No Interview – The Zen Circus: Il rock non è morto, si è solo preso una pausa

E’ partito con un sold out in prevendita all’Estragon di Bologna lo scorso 13 aprile, il nuovo tour di presentazione del disco “ Il fuoco in una stanza” degli Zen Circus, che toccherà tantissime città italiane. In attesa di vederli sul palco del Concerto del Primo Maggio di Piazza San Giovanni a Roma, il 20 aprile Andrea Appino sarà ospite della trasmissione “Brunori Sa”, condotta da Brunori Sas, in onda su RaiTre alle ore 23.05.

Egle Taccia li ha incontrati per scambiare quattro chiacchiere sul nuovo album “Il fuoco in una stanza”.

In questo album avete indagato i rapporti più stretti, quelli familiari e più intimi. Cosa vi ha portati su questo percorso?

Appino: Un pochino l’idea che, venendo dagli anni ’90, siamo una generazione che ha vissuto un momento in cui si cercava di essere collettivi. C’era una collettività che non faceva poi così paura, anzi. Buona parte del movimento musicale è uscito dal proprio guscio proprio perché c’era questa collettività. Non che oggi non ci sia, ma percepiamo fortemente, soprattutto nei nostri fan più giovani, un ritorno all’intimo, al chiudersi un po’ a riccio, perché effettivamente il senso collettivo di empatia viene a mancare e manca dai primi Duemila. Abbiamo intrapreso questa strada un po’ per questa idea di parlare, come abbiamo sempre fatto, di empatia collettiva, partendo da delle stanze intime. Ci siamo impossessati della stanza di Gino Paoli e vi abbiamo ambientato storie intime, che sono molto personali. Sono familiari fino a un certo punto, familiari ma ci sono tanti amici, tante catene umane importanti, amici, genitori, amiche, amanti, ecc. ecc. Volevamo partire dal personale, con uno sguardo collettivo intorno. Da “Il mondo come lo vorrei” che è una canzone più collettiva, ma in realtà parla di tutt’altro, anche se parte sempre da un caffè bevuto con una persona, a “Il fuoco in una stanza” che magari è la canzone più d’amore del disco, ma che poi si occupa anche di quello che c’è intorno a noi, così come “Catene”, che è forse la più personale, perché parla della mia famiglia, però quando il personale è il più possibile espresso a cuore aperto, tende a diventare anche politico, perché fa sì che ci sia un precedente per cui ci si vuole riconoscere e ci si sente meno soli. Questa è l’idea alla base.

Oggi il rock non se la passa benissimo. Essere una rock band è quasi rivoluzionario. Dov’è che oggi il rock deve portare la sua rivoluzione?

Dipende da cosa si intende per non passarsela benissimo, perché ovviamente se si fa riferimento al rap o alla trap, è ovvio, ma hanno anche un pubblico diverso, un pubblico giovanissimo, che va dai 10 ai 18 anni per la maggior parte. Bene o male non è che passi un brutto periodo. Le chitarre, come è già capitato nella storia della musica, in questo momento sono in stand by, ma noi siamo fortunatissimi, perché forse tra quelli della nostra generazione, siamo forse tra i pochissimi che hanno fatto il passo anche in quella nuova, fino a ritrovarci tacciati in un articolo di essere nella nuova scena musicale, in cui hanno messo anche noi, cosa che faceva molto ridere, ma che però è una cosa bella. Noi facciamo quello che abbiamo sempre fatto, cerchiamo di modernizzare, di rimodernare il rock, anche nella produzione di questo disco. Il disco è mixato con riferimenti poco rock, in realtà, molto pop, perché ci interessava, perché vogliamo che appunto ci sia una legacy che prosegua nel tempo.

Ufo: In realtà è vero che c’è una battuta d’arresto del rock, della musica suonata, però c’è una direzione che stanno tracciando molti all’estero, verso un recupero che potremmo chiamare retronouveau. Penso ai Black Keys che hanno spopolato riprendendo del soul e della roba di ispirazione un po’ retrò, rinnovandola, o ai Daft Punk che hanno fatto un disco che è un disco degli Chic anni ’70. Se si riesce a recuperare dalla storia del rock certi elementi e a ricontestualizzarli e a rimodernizzarli, c’è un ampio margine, in realtà, per conquistare un’ampia platea. Penso che in questo i Black Keys siano stati esemplari. Io penso che bisogna rimanere nel solco della musica rock reinventandosi.

Appino: Quello che facciamo è rimodernizzare il suono perché ci interessa, perché non vogliamo essere una band ancorata ai suoni con cui siamo cresciuti, che adoriamo, ma che non devono per forza essere sempre quelli.

