No Interview – Erin K: “Come l’Italia ha cambiato la mia musica.”

photo by Justin Davey
photo by Justin Davey

E’ uscito lo scorso ottobre il video di Pay to play, il primo singolo dell’album d’esordio di Erin K, Little Torch. Il videoclip, girato a Catania lo scorso maggio, è stato realizzato dal collettivo Ground’s Orange, con la regia di Salvo Nicolosi. Il video è ideato come una sorta di teatro mobile e perpetuo che si ripete ciclicamente, in cui i pomposi vestiti di scena in stile settecentesco si contrappongono alla modernità degli effetti digitali ispirati alla tradizione dei video di Gondry degli Anni ’90.
L’album, in uscita per La Tempesta (e Capital Music in Germania, Austria e Svizzera), con la produzione artistica di Appino (The Zen Circus) e la partecipazione di Roy Paci, Enrico Gabrielli, Simone Padovani (già batterista con Bobo Rondelli) e parte degli Zen Circus stessi, uscirà venerdì 27 gennaio 2017.

Abbiamo scambiato due chiacchiere con Erin K in occasione del suo tour italiano in apertura ai concerti degli Zen Circus.

Buona lettura!

Erin, ti va di raccontarci la storia di quando hai scritto la tua prima canzone? Come ti sei sentita?

Ah-ah, questa domanda mi porta indietro nel tempo! E ricordo bene com’è andata. La primissima canzone che abbia mai scritto si intitolava “For Jimmy” ed ovviamente parlava di un ragazzo. Era una canzone molto gioiosa, onesta e autobiografica. Ricordo che ho dovuto registrare le parti della chitarra in più momenti, perché non ero in grado di suonare e cantare contemporaneamente. L’arrangiamento seguiva praticamente gli stessi accordi e lo stesso fingerpicking di “Dust in the Wind” dei Kansas, che era l’unica canzone che sapessi suonare con la chitarra. Conservo ancora la registrazione! Sembravo una bambina, per come la cantavo.

Come è avvenuto il tuo incontro con l’Italia?
Essendo cresciuta a Londra, ho potuto visitare abbastanza spesso l’Italia nel corso degli anni. Ricordo che la mia famiglia approfittava di ogni weekend e ponte per portarmi in Italia, il Paese preferito di mia madre. Ho studiato un anno a Firenze dopo l’iscrizione all’Università e ho fatto volontariato per un’associazione a Trento durante l’estate. Ma i tanti concerti in Italia sono iniziati quasi per caso quando sono stata notata da Paolo Mei di Rocketta e abbiamo organizzato il primo tour qui nel 2013 con una band di musicisti che ho portato con me da New York.

Nello specifico, come ti sei trovata a lavorare con musicisti professionisti come gli Zen Circus, Enrico Gabrielli, Roy Paci, …?
È stato fantastico lavorare con musicisti di calibro e talento così grandi qui in Italia. Mi sento davvero privilegiata! La collaborazione con Gabrielli e Paci è stata quasi un regalo a sorpresa, ha portato completezza alle canzoni del mio album. Lavorare con Appino è stato altrettanto meraviglioso, dato che siamo buoni amici e siamo stati in grado di esprimere realmente noi stessi nel progetto portato avanti insieme.

Quali sono, secondo il tuo punto di vista, le differenze più significative del fare musica negli Stati Uniti (o a Londra) e in Italia?
Per quanto mi riguarda, le barriere linguistiche. Quando ho iniziato a fare musica, tutto girava intorno alle storie che raccontavo e delle parole che mettevo in musica. Ma poi è avvenuto un cambiamento spontaneo nella mia musica quando negli ultimi anni ho iniziato a suonare in Italia, rivolgendomi a un pubblico diverso. Ed è stata un’esperienza fondamentale, perché mi ha portata a concentrarmi sulle melodie e sull’arrangiamento musicale nello stesso modo in cui mi concentravo sui testi. Devo ringraziare l’Italia per questo.

