No New – Ballate e cantate con il nuovo album del Collettivo Ginsberg

Dopo circa tre anni di silenzio, a fine settembre, il Collettivo Ginsberg è tornato sulle scene con il nuovo album, Tropico, coproduzione Irma Records e L’amor Mio Non Muore.

Un disco nato da una “visione”: vedere la gente ballare, ballare e cantare. Un lavoro che vuole essere una riscoperta del mondo, un’interazione con esso e una laude alla natura.

Li ho intervistati per sapere qualcosa di più riguardo a quest’ultima uscita discografica.

 

“Tropico” nasce da una “visione”: vedere la gente ballare e cantare. In controtendenza rispetto allo scetticismo che si respira nell’aria in questi ultimi anni. Un titolo che dà speranza…

 

Esatto. Speranza è la parola giusta. Il ballo, la musica, la libera espressione del corpo e della mente. Nel nostro piccolo abbiamo provato a fare ciò, liberarci da schemi, costrizioni, muovere le anche, sorridere. Cercare il sole dentro le nubi.

 

“Portami con te” è un brano la cui struttura armonica risale al 2003 e il testo al 2009. Una lunga gestazione insomma. Come nascono i vostri brani?

 

Quel brano in particolare ha avuto una gestazione lunga, molto, forse troppo, ma alla fine è stato inciso esattamente come volevamo fosse. I nostri brani nascono da ispirazioni, melodie, fischiettando, utilizzo molto una pedaliera loop (non ho mai avuto troppa dimestichezza coi programmi per il computer, più che altro mi annoio ad usarli, sono troppo complicati!) con la quale creo le basi, le fondamenta su cui poggiare le parole e poi in sala prove, tutti assieme ci si lavora, ed è così che un brano si modella e viene condiviso, e ne viene fatta esperienza, anche da chi il brano non l’ha scritto. È un processo di comunione. L’unione fa la forza, dicono, ed è vero!

 

“Nella notte del mondo” è l’interpretazione in musica di un componimento di Aldo Spallicci, “Int la nòta de’ mònd”, una poesia abbastanza sconosciuta. Come mai questa scelta?

 

Perché è un testo bellissimo e Spallicci è uno dei padri della poesia dialettale romagnola nonché poeta di Bertinoro, un paese a due passi da dove viviamo. Ecco il testo tradotto in italiano: Quando sul mondo scende la notte e accanto a me non vedo più facce amiche, e al mio richiamo non risponde nessuno …, procedo a mosca cieca, a tentoni, vicino e lontano dove il caso mi porta. Non so dove si posino le mani, se sulla buona o sulla cattiva sorte. Non trovo più la strada: la mano incontra un ciuffo di capelli e a me pare di sentirmi accanto alla mia morte.

 

Il testo “L’estate di San Martino” ha preso forma da un proverbio romagnolo e da una frase in dialetto,”La vita l’éra dura e neca tresta, chisà parchè a m’arcord ch’us rideva”, che significa “La vita era dura e triste, chissà perché mi ricordo che si rideva”. Da romagnola, nel leggerla, mi è sembrato di risentire la voce di mia nonna. Quanto sono importanti, per la vostra musica, le origini e la cultura locale?

 

Abbastanza importanti, non tanto per il liscio, la polka o la mazurka (che sono comunque danze importate dall’est), ciò che è  importante è la gente, la cultura dell’ospitalità, il buonumore, la sincerità o schiettezza (come si dice dalle nostre parti!), il sorriso anche davanti alle disgrazie … ho imparato tanto dai miei nonni, che ho conosciuto per poco, sono morti che ancora ero un bambino, ma mi hanno insegnato a godere del nulla, loro avevano niente ed erano felici, noi abbiamo tutto e siamo depressi. C’è qualcosa che non funziona, qualcosa di malato nella società moderna. E il testo è una sorta di denuncia di tutto ciò.

 

Com’è nata la scelta di utilizzare la tecnica cut-up nella stesura dei testi?

 

È stata una scelta naturale, che non saprei spiegare, semplicemente leggo e mi lascio influenzare dalle parole che trovo nei libri, mi piacciono, ne penso altre di mie, le scrivo tutte in un taccuino, le rileggo dopo tempo, penso ad un discorso, le unisco e dimentico quali sono le parole mie e quali quelle di altri, a quel punto non ha più senso questa differenza, ormai sono diventate mie perché le ho masticate, digerite, e buttate fuori alla mia maniera! Burroughs diceva che uno scrittore non possiede le parole come un pittore non possiede a sua volta i colori!

 

Di voi mi piacciono la creatività e la consapevolezza di esser fuori da schemi preconfezionati. Che prezzo si deve pagare, oggi, per decidere di seguire il proprio percorso senza cadere in certe trappole di mercato?
Si paga il prezzo dell’indifferenza da parte del pubblico, indifferenza da parte dei cosiddetti locali alternativi, indifferenza da parte dei booking e dei promoter. Meglio un Tizio Caio qualsiasi che fa ciò che il pubblico, i locali, i promoter in un determinato momento vogliono perché riempie, perché vende birra, perché vende magliette, perché fa figo. Il fatto è che alla massa piacciono le cose facili, standard, se ti fai il risvolto nei calzoni anche d’inverno (notare, senza calzini anche d’inverno) perché fa figo, allora tutti faranno la stessa cosa perché fa figo nonostante tutti sappiano che d’inverno fa freddo e a non portare i calzini va a finire che ti ammali. Fa male dirlo ma la qualità piace a pochi, la ricerca (ci si impasta tanto la bocca con sta cazzo di parola, ricerca, e poi nessuno capisce veramente cosa sia la ricerca vera e propria in ambito musicale) non viene valorizzata nemmeno nella sua forma più pop. E’ triste ammetterlo, e forse ti sto svelando qualcosa che nemmeno gli altri della band sanno, ma credo che Tropico sarà l’ultimo album del progetto Collettivo Ginsberg. Non ho più forze per combattere contro i mulini a vento, amo troppo quello che faccio per lasciarlo in pasto a chi di musica non capisce un cazzo. Eutanasia.

 

 

Autore dell'articolo: Cinzia Canali

Cinzia Canali
Cinzia Canali nasce a Forlì nel 1984. Dopo gli studi, si appresta a svolgere qualunque tipo di lavoro, ama scrivere e ha la casa invasa dai libri. La musica è la sua passione più grande. Gira da sempre l'Italia per seguire più live possibili, la definisce la miglior cura contro qualsiasi problema.