniali compositori della scena metal estrema mondiale, regalando all’umanità capolavori assoluti come Spirit Crusher, The Philosopher, Scavenger of Human Sorrow, Empty Words e molti altri, fornendo alle generazioni successive di musicisti ispirazione, tecnica compositiva e genio musicale.

Insieme a testi con tematiche più gore, Leprosy però fornisce anche degli spunti di riflessione sulla società di quei tempi: la meravigliosa Pull the Plug, dove Schuldiner parla dello scottante ed ancora attualissimo tema dell’eutanasia, o Open Casket, che descrive in maniera straziante ed emozionante ciò che prova Schuldiner ricordando la morte del fratello avvenuta qualche anno prima per via di un incidente stradale (lutto che segnerà fortemente il giovane musicista, e che ispirerà tra le altre cose il nome della band, Death). Ritengo comunque assolutamente superfluo soffermarmi in maniera più approfondita sulla qualità compositiva, sulla produzione o sulla resa sonora del disco. Stiamo parlando di un prodotto di 30 anni fa, di un genere di nicchia, di composizioni che anticipavano i tempi, insomma di qualcosa di quasi “alieno”. Leprosy è semplicemente storia, è meraviglia, è brutalità, emozione, dolore di un giovane ragazzo che utilizza sei corde e tanta distorsione per creare qualcosa di unico e che verrà ricordato per sempre, rimanendo sempre umile nel corso degli anni e senza alcuna inutile autocelebrazione e che ha lottato per anni contro un male incurabile e più forte di lui e che alla fine ha dovuto soccombere ad esso.

Mi concedo, per concludere, una breve riflessione personale da appassionato del genere da più di 20 anni: riascoltando questo album, andando a rileggermi la storia dei Death, di Schuldiner e di questo disco mi chiedo: cosa sarebbe oggi il death metal, ed il metal tutto, senza Chuck Schuldiner? Sicuramente non lo stesso. Un filone importantissimo del metal estremo, quello che dopo qualche anno da Leprosy sarebbe stato soprannominato “technical death metal” (più che dignitosamente portato avanti da band grandiose come i Cynic, gli Atheist ed altri) è stato forgiato da questo ragazzo di Orlando, che si è sempre circondato di musicisti incredibili che lo hanno aiutato a creare il mito ed a tenerlo vivo per sempre, e questo articolo vuole essere un piccolo tributo ad uno dei musicisti più importanti nel genere, che nel modesto parere di chi scrive ha scritto le migliori composizioni del death metal così come lo conosciamo ora.

 

Autore dell'articolo: Guido Penta

Guido Penta