Ufo: Pensiamo agli Eagles of Death Metal, quanti ce ne sono di gruppi che vanno benissimo riproponendo una musica che è rock, ma riformulata.

Appino: questo disco è un disco in cui il rock è rimescolato con tante altre cose. Detto questo noi siamo sicuramente un gruppo rock e lo rimarremo, è difficile che ci metteremo a fare elettronica, ma ascoltiamo tanta musica elettronica quindi questo fa sì che quando possiamo veniamo influenzati nel suonato.

Maestro Pellegrini: Sicuramente la produzione musicale è stata influenzata dalla rivoluzione del digitale e dal progresso. Sperimentare con pedali analogici o con plug-in piuttosto che con cose digitali è fondamentale. Un po’ in tutti i generi sta avvenendo questa mescolanza di suoni con l’elettronica.

Appino: Col maestro abbiamo usato le chitarre come synth in questo album. Siamo molto felici, perché tutto quello che nel disco si percepisce come synth, in realtà, sono tutte chitarre lavorate e trattate. Cerchiamo di portare la chitarra più avanti quando si può.

Cosa vorreste rimanesse all’ascoltatore dopo aver ascoltato l’album?

Appino: Empatia. Quello che abbiamo percepito in questi 13 incontri alla Feltrinelli, nei faccia a faccia con tantissimi ragazzi, è questo senso di non sentirsi mai soli, perché, bene o male, cantando di cose che magari alcuni nascondono nella propria vita, più o meno giustamente, mettendole invece a cuore aperto, la cosa bella è che ci si ritrova in questa empatia collettiva che fa sì che il pubblico veramente, dopo vent’anni, sia diventato il quinto elemento del gruppo e questa è la cosa più bella. Alcuni ragazzi ci scrivono e ci dicono cose che sono i nostri dischi d’oro, che fanno sì che ci sentiamo tutti meno soli, sia noi che loro. C’è una forte empatia e questa è una cosa bellissima e anche molto forte.

Ufo: per certi aspetti è stato anche molto provante psicologicamente, ci sono state delle esternazioni da parte di numerosi fan che ci hanno messo a dura prova. Però anche questo è il senso di quello che ho sempre voluto fare, comunicare e farci comunicare, quindi una specie di circolarità del discorso.

Appino: Che arriva al paradosso quando in “Ilenia” ¾ del testo li ha scritti una nostra fan, che ci ha scritto una lettera alla quale noi abbiamo risposto pubblicamente tramite una nostra canzone, quasi una meta canzone. Arrivare a questo per noi è stato fare un passo indietro, ma fare un passo indietro per fare posto a loro che parlano e un passo avanti nel dire siamo una comunità.

Si può considerare un disco malinconico?

Certo. Si può considerare un disco come vuoi a seconda di come lo si ascolta. Io credo fortemente al fattore gelosia della musica, sono gelosissimo, tanto che non sono mai riuscito a fare l’autore in vita mia, se non per un paio di eccezioni; tante volte me l’hanno chiesto e non ce l’ho fatta, però poi, una volta che il disco esce, tu non hai nessun diritto su di lui, se non su come riproporlo live, ma per il resto è tutto a chi l’ascolta e il gioco è sempre quello dell’empatia. Non è che se una canzone è malinconica, automaticamente chi la sente percepisce malinconia, può essere che percepisca gioia, anche se chi l’ha scritta ha vomitato un dolore enorme. A quel punto non compete più a noi quel fattore.

Tu che sei un produttore, pensi sia sbagliato che oggi la musica, invece di nascere nelle sale prova, stia nascendo nelle camerette?

Appino: In realtà io sono un nerd da studio di quelli enormi. Noi Zen, negli ultimi due dischi in particolare, ma già da quattro anni, abbiamo uno studio in collaborazione con un nostro amico, dove abbiamo finalmente tutto quello che vogliamo e viviamo lì, io vivo lì, e anzi gli ultimi due dischi sono certo il frutto di prove, ma anche di tanto lavoro in studio, che può essere una cameretta, può essere un terrazzo… quindi non ci vedo niente di male, anzi. La sala prove è bellissima, ci siamo cresciuti, ed è la base della musica, però da produttore, da registratore e da mixatore ti dico che non c’è niente di male, un pezzo ha il diritto di essere visto in tutte le maniere possibili. A volte le prove vincono, a volte no. Non è detto. Quindi, quando lavoro con altri, può starci che la prova vinca sul lavoro in studio, come invece può darsi che il lavoro in studio o in cameretta, se uno lo sa fare, vinca. Grandi dischi che hanno modernizzato la storia della musica pop e dell’elettronica negli ultimi anni sono stati fatti in cameretta e spaccano il culo, quindi non ci vedo un limite in quello. Questa è la nostra maniera di modernizzare anche il suono. Questo disco in particolare è stato lavorato meno in sala prove, più in studio. Ovvio che con lo studio una band può fare altre cose.

