No Interview: Mistaman e la sua “Realtà Aumentata”

“Realtà Aumentata” è il nuovo album di MISTAMAN, pubblicato il 4 novembre per Unlimited Struggle Records e distribuito da Believe Digital. Mistaman è noto per il suo modo di giocare con le parole e per la sua continua ricerca della tecnica perfetta. L’ho incontrato per parlare del disco e del mondo hip hop.

Perché hai scelto di chiamare il tuo nuovo album “Realtà aumentata”?

Il significato del titolo esula un po’ dal significato digitale, ma in qualche modo lo riprende anche, nel senso che nel mondo digital la realtà aumentata è un qualcosa che si va a sovrapporre alla realtà, analogamente l’idea che volevo rendere era quella della mia visione personale che si va a sovrapporre alla realtà. È un album più personale rispetto ai precedenti e ci tenevo a mettermi al centro del titolo e degli artwork, però non in modo egocentrico, tant’è vero che nella copertina io sono in qualche modo mascherato, c’è una luce che esce dal cappuccio della giacca e in un certo senso io sembro essere assente, ma la mia visione della realtà è ciò che è protagonista del disco e della mia musica.

Su che tipo di suoni hai lavorato per il disco?

Ho lavorato principalmente con Big Joe, che ha curato la maggior parte delle produzioni, su un suono sicuramente fresco e proiettato verso un’avanguardia sonora, anche un po’ più fresh del solito, e poi ho lavorato con altri produttori che hanno arricchito il mosaico delle produzioni, tra questi ci sono Gheesa, Dj Shocca, Fid Mella e Marco Polo, che è un produttore canadese di base a New York con il quale sono stato molto onorato di aver collaborato. Il suono è un suono sicuramente hip hop, però non necessariamente nostalgico.

Ho notato anche un grande studio sui testi. Che temi affronti nel disco?

Diciamo che la cura dei testi è un po’ la mia cifra stilistica, almeno così mi piace pensare, e i temi che vengono affrontati nel disco sono alcuni di ampio respiro, rivolti sul sociale e sui massimi sistemi, e altri più personali. Un tema che ricorre un po’ ovunque è quello della musica e della capacità che ha la musica di diradare le paure e i dubbi. Un altro tema che un po’ ricorre è una sfida alla superficialità e un invito ad approfondire tutto, dalla musica alla vita, agli affetti e a quant’altro.

Lo consideri il disco della maturità?

Molti lo dicono, diciamo che rispetto al solito c’è un po’ meno di tecnica fine a se stessa, anche se ci sono degli episodi di tecnica pura, però diciamo che in alcuni pezzi più maturi come ad esempio “Noi”, in cui analizzo la storia d’amore che sto vivendo, o in pezzi come “Hiphopcrisia” in cui analizzo il mio rapporto con la musica, sicuramente si sentono le esperienze della mia vita che ho sulle spalle, quindi in qualche modo alcuni pezzi si considerano dei pezzi maturi e diciamo che ogni album che ho fatto l’ho considerato una maturazione, visto che poi la mia scrittura va di pari passo con la mia evoluzione personale, ovviamente.

Quale apocalisse sta arrivando e chi ne sarà l’artefice?

Diciamo che l’apocalisse che stiamo vivendo è un’apocalisse lenta, non è un’apocalisse che scoppia tutta d’un tratto e pone fine a tutto. Il fatto che sia lenta la rende ancora più subdola, perché appunto i sintomi si vedono, ma è facile anche ignorarli. Chi ne è l’artefice? Siamo tutti noi artefici, e forse se ne vogliamo dare una personificazione anche figurata, direi che l’artefice dell’apocalisse è la natura umana con i suoi egoismi e con i suoi difetti.

“Non c’è domani” è una forte critica alla società moderna, dalla stampa alla politica. Vedi una via d’uscita da questa situazione?

