No Interview – Canova: quella cosa chiamata successo

Il 2017 è stato un anno incredibile per i Canova che, concerto dopo concerto, hanno raggiunto tantissime persone col loro album d’esordio “Avete ragione tutti”, riscuotendo un successo sempre crescente, che tra qualche giorno li porterà sul palco del Concertone del Primo Maggio a Roma. Li abbiamo incontrati per una chiacchierata in occasione del loro tour siciliano, per parlare di questo anno che gli ha cambiato la vita, accorgendoci di avere di fronte gli stessi ragazzi incontrati più di un anno fa, qualche giorno dopo l’uscita del disco, che fanno ancora fatica a chiamare successo “quella cosa” che gli è piombata addosso all’improvviso, dopo anni di gavetta.

Intervista a cura di Egle Taccia

Dall’uscita di “Avete ragione tutti” non vi siete fermati un attimo. Come avete vissuto questo anno e mezzo, che sicuramente vi ha stravolto la vita?

Come hai detto tu ci ha stravolto la vita, nel senso che questo disco era partito come dei ragazzi che vanno a registrare delle canzoni in uno studio prenotato per sei giorni, dopodiché è successo tutto, non so se in modo virale o altro, però è uscito il disco, senza neanche tanto hype, abbiamo subito fatto vedere le facce, fatto ascoltare le canzoni, mostrato i video, abbiamo detto questi siamo noi, senza neanche troppi giri di parole. Dopo, a gennaio, è iniziato un tour che è finito un anno dopo e ci eravamo accorti che, data per data, le cose si stavano ingigantendo, ma eravamo talmente impegnati a cercare di dormire quei due minuti in più che non avevamo capito bene la situazione… ora siamo molto contenti ovviamente che questa cosa ci abbia travolti e continueremo così, con questo tipo di atteggiamento, però.

Qual è stata la rivincita più grande che vi siete presi con questo album?

Per dire rivincita vuol dire che o hai perso o hai già vinto. Nel nostro caso arrivavamo da tanti anni di gavetta, però non una gavetta fatta di frustrazioni, nel senso che non ci avevamo mai veramente provato, non avevamo mai pubblicato un disco. Sapevamo che per una band ci volesse un po’ di tempo in più e che ci volessero tanti palchi prima di presentarsi nel modo in cui si vuole, quindi abbiamo fatto quattro-cinque anni di live, praticamente con pochissima gente, in giro per la Lombardia, a volte uscendo un po’ più fuori, però principalmente volevamo prima trovare una quadra tra di noi e lo potevamo fare solamente sul palco. Non c’è stata alcuna rivincita, perché non avevamo mai perso.

Avete intercettato la voglia del pubblico di tornare a cantare ai concerti e siete stati tra i primi a dare il via a quel filone che adesso viene chiamato ItPop. È stato un caso oppure avevate intenzione di riportare sui palchi un certo stile musicale che stava scomparendo?

Ti dirò, di certo noi non abbiamo scritto queste canzoni apposta per fare una determinata cosa, nel senso che sono canzoni che sono nate dalla vita di tutti i giorni e che poi abbiamo pubblicato. Noi non pensavamo neanche che il pubblico che c’era in quegli anni, che magari aveva cullato robe come i Thegiornalisti o Calcutta, potesse abbracciare anche noi. Quindi non avevamo la minima idea di questa cosa. Poi è successo, ma questo è forse il mistero delle canzoni, che comunque non dipende tanto da come le pensi prima, ma dipende da come le stai offrendo al pubblico. Poi questo momento è ottimo, che sia itpop o indie, è un nuovo movimento di musica, un cambio generazionale che comunque non avveniva da tanto, e so che in questo caso, rispetto ad altri anni in cui questo ricambio era più sviluppato nell’underground, finalmente c’è stato nel pop. Basta accendere le radio per capirlo. È una cosa molto importante, secondo me e secondo noi. Speriamo di starci dentro in questa rivoluzione.

Si dice che questo genere prenda vita dagli anni ’90-2000, periodo in cui c’era la concezione di scena tra i musicisti. Si può ancora parlare di scena musicale? Vi sentite parte di qualcosa di più grande?