Ufo: Dipende a quale genere ti riferisci, perché chiaramente Ghali, che noi stimiamo molto, si fa tutte le bozze in casa e voglio dire…

Appino: Charlie Charles, può piacerti o non piacerti il genere, è un ragazzo che tira fuori della roba incredibile e se la fa in camera sua, ben venga. Questo aiuta anche tutta questa scena, che può sembrare antagonista a noi e invece non lo è, a essere liberissima anche sul mercato, cosa incredibile. Adesso le major stanno zitte e mute e fanno quello che fa la gente. Se tu fai un disco, puoi fare tutto per i cazzi tuoi e loro cercano di raccattare quello che vedono. Secondo me è una bellissima cosa.

Ufo: È una rivoluzione dal basso grossissima, perché appunto le major sono quasi tutte a rincorrere.

Appino: Mi rendo conto che noi figli degli anni Novanta, buona parte della nostra generazione, fatica tantissimo ad accettare che stiamo passando, che ci sono le nuove generazioni che fanno altre cose, che hanno nuovi suoni; ovviamente noi siamo cresciuti con altra roba, e buona parte della gente che non lavora con la musica lo percepisce come un “oh mio dio, ai miei tempi era meglio”. Ma negli anni ’80 c’erano i paninari, c’era la merda più totale, c’era il Gioca Jouer, c’è stata tanta musica brutta.

Ufo: C’è una posizione di arrocco per cui una parte dei musicisti tende a immaginarsi una specie di riserva indiana che è garante della purezza. È una cosa un po’ illusoria, secondo me, perché negli anni ’70  con la disco dance si pensava che il rock fosse finito completamente e invece non è successo.

Appino: Tra l’altro noi ascoltiamo tutto, anche i dischi di Bello Figo Gu e quando tutti i nostri colleghi ci dicevano ma che schifo, noi dicevamo ma perché, che male c’è.

Ufo: Penso che il singolo di Bello Figo “Adolf  Hitler” sia stato il pezzo più punk uscito negli ultimi anni, quindi non c’è niente di male.

Appino: Dal punto di vista produttivo la vedo come Woody Hallen, basta che funzioni, non col pubblico, ma che funzioni in sé. C’è un modo giusto per fare le cose.

Di contro è più difficile divincolarsi in mezzo a tutta questa produzione…

Ufo: Puoi generare confusione, ma c’è l’effetto setaccio. Così come quando entravi nei negozi di dischi tanti anni fa, ci diventavi matto. Oggi ancora di più perché i dischi li puoi anche ascoltare prima, che detta così sembra anche una cosa bella.

Appino: Su questa cosa siamo tranquilli. Siamo stati in America un bel po’ negli ultimi anni ed abbiamo ascoltato delle robe fighissime. Ovviamente dall’America sembra che arrivino solo delle cose, ma invece ne arrivano tantissime altre e ognuno vive a modo suo, nel mondo in cui vuole vivere, col pubblico con cui vuole vivere e succederà di nuovo, torneranno le chitarre, riandranno via, moriremo tutti…nel lungo periodo è probabile. (ridono).

Domanda Nonsense: Il meteo ideale per gli Zen?

Ci sono posizioni diverse. Qui si spaccano gli Zen.

Ufo: Il meteo ideale per me è quello del sud del Portogallo, dell’Algarve, media di 18 gradi.

Appino: Io sono più per i Tropici, con 30 gradi il giorno e 27 la sera, senza troppa umidità e con molto mare.

Maestro Pellegrini: Io sono primaverile, col mare anch’io, però non quel mare che poi fai il bagno, ti sporchi troppo. Meglio guardarlo da lontano.

Appino: Se mi avessi fatto questa domanda sei anni fa ti avrei detto boschi, nebbia, neve. Ero fan dei Joy Division, forse (ride). Non stavo benissimo. Oggi, alla soglia dei quarant’anni, coi pochi anni che mi rimangono da vivere (i vecchi soffrono il freddo), ti posso confermare i Tropici.

The Zen Circus Estragon 2018

Pubblicato da Nonsense Mag su lunedì 16 aprile 2018

Autore dell'articolo: Egle Taccia

Egle Taccia
Egle è avvocato e appassionata di musica. Dirige Nonsense Mag, scrive per Qube Music e Lamusicarock e ha sempre un sacco di idee strambe, che a volte sembrano funzionare. Potreste incontrarla sotto i palchi dei più importanti concerti e festival d'Italia, ma anche in qualche aula di tribunale!