No Interview- Un viaggio nell’universo Spartiti

Spartiti è più di un semplice progetto, è un luogo di incontro, è l’insieme di esperienze musicali e storiche che hanno cambiato la nostra penisola. La nostra chiacchierata con Max Collini e Jukka Reverberi è la prova di tutto questo: si viaggia dalla politica al post rock sempre restando legati ad una realtà strettamente connessa a parole, musica e storia.

Nei vostri racconti in musica spesso si colgono riferimenti a personaggi della storia moderna/contemporanea. Per voi quanto è importante il rapporto tra musica, società e politica?

Max Collini: Siamo della vecchia scuola, per noialtri Spartiti tutto è politica. Compreso anche il fare musica, il modo in cui la si fa, dove la si suona, come si pubblicano i propri dischi e perché. Siamo figli della nostra storia e del nostro vissuto, sapere da dove si viene aiuta anche a capire dove si vuole andare. Sarebbe difficile, per noi, scindere le tre questioni e personalmente non mi interessa nemmeno molto farlo. Siamo quello che siamo: due vecchi arnesi sopravvissuti al patto di Varsavia che si ostinano a pensare ancora che questo non è il migliore dei mondi possibili.

C’è secondo voi una differenza tra lo scrivere canzoni in modo politico e scrivere pezzi sulla politica?

Max: Non scriviamo canzoni “politiche” in senso stretto, raccontiamo storie e le trasformiamo in canzoni senza alcuna pretesa pedagogica, ma certamente ogni parola e ogni nota vengono pesate, sempre. Ci prendiamo le nostre responsabilità, sempre.

Post rock e spoken word sono una formula ormai vincente del vostro duo: quali sono stati i vostri riferimenti principali quando avete ideato il progetto Spartiti?

Max: Come Spartiti il mio intento era cimentarmi anche con le parole di altri autori e farle mie assieme ai testi scritti invece di mio pugno e tentare di fare convivere le due anime narrative del nostro lavoro. Spero di esserci riuscito, grazie anche alle composizioni di Jukka, che nelle intenzioni erano il tratto unificante di entrambe. Preferisco la parola “narrazioni” a “spoken word”, non credo sia necessario l’inglese per esprimere il concetto. Temo che definire “post-rock” la musica di Jukka Reverberi per Spartiti sia un pochino riduttivo, ma su questo credo sia meglio si esprima il diretto interessato.

Jukka Reverberi: Ovviamente il mio modo di comporre è frutto dei vent’anni di esperienza come musicista e sicuramente gli anni con i Giardini di Mirò si sentono tutti. Il lavoro che faccio con Max assomiglia terribilmente nell’approccio a quello che facevo nei primi anni ‘90 nella mia cameretta con un amico con cui condividevo la passione per il punk strano, irregolare e storto. Ci sono alcune registrazioni, uscite per la piccola etichetta che avevamo ai tempi, a dimostrarlo. Parola, suono, pochissimi elementi in gioco. Un’essenzialità epica.

 

Che rapporto c’è tra il vostro primo lavoro insieme, “Austerità”, e questo nuovo EP? Come è cambiata la vostra narrazione da “Austerità”?

Max: Non molto credo, “Servizio d’ordine” è a tutti gli effetti il completamento del percorso iniziato con “Austerità” e fin dalla copertina il concetto è abbastanza evidente. Più che le narrazioni secondo me sono cambiate e sono più varie le sperimentazioni sulle musiche, un brano come “Servizio d’ordine”, per esempio, non lo avevamo mai scritto. Il suono è oggettivamente diverso da ogni altra cosa fatta prima e credo che questo stia a dimostrare che il nostro cammino almeno in parte muta e si trasforma nel corso del tempo.

Come si coniugano musica e scrittura? Quando viene scritto un testo l’idea della musica c’è già o viene dopo?

Max: Non abbiamo un metodo stabilito a priori, dipende dalla iniziativa di ognuno in un dato momento. Spesso Jukka elabora un’idea musicale, un’atmosfera, un suono e poi io provo a incastrare un testo che ne supporti l’evocatività o il ritmo, o entrambe le cose.

In altri momenti sono io che gli invio uno scritto e lui sulla base di quello propone un vestito sonoro adeguato. La cosa più divertente di solito è il lavoro di insieme: il testo viene successivamente adattato, tagliato e spezzettato per renderlo efficace sulle musiche e contestualmente l’arrangiamento, le parti strumentali, le pause, i pieni e i vuoti si dipanano per dare al brano la sua veste finale. E’ la parte che mi piace di più ed è quella che di volta in volta dà un senso concreto alla nostra collaborazione. Poi, siccome non abbiamo mai molto tempo a disposizione, capita anche che questo modello ideale descritto sopra va a farsi benedire e le situazioni prendono il sopravvento sulle intenzioni. Magari succede che il risultato finale sia invece migliore di brani più studiati e sviluppati a lungo.

Un classico di noialtri Spartiti.

Jukka: Siamo professionali, ma a volte anche dei pessimi professionisti. Per “Servizio d’ordine”, l’ultimo ep uscito poche settimane fa, abbiamo provato assieme un pezzo per la prima volta mentre lo registravamo in studio. Alcuni brani del nostro repertorio sono nati direttamente sul palco, dopo esserci scambiati i rispettivi lavori in rete ed avere abbinato le parti a “sentimento”. Questo modus operandi assolutamente scassato funziona, quasi sempre.

Oggi in un panorama di musica mordi e fuggi, dove anche un certo ambiente underground si adegua a degli standard molto più pop, cosa può offrire un mashup tra letteratura e post-rock? Cosa vi regala questo modo di fare musica?

Jukka: Se dovessimo seguire il suono del momento, o le modalità d’ascolto odierne, avremmo fallito in partenza. Se facciamo musica e raccontiamo storie, lo facciamo per assecondare una nostra passione ed è quella a guidarci. Sappiamo benissimo che il nostro non è un prodotto per le masse e non è un problema. Visitiamo un angolo diverso d’Italia ogni fine settimana, scopriamo posti, storie e racconti attraverso le persone che incontriamo. Viviamo e condividiamo la nostra parte della storia attraverso parole e musica, con il privilegio d’aver un pubblico attento e sempre presente.

Di meglio non possiamo chiedere.

 

 

 

Autore dell'articolo: Gianluigi Marsibilio