No Interview – Lo Stato Sociale ci racconta “Amore, Lavoro E Altri Miti Da Sfatare”

E’ uscito da pochissimo il nuovo album de Lo Stato Sociale dal titolo “Amore, lavoro e altri miti da sfatare”, prodotto da Garrincha Dischi e in licenza per Universal Music Italia. Dieci canzoni che, come dei piccoli capitoli di un romanzo, ci raccontano i giovani, i loro sogni e la musica nella società dei social e dei talent show.

Ho incontrato Bebo (Alberto Guidetti) per una bella chiacchierata sull’album, sul percorso della band e sulla festa che stanno organizzando per i fan al Forum di Assago.

Che tappa rappresenta per voi questo album?

Sicuramente una tappa molto importante nel senso che, dopo due dischi in cui le cose erano state prodotte con la voglia di uscire il prima possibile, perché “Turisti della democrazia” era un po’ una raccolta di alcuni brani che già suonavamo da anni, mentre “L’Italia peggiore” ha vissuto una genesi piuttosto rapida, perché avevamo voglia di tornare in tour e sfruttare un’onda particolarmente positiva, da questo punto di vista “Amore, Lavoro, e altri miti da sfatare” in realtà ha vissuto una genesi molto più lenta e più approfondita; alcune canzoni erano già scritte da un paio d’anni quasi e i lavori in studio, di produzione e pre-produzione, hanno richiesto sei mesi in cui ci siamo messi con calma a suonare insieme, a guardare i testi, ad arrangiare e a rifare tutte quello che non ci piaceva e a portare avanti un discorso che fosse un po’ meno di pancia e un po’ più mediato con la testa, per provare a fare le cose in maniera un po’ più matura.

Il titolo è molto interessante. Volete dirci che quelli che una volta erano valori intoccabili oggi sono diventati miti da sfatare?

Decisamente sì, nel senso che è in atto una trasformazione piuttosto profonda nella società occidentale. Dalla crisi economica del 2007-2008 in poi fino ad adesso ovviamente, perché comunque non è che ne siamo usciti, anzi, molti di quelli che erano i pilastri fondanti della società del ‘900 sono scomparsi e si sono, come dire, non evoluti, ma si sono proprio trasformati; si pensi al lavoro, a come è cambiato negli ultimi 15 anni con la precarizzazione costante e quindi alle altre faccende legate ad esso, perché comunque viviamo in una società che ci richiede di essere sempre performanti, in cui il lavoro è diventato centrale, a torto o a ragione, e quindi anche tutto quello che riguarda la relazione interpersonale vive di questa precarietà; non è possibile riuscire a costruire in maniera serena una propria vita personale e, dalla relazione con l’altro in poi, tutta una serie di aspetti cadono a domino.

I video che hanno accompagnato i vostri brani hanno tutti un carattere molto cinematografico, ci raccontano delle storie. Qual è quello a cui siete più legati o che vi è piaciuto di più?

Per come sono fatto io, e non parlo a nome della band in questo caso, “Buona sfortuna” mi ha fatto veramente molto ridere. Apprezzo i videoclip o quando hanno veramente una storia importante dentro o quando passo tre-quattro minuti divertendomi e in questo caso è successo. L’idea è stata di Cosimo Bruzzese, il nostro regista, e noi ci siamo fidati ciecamente; dopo i primi due in cui avevamo già lavorato assieme, gli abbiamo detto “ok fai tu” e ci ha portato a casa un risultato abbastanza divertente.

Anche i vostri testi hanno sempre avuto un carattere fortemente descrittivo, quasi come se fossero delle chiare fotografie della nostra società. Chi sono i vostri protagonisti e che realtà ci rappresentate nel disco?

I protagonisti in realtà siamo sempre noi, nel senso che siamo pur sempre una band abbastanza autobiografica, chi più o chi meno ovviamente, dipende sempre da quello di cui si parla. La realtà è quella che ci sta attorno e che poi, bene o male, è quella che vediamo tutti i giorni, che sia quella esperita con le mani, quindi uscendo di casa e facendo cose, o quella che viviamo mediata attraverso i mezzi di comunicazione, i social, i telegiornali, le radio, la tv e via discorrendo.

I suoni di questo album rappresentano a mio avviso una notevole evoluzione nel vostro percorso. Qual è stata l’ispirazione che vi ha portati a realizzarli?

La calma e la pazienza, nel senso che da produttore, non per la mia band ma per altre band, ho imparato che fare le cose di fretta alle volte è buono per quello che riguarda il tirare i pugni, però, quando bisogna lavorare di cesello, c’è bisogno veramente di tanto tempo, quindi la scelta del parco macchine con cui lavorare, sia per gli strumenti che, cosa un po’ più tecnica, per il livello di studio, ha richiesto diversi tentativi; alle volte le parti erano quelle giuste, ma i suoni no, quindi siamo andati a cercare per ogni singola canzone un portato estetico che fosse quello adeguato.

