No Interview – Gli Unreal City, con “Frammenti notturni”, si confermano una delle miglior band prog-rock

A due anni di distanza da “Il paese del tramonto”, gli Unreal City sono tornati con un nuovo lavoro, Frammenti notturni. Cinque lunghe tracce, sound più moderno rispetto al passato, ma il marchio di fabbrica non cambia: siamo di fronte, ancora una volta, al vero progressive rock anni ’70.

Abbiamo scambiato quattro chiacchiere con la band pavese.

 

Con “Frammenti notturni” avete onorato il progressive più “classico”, quello tipico degli anni ’70, arricchendolo con sonorità moderne. Cosa vi rende più soddisfatti di questo disco?

È un disco maturo, dal nostro punto di vista. Segna un’evoluzione del gruppo, in un certo senso una piccola cesura con i precedenti album, e ci esprime. C’è un pezzetto di tutti noi in questo disco. E’ un lavoro sincero e molto “nostro”, nel quale ognuno ha messo del proprio per costruire uno stile che, come detto, fondesse le radici del prog più classico con la consapevolezza di essere nel 2017. Ascoltiamo tanta musica e di tanti generi diversi, nel nostro background si va dai compositori classici al pop moderno: il prog è, già di per sé, un mix fra generi musicali all’apparenza disparati. Era inevitabile creare un mix anche temporale. E questo percorso di evoluzione del nostro linguaggio è, credo, solo all’inizio.

Con che spirito vi approcciate alla musica?

Credo che ognuno di noi si  rapporti con la musica con le proprie peculiarità. La musica è una forma di espressione, un modo di parlare, e come tale va trattata: bisogna comprenderla, impararne la grammatica, le sfumature, la prassi. C’è una forma di rispetto, sicuramente, e una grande curiosità, voglia di sperimentare e di conoscere insieme. Anche per questo ascoltiamo tanta musica: c’è un mondo da esplorare e ci sono infinite possibili basi da cui far partire il processo creativo.

Il progressive è nato e cresciuto come un genere di nicchia e, probabilmente, tale rimarrà. Qual è il vostro pensiero al riguardo?

Non è sempre stato così. Si potrebbe dire lo stesso del jazz, oggi, ma una volta il jazz faceva ritrovare centinaia di persone nella stessa sala da ballo. Non credo che si arriverà mai a ballare il progressive in una discoteca, ma credo che ogni forma musicale sia, in quanto prodotto culturale, frutto dell’epoca in cui viene prodotto. Il progressive, per come lo consideriamo noi, è nato negli anni ’70, quando la ricerca culturale (anche filosofica e politica, se vogliamo) era in uno stato di grazia e di particolare fioritura. Negli anni ’70 è stato un genere molto popolare, proprio perché si respirava un’aria diversa. Attualmente il prodotto culturale che va per la maggiore è diverso -non intendo peggiore, intendo semplicemente diverso- perché sono diversi gli istinti che guidano la cultura, i giovani, la società in generale. Noi, nella nostra nicchia, cerchiamo di proporre qualcosa di accattivante.

Avete già avuto modo di suonare quest’ultimo album in Italia? Com’è andata?

Sì, proprio poche settimane fa, al Club Il Giardino a Lugagnano di Sona, alle porte di Verona. E’ uno dei locali prog più rinomati d’Italia, e la partecipazione del pubblico presente ha confermato la sua buona nomea. E’ stata una festa, ed è stato divertente e quasi insolito potersi esprimere nella propria lingua sul palco. Siamo molto soddisfatti di come è andata e speriamo di poterci tornare a suonare presto. 

Cosa, invece, vi colpisce di più quando vi esibite all’estero?

Abbiamo avuto la fortuna, fino a questo momento, che là dove siamo andati a suonare all’estero abbiamo trovato quasi sempre un’ottima accoglienza. Di certo, nessuno di noi si poteva aspettare un pubblico che cantava le nostre canzoni alla nostra prima esibizione in Canada, nel 2014. Come sono andate oltre le nostre aspettative le nostre esibizioni in Olanda e negli Stati Uniti. Colpisce molto il fatto che, in alcuni luoghi del mondo, esistano queste nicchie di ascoltatori estremamente competenti, che non vedono l’ora di sentirti suonare, e che spesso e volentieri conoscono anche più musica di te, musicista che va lì ad esibirsi. Sono come delle grandi famiglie di appassionati, che coccolano gli artisti che vanno a far loro visita come dei figliocci…e sono dei fan veramente accaniti.

Domanda Nonsense: ultimo film visto?

Marco: l’ultima “prima visione” è stata Lost in Traslation, proprio di ritorno dagli Usa. Mi è piaciuto molto, mi ha fatto riflettere sul tema dell’insoddisfazione personale, su cui mi interrogo spesso. Recitato in maniera splendida.

 

Intervista a cura di Cinzia Canali

 

Autore dell'articolo: Cinzia Canali

Cinzia Canali

Cinzia Canali nasce a Forlì nel 1984. Dopo gli studi, si appresta a svolgere qualunque tipo di lavoro, ama scrivere e ha la casa invasa dai libri. La musica è la sua passione più grande. Gira da sempre l’Italia per seguire più live possibili, la definisce la miglior cura contro qualsiasi problema.