Come hai detto prima, un pochino sì, nel senso che quella generazione lì, che ha quasi trent’anni, ha ascoltato un certo tipo di musica in adolescenza, e dopo, quando ha voluto fare la propria musica, ha messo insieme i vari ascolti degli anni. Quindi non credo sia un caso che tutta questa generazione, che ha circa la stessa età, abbia un pochino gli stessi riferimenti che se vai a vedere sono sempre Lucio Battisti, Lucio Dalla, De Gregori, Rino Gaetano, Modugno, Tenco, ecc. Non penso sia un caso. Evidentemente c’era una gran voglia di prendere la musica in un modo serio e di non prenderla per quella che veniva dai talent show, per esempio. I talent show hanno favorito questa nascita dal basso di localini sempre più pieni e di persone sempre più attente a queste nuove uscite.

Molti vi hanno definiti gli eredi di Cesare Cremonini. È una cosa che vi lusinga?

Ma Cremonini non è morto (ride). Si dice “siete gli eredi di” quando uno muore, ma lui è attivissimo e bravissimo, a noi piace molto. Anche lui è uno di quegli ascolti che hanno fatto parte dell’adolescenza, ma anche di adesso, quindi sicuramente lo stimiamo molto e lo reputiamo uno tra i migliori.

Ho sentito dire che siete già tornati in studio a registrare. Dopo questo tour vi prenderete una pausa oppure ripartirete subito con un nuovo album?

È una fake news (ride). Il tour è finito, abbiamo fatto due date in Sicilia proprio perché non eravamo riusciti a venire a gennaio e c’era stata tanta richiesta, quindi abbiamo pensato di fare questa cosa senza pensare a molte dinamiche. In realtà il tour è finito già due mesi fa, non ci siamo appoggiati da nessuna parte, abbiamo subito iniziato a fare quello che facevamo prima dell’inizio del tour, un anno fa, ovvero a scrivere canzoni, a vivere la musica come dovrebbe essere, ovvero tutti i giorni senza grandi ansie, ma solo per quella che è. Ora, a differenza di un anno fa, si è un po’ ingigantita la cosa, anche a livello di team, prima c’era solo la Maciste Dischi, ora c’è anche l’agenzia per i concerti. La squadra si è ingrandita. Ovviamente faremo sicuramente altre cose, però non so quando. Sicuramente accadrà quando saremo molto contenti del materiale, delle canzoni. A quel punto rientreremo in studio per fare un altro giro.

Il successo del primo album vi fa sentire un po’ sotto pressione per il secondo?

Non so se è vera la cosa di Caparezza! Ti dico che, nel nostro caso, non ci aspettava nessuno e abbiamo vissuto questa cosa normalmente, e appunto perché è successo normalmente e tutte le canzoni che c’erano nel disco poi le trovavamo molto acclamate dal vivo, non possiamo avere ansia, perché è stata una cosa venuta fuori tutta insieme, tra quello che facevamo noi sul palco e chi stava sotto o a casa, su spotify. Ci teniamo molto a vedere questa cosa come una crescita non solo nostra, ma anche di chi ci ascolta. Il secondo disco sarà un’ulteriore crescita da parte di tutti e non solo una crescita nostra come musicisti, quindi per rispondere alla tua domanda, no, non abbiamo ansia.

Domanda Nonsense: Amaro Lucano o GreyGoose?

Ah beh, Amaro Lucano direi. Sai perché? Non solo per “Threesome”. Quando usciamo insieme la sera c’è sempre questo momento del facciamoci l’ultimo amaro, che però inizia dalle 2 e finisce verso le 5 e questi amari diventano ripetuti, ovviamente, quindi per noi il momento Amaro Lucano è fondamentale.

Autore dell'articolo: Egle Taccia

Egle Taccia
Egle è avvocato e appassionata di musica. Dirige Nonsense Mag, scrive per Qube Music e Lamusicarock e ha sempre un sacco di idee strambe, che a volte sembrano funzionare. Potreste incontrarla sotto i palchi dei più importanti concerti e festival d'Italia, ma anche in qualche aula di tribunale!