No Interview – Luca Seta: “Ricomincio da qui”. La musica come necessità

“Ricomincio da qui” è il nuovo album di Luca Seta, cantautore e attore, che con questo lavoro, composto da 12 brani, racconta spaccati di vita, utilizzando anche, in tre occasioni, lo strumento del monologo per rendere più efficaci i suoi testi.

Lo abbiamo incontrato per parlare del nuovo album, ma anche per conoscere meglio le sue radici musicali, per parlare di musica e di cose assurde capitategli nella sua carriera di attore.

Intervista di Egle Taccia

Quanto sono importanti le ripartenze nella vita?

Ah, cominciamo proprio così? (ride, n.d.r.) Io riparto in continuazione, quindi penso tantissimo. Non so aggiungere altro, sono importantissime di sicuro, perché in realtà si riparte sempre.

Questo album di cosa parla, qual è il messaggio che vuoi veicolare al pubblico?

In realtà, sinceramente, non voglio lanciare nessun messaggio, dico semplicemente quello che sento e quello che provo e in qualche modo nascono le canzoni, che ridoni all’universo dopo che lui le ha donate a te, però non sono portatore di novelle o di messaggi, sinceramente. Se poi qualcuno si riconosce, come nel singolo “Ricomincio da qui”, nel quale in tanti mi hanno detto di essersi riconosciuti, che gli è servito, essendo una canzone positiva sul ricominciare, sono contento, però non era mia intenzione, non nel senso brutto del termine, ma nel senso che io scrivo quello che arriva e poi ognuno ci legge quello che vuole.

Sei un attore, quindi sei abituato ad interpretare dei personaggi, mentre quando fai il musicista parli di te. In quale veste ti trovi più a tuo agio?

In realtà, scusami se mi permetto di correggerti, io, anche quando faccio l’attore, non racconto personaggi diversi da me, ma racconto colori e sfaccettature mie, che magari in un personaggio sono molto più sviluppate, piuttosto che nel sottoscritto, nella vita normale. Personalmente il mio percorso non è raccontare altro da me, ma andare a indagare i vari colori che sono dentro di me. La differenza che c’è rispetto a quando canto le mie canzoni è che, almeno inizialmente, mi sentivo completamente nudo, perché comunque lì racconti proprio te stesso, ma in realtà la bellezza di stare sul palco è uguale, direi che non c’è una cosa che preferisco.

Con che sentimenti vorresti lasciare l’ascoltatore dell’album?

Già sentimento è una bella parola, qualunque cosa arrivi a livello emozionale è una cosa bella. Spesso mi chiedono di spiegare le canzoni, quello che vogliono dire per me, ma è una cosa che non mi piace molto, anche perché per me una canzone può voler dire una cosa, ma per te che l’ascolti ne può voler dire un’altra. Hai ragione pure tu, non perché l’ho scritta io ho più ragione di te rispetto a una canzone. Qualunque cosa arrivi va bene, speriamo sia qualcosa di positivo.

C’è un brano a cui sei più legato o che ti emoziona di più interpretare?

In realtà “ogne scarrafone è bell’ a mamma soja” e poi dipende anche dal periodo. Mi emoziona sempre molto cantare “Nevica”, quello sì, dirti il perché non lo so, però mi emoziona sempre.

Ci sono delle canzoni, ma c’è anche il parlato. In “Mi presento”, ad esempio, te la prendi con chi dà dei giudizi troppo affrettati sulle persone. Ti è mai capitato di essere vittima di giudizi affrettati e di soffrirne?

Quella è proprio autobiografica, nel senso che il barista che cito nel brano è proprio un barista che mi diceva di trovarmi un lavoro vero. Però, in realtà, per quanto mi riguarda, la lettura di quel brano va intesa come se fosse un post it sul frigorifero anche per me, perché detesto il giudizio e, secondo me, siamo nel periodo storico del giudicare; sarà perché ci sono giudici dappertutto, dai talent a masterchef tutti giudicano tutti ed è molto facile giudicare gli altri, che spesso ci ritroviamo pure noi, a cui non piace essere giudicati, a giudicare. Secondo me è molto più interessante fare, piuttosto che giudicare quello che fanno gli altri; poi, finchè qualcuno non ti pesta i calli, nella vita ognuno può fare quello che vuole, quindi a mio avviso “Mi presento” rappresenta quello, facciamoci i cazzi nostri nel senso bello del termine, c’è un sacco di roba da fare, non perdiamo tempo ed energia nel criticare gli altri, anche perché, magari, gli altri stanno facendo una bella roba e noi semplicemente non vediamo quanto è bella.

Nella musica è in atto una rivoluzione. Prima eravamo dominati dai talent e dalla televisione, mentre ultimamente stanno venendo fuori quegli artisti che hanno fatto la gavetta nei locali, partendo dal basso. Cosa pensi di questo fenomeno?