“Nasci rockstar, muori giudice ad un talent show”. Cosa volete dirci con questo titolo?

Guarda, malgrado le vicende recenti legate alla scelta di Manuel Agnelli di partecipare ad X Factor, che ha fatto, tutto sommato, anche abbastanza bene secondo me, è un testo che nasce molto prima della sua partecipazione; poi è chiaro che nei talent ormai sono anni che vediamo personaggi quantomeno famosi nell’ambiente musicale, come J-ax, Fedez, Elio, Morgan, ma non c’è riferimento a nessuno di loro in realtà. È semplicemente un testo che parla di quanto sia complesso interfacciarsi con una realtà che è diversa dalle tue utopie e dai tuoi desideri. Noi arriviamo come Lo Stato Sociale con in testa un modo, un modello economico, un modello antropologico del poter fare questo mestiere, che si scontra inevitabilmente con dei modelli reali, che sono preesistenti, oppure che possono essere inventati sul momento. Per esempio, organizzare un palasport a 18 euro è un modello che prima non c’era, e questo ti mette a confronto con qualcosa che è una mediazione. Il mio mondo personale quanto può scendere a compromessi? Tanto o poco lo scopriamo di volta in volta. È un po’ come guardare l’abisso e chiedersi quanto abisso poi ti rimane dentro.

Voi siete stati i primi ad abbattere i muri tra mainstream e indie e avete lanciato un filone che adesso sta portando a una rivoluzione. Cosa pensi stia succedendo alla musica italiana?

Sarebbe bello potersi fregiare di questo titolo di apritori di porte. Noi in realtà abbiamo cominciato a scardinare il meccanismo, non siamo mai andati a giocare per davvero il campionato del mainstream, anche solo per quello che riguarda quello che è, ovviamente, molto legato a un secolo passato, però l’airplay radiofonico nel nostro caso non è mai stato determinante. Anche in questo album con singoli come “Amarsi Male” e “Buona Sfortuna” che di fatto mimano certe meccaniche del pop, non siamo mai arrivati ad essere una top hit, penso a quello che è successo con “Oroscopo” di Calcutta; quindi diciamo che abbiamo aiutato i regaz dell’ultimo anno a fare il saltino, gli abbiamo messo una fettina di ponte, ma poi il ponte giustamente lo hanno chiuso loro, i meriti vanno a loro, i Cosmo, i Calutta, i Thegiornalisti, gli Ex-Otago, quelli che hanno o stanno ancora popolando le classifiche radiofoniche e di fatto si stanno affacciando al mainstream, quel passaggio lo hanno fatto loro, sono stati bravi loro. Noi rimaniamo sempre un po’ troppo verbosi, rimaniamo sempre troppo prodotti come piace a noi, rimaniamo sempre gente anche scomoda. Pensa che, parlando con le persone che lavorano per noi nei rapporti con le radio (a Milano ci segue una grande major che si chiama Universal, il suo marchio c’è anche sul cd e si sa questo), ci hanno detto: “ragazzi, per noi non ci sarebbe nessun problema, tant’è che siamo seduti qua, per noi voi potreste passare tranquillamente in radio, ma pensate che già il nome Lo Stato Sociale diventa un impedimento in alcune radio”. Già questo ti fa capire come noi sicuramente giochiamo un’altra partita, e siamo anche contenti di giocare una partita diversa, che è la nostra partita. Se poi diventeremo mainstream non so, magari diventiamo i nuovi Vasco Rossi, non ne ho idea. Io sono convinto che di Vasco ce ne sia uno. Per quello che ci riguarda rimaniamo comunque dei discreti outsider, continuiamo ad essere convinti che le cose possano essere fatte in una maniera diversa, che si possa portare il pubblico fuori da casa in una maniera diversa, allestire gli spettacoli in una maniera diversa e continuare a fare i dischi in una maniera diversa. Magari un giorno questo smetterà di essere vincente, non lo sappiamo, per il momento siamo molto contenti di fare questa strada che sta portando bene.   

Come trascorrerà l’estate Lo Stato Sociale?

La trascorrerà molto bene, ma non si può dire come.

Dopo il concerto al Forum, scenderete tra il pubblico?

E’ un’info che daremo a brevissimo. Faremo come al solito un aftershow; andremo in camerino, ci faremo la doccia e poi andremo a bere le birrette con il pubblico. La festa la portiamo noi, ma la facciamo insieme a loro!

Intervista a cura di Egle Taccia

 

 

 

Autore dell'articolo: Egle Taccia

Egle Taccia
Egle è avvocato e appassionata di musica. Dirige Nonsense Mag, scrive per Qube Music e Lamusicarock e ha sempre un sacco di idee strambe, che a volte sembrano funzionare. Potreste incontrarla sotto i palchi dei più importanti concerti e festival d'Italia, ma anche in qualche aula di tribunale!