Diciamo che le vie d’uscita che vengono indicate generalmente, di solito peccano di semplificazione, nel senso che ogni forza politica, ogni opinionista è portato a semplificare e a dare messaggi chiari, qualcuno potrebbe dire anche populisti, alla gente. Credo che la soluzione non possa essere riassumibile per sua natura, ma sia fatta di tante piccole idee e di tante piccole soluzioni che sicuramente sono difficili da riassumere in degli slogan. Anche in questo caso ritorna quello che è un po’ il mio nemico, il mio arci nemico, ovvero la superficialità; la soluzione sicuramente non è in superficie, ma nell’approfondire ogni singolo problema e trovare una soluzione che spesso è complessa e difficilmente riassumibile da uno slogan.

Cos’è l’hip hop per te?

In una canzone del disco dico che non lo so nemmeno adesso cos’è l’hip hop. L’ho interiorizzato  in tanti modi e tutt’ora è difficile sentirsi rappresentanti dell’hip hop in assoluto. Quello che posso dire è che è un’attitudine, una chiave di lettura della realtà, è una cultura, perché questo è, una cultura che mi ha insegnato dei valori positivi e, soprattutto all’inizio, mi ha dato un approccio alla vita per il quale mi ritengo fortunato. È un mezzo per esprimere la propria rabbia, la propria voglia di rivalsa, però è un mezzo pacifico, quindi è un modo di confrontarsi e di andare anche in guerra, però senza armi, ma portando con sè il proprio intelletto e la propria energia. Ci tengo comunque a rivendicare l’appartenenza all’hip hop, visto che molti dei miei colleghi sembrano quasi vergognarsi di usare questa parola; dobbiamo renderci conto che è da lì che veniamo e dobbiamo dare omaggio a una cultura che è universale in tutto il mondo ed è un peccato che si vada a perdere, perchè contaminata da altro. Infatti anche nel disco spesso sono critico rispetto ad alcuni atteggiamenti, che sembrano quasi opposti al modo in cui ho vissuto io l’hip hop.

Vi hanno definito come i nuovi cantautori. Senti un po’ il peso di questa evoluzione nella nostra musica?

La cosa che ci accomuna coi cantautori è che quello che cantiamo lo abbiamo scritto noi e per questo motivo non ha nemmeno senso che qualcun altro prenda un mio testo e lo canti. Questo è un tratto comune. Diciamo che ci sono anche tante cose che non ci azzeccano tanto e che non fanno combaciare perfettamente la cosa. Un’altra cosa che ci accomuna è un tentativo di leggere la realtà, come ti dicevo anche in apertura spiegandoti il titolo del disco, è l’artista che vede la realtà e la filtra con la sua sensibilità e poi la butta fuori nella musica. Osservandola questione da questo punto di vista sì, c’è qualcosa in comune, ma forse l’hip hop rispetto al cantautorato ha questa componente di competizione e di elevazione della tecnica che nei cantautori non si ritrova. C’è veramente tanto nell’hip hop che è difficile da incastrare con il cantautorato, alcune cose positive e alcune meno, ma mi sembra che abbiamo esaurito i paralleli.

Intervista a cura di Egle Taccia

Annunciate le NUOVE DATE del TOUR per il 2017

20.01 – Round Midnight – TRIESTE (Showcase)
03.02 – Spazio 211 – TORINO
04.02 – Zoobar – ROMA
10.02 – Geko Club – SAN BENEDETTO DEL TRONTO (AP)
11.02 – Rework – PERUGIA
18.02 – Smart Lab – ROVERETO (TN)
25.02 – Magnolia – MILANO
04.03 – Laboratorio Crash – BOLOGNA
06.05 – Beat Cafè – SAN SALVO (CH)
27.05 – Lido Ascona – ASCONA (SWI) con Bassi Maestro

 

Autore dell'articolo: Egle Taccia

Egle Taccia
Egle è avvocato e appassionata di musica. Dirige Nonsense Mag, scrive per Qube Music e Lamusicarock e ha sempre un sacco di idee strambe, che a volte sembrano funzionare. Potreste incontrarla sotto i palchi dei più importanti concerti e festival d'Italia, ma anche in qualche aula di tribunale!