Io lo spero fortemente, anche se in realtà adesso il termine indie/indipendente è molto di moda e, quando un termine diventa di moda, vuol dire che non lo è più. In realtà molti gruppi “indipendenti”, che ci vogliono vendere come indipendenti, non lo sono per niente, hanno dietro gli stessi che prima stavano dietro ai progetti pop. Invece Lo Stato Sociale è un bell’esempio della ribalta di una band che pesta da anni, perché io li ascoltavo otto anni fa e sono bravi, arrivano dal basso ed è un bel precedente, anche perché artisti bravi ce ne sono in Italia. Logico, se poi ci fanno ascoltare solo “sole, cuore e amore” uno pensa che ci sia solo quello. Speriamo che avvenga questa rivoluzione! Secondo me la gente si è rotta un po’ le palle. Al di là della bellezza o della bruttezza, a me fa un po’ paura l’omologazione. Penso che negli ultimi anni si ascoltasse, da facce diverse, la stessa musica, quindi viva Dio se ascoltiamo roba diversa, che magari manco ti piace, però dici “toh, una roba diversa!”

Forse è arrivato il momento di dare più peso agli autori, rispetto che agli interpreti. Mentre prima magari erano i soliti due-tre nomi che poi scrivevano per tutti, adesso è arrivato il momento di diversificare…

Non la vedo ancora così rosea sinceramente. Ci sono dei casi come Lo stato sociale, ma in generale vedo questa tendenza, dove gente che sono anni che pesta, a un certo punto, diventa talmente grossa, che non può essere più ignorata, e allora il sistema li ingloba e prova in qualche modo a farli propri e a fregiarsi della scoperta. Non vedo l’investimento negli autori, in giovani cantautori o in musica diversa. Succede che, visto che questi sono diventati così importanti da non poter più fare finta che non esistano, allora si decide di investirci, che è già qualcosa, visto che prima non lo facevano.

La musica per te è più un divertimento, un qualcosa che ti porta allegria o un’ancora di salvezza nei momenti difficili?

In realtà nessuna delle cose che hai detto. La musica intesa come lavoro, come cantautorato, per me è una necessità. Sono arrivato a fare musica, a scrivere canzoni, perché dovevo farlo. In realtà, poi, dico sempre che io non sono un musicista, fare musica è una parola grossa, provo a raccontare storie che arrivano a me e le racconto sia sotto forma di monologo che, a volte, sotto forma di canzone ed è come se ti chiedessero perché respiri, lo fai perché devi farlo, fondamentalmente. Poi ascolto la musica quando vado a correre o quando cucino. La ascolto un po’ su tutti i piani. Non la tengo spesso da sottofondo, di solito a me piace ascoltarla, perché cambia le atmosfere, mi piace, fa girare l’aria.

Qual è l’artista che ti ha cambiato la vita, che ti ha fatto innamorare della musica?

Non credo sinceramente molto negli artisti che cambiano la vita, che però mettono un seme dentro di te sì. Sicuramente il primo grande, che poi per me è un poeta, ed è il primo cantautore che ho ascoltato, la prima musica che ho ascoltato e che ascolto ancora adesso e che è attualissimo, è De Andrè. Ripeto, secondo me è un grandissimo poeta. Io ho ascoltato tutti i grandi cantautori italiani, quindi De Gregori, Rino Gaetano, Vecchioni. Di Jovanotti mi piace molto come scrive adesso, anche Moro ha scritto dei pezzi incredibili. Mi piacciono quelli che hanno qualcosa da dire, in realtà.

Domanda Nonsense: la cosa più assurda che ti è capitata sul set?

Ci sono cose che non si possono raccontare. A parte che è sempre tutto all’opposto sul set. Ad esempio, se giri in maglietta, fuori ci sono meno due gradi, se invece sei vestito da sci, fuori ci sono 30 gradi, ed entrambe queste situazioni mi sono capitate. Situazioni di ridarola in cui non riesci a fare la scena, pausa, stop, dopo un’ora che sei sul set, questo mi è successo per sette vite.

Ai tempi di “Un posto al sole” alcuni mi insultavano per strada per davvero, perché io facevo il pazzo psicopatico e pensavano che fossi un bastardo veramente. Un giorno a uno ho detto “vedi che mi disegnano così, fai pace col cervello!” Qualcuno mi ha proprio insultato malamente. “La devi lasciar stare Viola!” Ho capito, è una mia amica, le voglio pure bene, parla con gli autori, mica con me (ride, n.d.r.). Ogni tanto confondono la realtà con la finzione.

Vuol dire che si è bravi quando succede questo.

Probabilmente ero credibile, giriamola come un complimento dai.

Autore dell'articolo: Egle Taccia

Egle Taccia
Egle è avvocato e appassionata di musica. Dirige Nonsense Mag, scrive per Qube Music e Lamusicarock e ha sempre un sacco di idee strambe, che a volte sembrano funzionare. Potreste incontrarla sotto i palchi dei più importanti concerti e festival d'Italia, ma anche in qualche aula di tribunale!