No interview – La trasformazione labile degli Omosumo

Il trio siciliano Omosumo ha rilasciato come sophomore l’11 novembre scorso, via Malintenti Dischi, un album omonimo e qui abbiamo parlato di com’è nato il disco, di sottotesti musicali e anche di spiritualità come filosofia.

“Omosumo” è un gran bel disco e il loro live è davvero imperdibile. Buona lettura!

Ciao Angelo, Roberto e Antonio, quando avete cominciato a suonare come Omosumo e com’è nata l’idea per questo album omonimo?

Ciao, abbiamo cominciato a suonare qualche anno fa. L’idea del disco omonimo è venuta fuori per esigenza di scrittura. Sentivamo la necessità di ritirarci da qualche parte in campagna e cominciare a buttare giù due suoni per un disco nuovo, e così è stato.

Avete detto che con questo disco state “lontani dai riferimenti contemporanei” e anche sottolineato le influenze dall’Africa e dal Pakistan ma, senza voler farvi arrabbiare, ascoltando l’album vi sento molto più vicini a sonorità darkwave o di artisti come King Crimson, Suicide, Massive Attack, Radiohead, Portishead, TV on the Radio e Suuns…

Sono tutte bellissime realtà musicali, che apprezziamo molto. Africa e Pakistan sono sempre stati un sottotesto musicale che ci appartiene e ci accompagna (esplorato a fondo in Surfin’Gaza), così come ci appartiene certa musica degli anni ‘70, dentro la quale siamo cresciuti, immersi da ragazzini e che vuoi o non vuoi ci portiamo dietro perché fa parte delle nostre ossa. Dai Led Zeppelin ai Black Sabbath ai King Crimson, fino al trip hop dei Portishead, certamente sono ascolti che non ci sono sfuggiti. “Lontani dai riferimenti contemporanei” è quasi una sfida con te stesso. Significa soprattutto partire da te e quindi fermarti un attimo e guardarti, vederti dentro e capire cosa riesci a tirare fuori da te, perché appartiene a te. Capire in qualche modo dove sei messo tra le molecole dello spazio. Non hai ricette e vale solo inseguirti come inseguiresti un laccio fluorescente al buio di una stanza.

Avete mai pensato di lasciare l’elettronica?

Sì. I confini di quello che facciamo sono molto labili. Labili siamo noi quando ci pensiamo musicalmente. Siamo molto propensi a sperimentare nova roba. Motivo per cui dall’EP a quest’ultimo disco le cose non sono mai state uguali né si sono riproposte musicalmente ma si pongono invece in continuità al nostro percorso di band. In questo ci sentiamo molto liberi. E domani, non sarebbe strano se uscisse un disco degli Omosumo in collaborazione con un gruppo centrafricano dalle percussioni distorte, chitarre, basso e voce. O se si parlasse di un nostro ritiro in Mongolia per una nuova uscita musicale. Ad ogni modo è così che ci piace pensarci. Gli strumenti che usiamo, in questo senso, non sono mai un limite. Oggi è elettronica, domani potrebbe essere qualcos’altro.

Com’è stato il lavoro di composizione e registrazione di Omosumo?

E’ stato un lavoro parecchio intenso. Abbiamo avuto diversi appuntamenti. Abbiamo registrato in campagna, lontani dal contesto urbano e metropolitano che non ci affascina tanto (almeno fino ad ora) e per diverse ore. Successivamente, siamo passati ad una fase di ascolto e di metabolizzazione di tutto il suonato e insieme a quello abbiamo cominciato a tessere la trama di quella che sarebbe stata l’ossatura del disco. Non abbiamo mai smesso di registrare, di aggiungere e di togliere, di costruirci suoni anche artigianalmente e di metterci in discussione fin quando non abbiamo deciso che era arrivato il momento di passare la palla a Colin Stewart, che si è dimostrato essere un carissimo folle uomo. Abbiamo avuto la sensazione, lavorando con lui, di lavorare con un quarto membro della band ed è stata una simbiosi e una immersione unica e particolare. Questa cosa qui ci è servita tanto quanto credere nel genere umano, ahah.

Quanto tempo avete impiegato per finirlo e dove l’avete registrato?

Abbiamo lavorato ogni giorno per lunghi sette mesi, leccando le virgole delle pause come degli psicopatici. Lo abbiamo registrato in campagna, vicino Palermo. Campagna dove abbiamo anche abitato, creando uno studio in un soggiorno, con tutte le cose che avevamo e con quelle che ci siamo fatti prestare in giro.

E la collaborazione con Colin Stewart?

La collaborazione con Colin Stewart è nata per forza di cose. Nel senso che mentre lavoravamo abbiamo capito che ci sarebbe piaciuto se ci avesse messo mano lui al mix. La direzione nostra prendeva sempre più la piega di un disco che avrebbe dovuto lavorare lui e così fortunatamente è stato.

Qualcun’altro ha collaborato al disco?

Il nostro caro Angelo, Di Mino, già elemento aggiunto nei live durante il tour di Surfin’Gaza è stato un altro membro fondamentale per questo disco. Con lui, girando per le date del tour, avevamo sviluppato un linguaggio fatto di archi e di improvvisazione, insieme ad una collaborazione aggiunta nei synth niente male! Questo ventaglio di sonorità è stato quel quid in più nel disco, come in “Sei rintocchi di campane” o negli archi di “In cielo come gli angeli” che spiega il valore della sua collaborazione.

Si vede subito il vostro interesse per simboli sacri o religiosi, o comunque una prossimità a temi di spiritualità, come vivete la spiritualità?

Vediamo le cose come uno spunto per ricercare e tuffarci in un mondo. Senza dubbio abbiamo tutti e tre un modo diverso di vivere la nostra spiritualità. Ma questa diversità non inficia per niente quella dell’altro e, in qualche modo, a volte, addirittura la alimenta. E quando dico uno spunto per immergerci in un mondo, anche il simbolismo e il tema del viaggio verso un’altra condizione, che non dev’essere per forza intesa come materiale e fisica, ogni spunto che sia esoterico o religioso o fisico quantistico, legato al concetto di passaggio ad un altro stato dell’essere, diventa un modo per esplorarci musicalmente e confrontarci con quello che davanti a noi, in forma di suoni e di parole, di metrica e di scrittura comincia a prendere vita.

Cosa pensate delle grandi religioni e della scienza?

Sono delle cose che fanno parte di un tessuto sociale antropologico fisico e mentale che abbiamo costruito e che il genere umano continua ad alimentare. Sono strade della conoscenza e ognuno sceglie quella che gli è più congeniale. Che abbiano a che fare con dati empirici o meno quello ha una importanza relativa. Esiste la trasformazione, la trasfigurazione.

Grazie per la disponibilità, volete aggiungere qualcosa?

Ci piace vivere la musica soprattutto sul palco, per cui, ci vediamo al prossimo live.

Intervista a cura di Cesar Zanin.

Autore dell'articolo: Cesar Zanin

Cesar Zanin

Nato a São Paulo nel 1975, cittadino italiano via Jus Sanguinis. Traduttore (En-Br/It-Br/En-It), musicista e busker, scrittore (vivendo un pò alla Bukowski o Fante), studente (ora in Erasmus presso l’Unipg). Amante di cosmologia, dello zaino in spalla, del vino (poco costoso) e della signorina (con moderazione). Umanista/progressista, fisicalista/naturalista. Fiero amatoriale.