Ti sei esibita alle Olimpiadi e alle Paralimpiadi di Londra. Ti va di raccontarci di quest’esperienza?
Sono stata scelta da un’organizzazione londinese chiamata “Unsigned Band Review” che mi ha procurato l’ingaggio per entrambi gli eventi. È stata un’esperienza fantastica, dato che prima di allora non avevo mai preso parte a concerti di così alto profilo. È stato un vero onore aver fatto parte di un evento così importante nella mia città, Londra.

Pay to play è il primo singolo del tuo album Little Torch, registrato in Italia, che uscirà a fine gennaio 2017 per La Tempesta Dischi. Questo brano è accompagnato da un video, girato a Catania, in cui si mescolano musica, teatro mobile e immagini. Credi nella forza dell’unione tra le arti?
Il video di “Pay to Play” è stato realizzato da un regista siciliano – Salvo Nicolosi del Ground’s Oranges – e non avevo idea di cosa aspettarmi! Il suo lavoro è stato molto creativo e stravagante e credo che si adatti bene alla canzone. Spesso per me è difficile separare la creazione musicale dalla sua resa visuale perché creo tanti “bozzetti mentali” quando compongo un pezzo e non sempre per me è facile lasciare che siano altri a lavorarci sopra. Ma in questo caso ha funzionato. Mi piacerebbe stare dietro la camera, anziché davanti, nel futuro.

Quali sono state le ispirazioni che ti hanno accompagnata durante la nascita di Little Torch?
Le mie fonti d’ispirazione hanno sempre a che fare con le interazioni personali con la gente e con le storie d’amore. La mia musica segue praticamente sempre questa direzione. È stato interessante cantare i testi di questo album in particolare, perché hanno una stretta connessione con esperienze che ho avuto di recente. A seconda di quale sia il mio umore ogni giorno sul palco, queste canzoni prendono vita nella mia testa mentre le canto nei posti più disparati. La mia musica gira tutta intorno alle storie che racconto, e credo che Little Torch metta in mostra questo aspetto del mio lavoro.

Da metà novembre a metà dicembre sei stata impegnata in un tour promozionale in Italia, occasione in cui hai aperto alcuni concerti dei già citati Zen Circus. Come è stato?
All’inizio ero terrorizzata all’idea di questi concerti! Non avevo mai suonato su palchi così grandi e importanti, tolta l’esperienza delle Olimpiadi, e non ero sicura di come avrei reagito, a dirla tutta. Il panico da palcoscenico è sempre stato un grosso impedimento nella mia vita e questa è stata decisamente un’esperienza rivelatrice! La fiducia in me stessa e nella mia performance è cambiata drasticamente, in meglio, e sono grata di essere giunta a questo risultato. È stato meraviglioso viaggiare con la crew e con gli Zen Circus, che per me sono come una famiglia. Non potrei pensare a un’esperienza migliore per qualcuno come me, che suona questo tipo di musica in Italia. Ho avuto anche la fortuna di aprire un concerto di Dente a Bologna, sono una sua grande fan! Mi piacerebbe lavorare con lui in futuro.

Qual è il tuo più grande sogno?
Ne ho così tanti, di sogni! Ma credo che in fondo quello più importante sia di continuare a sentirmi ispirata e a creare nel futuro. Mi piace veder sorridere la gente e se la mia musica continuerà a farlo, ne sarò felice e sarà quello che vorrò continuare a fare.

Autore dell'articolo: Eleonora Montesanti

Eleonora Montesanti

Nasce nel 1988 e rinasce il giorno in cui si imbatte, per caso, in un concerto degli Afterhours. Ci mette poco a capire che la musica è la sua vita: dopo la laurea in lingue e letterature straniere, Eleonora inizia a scrivere di musica per gioco e, da allora, sono passati 5 anni. L’altra sua passione, infinita e vitale, sono i cani.