No Interview – I Julie’s Haircut ci parlano di psych rock e maleducazione

Invocation And Ritual Dance Of My Demon Twin” dei Julie’s Haircut è certamente una delle più interessanti uscite di questo 2017 che volge al termine. L’album può considerarsi il coronamento di vent’anni di carriera per la band italiana che nel tempo ha saputo meglio esplorare la vera essenza del rock alternativo, muovendosi tra garage, noise e psichedelia.

Abbiamo scambiato quattro chiacchiere con loro, parlando di improvvisazione, psych rock, festival e…di maleducazione ai concerti.

Cosa ha ispirato questo nuovo album?

Non c’è stata un’ispirazione vera e propria, tutto è nato da una sessione di registrazione che avevamo programmato per fare delle prove con Laura, che era la nuova entrata nel gruppo, durante l’estate del 2015. Avevamo deciso di fare questi due giorni in studio per fotografare la nostra situazione in quel momento, poi da lì è partito tutto. A noi piace andare in studio senza aver preparato nulla, non ci basiamo sull’ispirazione precedente, improvvisiamo tantissimo, per cui l’ispirazione è quella del momento, dell’istante, e poi cerchiamo di valorizzare le cose che sono venute meglio rispetto a quelle che sono venute peggio.

Infatti il vostro modo di comporre improvvisando è decisamente in controtendenza rispetto alla musica attuale, che spesso viene creata ad arte per piacere al pubblico. Quanto è importante per un artista essere libero di comporre?

Ogni artista si gestisce da sé, per noi in questo momento è bello utilizzare questo metodo, ma non è che chi scrive canzoni necessariamente sia meno libero di esprimersi. Si diventa meno liberi quando ci si mette a sottostare a delle logiche che non c’entrano niente col fare musica, ma questo non dipende tanto dalla metodologia. Il nostro metodo può apparire più libero, semplicemente perché non è asservito nemmeno a quel minimo di restrizione che è la forma canzone.

Per l’etichetta avete scelto di andare all’estero. La musica britannica ha in qualche modo influenzato “Invocation And Ritual Dance Of My Demon Twin”?

C’è sempre stata nel nostro suono la musica britannica, ma anche americana, italiana, tedesca, olandese. L’influenza britannica può esserci perché, mentre si scomponevano e si costruivano i pezzi, venivano mandati ai due soci dell’etichetta che dicevano la loro, a livello artistico, su cosa ne pensavano dei brani. In parte hanno partecipato anche loro, non so se c’è un gusto britannico, semplicemente hanno partecipato due inglesi a distanza.

Voi avete tanti anni alle spalle nel mondo alternativo. Cosa ne pensate dei giovani musicisti alternativi. Ha ancora senso di parlare di musica indipendente?

– Io non capivo i giovani alternativi quando ero io stesso giovane, figuriamoci quelli di oggi! Facciamo rispondere Laura che è la nostra giovane alternativa del gruppo.

Laura: Non saprei quanto ancora sopravvive una cultura che si può definire alternativa. Non seguo tantissimo la scena italiana, diciamo che le cose che accolgono più pubblico ultimamente, non sono le cose che interessano a me personalmente. Certo, ci sono delle categorie quali quelle del mainstream e dell’underground che si stanno rivoluzionando completamente negli ultimi anni. È un discorso molto complesso da fare.

– È vero, è molto complicato. C’è una musica indipendente oggi che ha un successo di massa, giustamente, perché questi artisti si sono accorti che possono tranquillamente fare a meno di una grossa casa discografica, perché i metodi di distribuzione e di promozione sono cambiati completamente. Adesso ha ragione lei, è un po’ difficile fare questo tipo di distinzione. Tutto è diventato un po’ alternativo a tutto il resto, esistono delle produzioni mainstream come c’erano un tempo, però è molto più sfumata la differenza tra le cose “alternative” rispetto a quelle più ufficiali.

Sembra ci sia un nuovo interesse, anche nei live, nei confronti della musica psichedelica. Cosa pensate di questo nuovo fermento, anche alla luce della vostra partecipazione allo Psych Fest di Liverpool?

Ci sono sempre delle mode che ogni tanto riemergono. Anche il termine psichedelico è difficile da definire. C’è stata una ripresa di quel tipo di suono psichedelico, di psych rock, che ha avuto una certa fortuna negli ultimi 3-4 anni, ma noi in realtà abbiamo sempre fatto una cosa un pochino diversa rispetto a quella lì e come noi tantissimi altri gruppi. La cosa bella di Liverpool è che, al contrario di tanti altri Psych Fest che abbiamo frequentato e visto da spettatori, lì c’è molta più apertura rispetto a un concetto di psichedelia che è molto, molto ampio. In altre situazioni mi sembra di aver sentito gruppi che suonavano tutti uguali, mentre invece a Liverpool abbiamo visto tanti gruppi abbastanza diversi e questa è una cosa bella. Quel concetto di psichedelia ci interessa se rimane libero e aperto a qualsiasi sonorità.

Domanda Nonsense. Parliamo di maleducazione ai concerti: vi è mai venuta voglia di buttare fuori qualcuno perché si stava comportando male?

(Ridono) Assolutamente sì! Più di una volta! Ho rischiato un paio di volte di lanciare il basso in faccia a qualcuno del pubblico. Una volta mi è rimasta impressa in particolare, quella famosa dell’”è finita ‘sta messa”, in cui proprio sono andato in apnea dieci secondi; era una di quelle situazioni in cui se parlavo mi ammazzavano, perché erano 30 persone, però ho fatto veramente fatica a star zitto, ma tantissimo proprio, perché era una situazione surreale in cui ci siamo trovati in un posto dove eravamo completamente fuori contesto, quindi non era neanche colpa di quel tizio, però allo stesso tempo era veramente difficile sopportare la situazione, l’abbiamo sopportata tutto il concerto, poi con questa chiusa ho davvero tentennato tanto.

Capita molto spesso che ci sia una maleducazione generalizzata, ad esempio sotto forma di chiacchiericcio di fondo, che finché rimane di fondo non dà neanche troppo fastidio, ma delle volte ci sono state serate in cui davvero si faceva quasi fatica a cantare, perché magari stavamo eseguendo un pezzo di atmosfera leggera, soft, ed eravamo completamente sovrastati dal vocio del pubblico e ci siamo trovati in quelle situazioni che effettivamente danno fastidio e non è una cosa bella. Un conto è quel chiacchiericcio leggero in cui, voglio dire, la gente paga il biglietto, se vuole uscire esce e se vuole parlare parla, può risultare più fastidioso invece se c’è una persona che vuole rovinare il concerto non a noi, ma a chi lo sta cercando di vedere. È  quello che dà veramente fastidio, ma per fortuna non capita con frequenza. Noi siamo fortunati di media, perché abbiamo un pubblico in generale molto educato. Anche la chiacchiera non c’è sempre, ci sono situazioni dove è più accentuata, ma la maggior parte delle volte il pubblico è molto attento.

Intervista a cura di Egle Taccia

Autore dell'articolo: Egle Taccia

Egle Taccia
Egle è avvocato e appassionata di musica. Dirige Nonsense Mag, scrive per Qube Music e Lamusicarock e ha sempre un sacco di idee strambe, che a volte sembrano funzionare. Potreste incontrarla sotto i palchi dei più importanti concerti e festival d'Italia, ma anche in qualche aula di tribunale!