No New – Blues e molto altro in “12 Bars Blues Revolution”, disco d’esordio dei 12BBR

Anticipato lo scorso novembre dal singolo How does it end?, è uscito a marzo 12 Bars Blues Revolution, l’Ep d’esordio dei 12BBR, giovane band palermitana vincitrice del premio critica alla 28esima edizione di “Rock Targato Italia”.

Li abbiamo incontrati per farci raccontare qualcosa di più riguardo a questo disco.

 

Come si sono incontrati i 12 BBR?

Ci siamo incontrati poco più di tre anni fa al primo anno di università a Palermo. Eravamo tutti colleghi di facoltà.

 

Da che background musicale arrivate?

Possiamo dire di provenire da background musicali abbastanza diversi sia in genere che in ambiente. Menzioniamo ambiente anche semplicemente perché Totò, il batterista, viene da Trapani ed è cresciuto quindi in una realtà comprensibilmente diversa da quella che hanno conosciuto gli altri a Palermo. A livello di ascolti, ci sono generi e grandi artisti del passato e del presente che ci accomunano e sono stati lo zoccolo duro per la costruzione del nostro sound, ma contemporaneamente anche influenze e interessi molto diversi. Come maggiori influenze potremmo citare il blues degli anni ’50 e ’60, il rock psichedelico degli anni ’60, il british degli ultimi 30 anni, l’hip hop e le sue influenze jazzistiche, il soul e l’elettronica prestata al rock. È forse un panorama dispersivo ma ognuna di queste correnti oggi orienta le nostre produzioni.

 

 

Quanto vi ha influenzati l’esperienza live nel comporre questi nuovi brani?

La nascita dei brani è sempre un evento molto intimo e praticamente casuale e fulmineo. L’esperienza live ci ha sopratutto orientati a cercare e trovare il “nostro suono” che valorizzasse ogni brano e a fare evolvere i pezzi in dinamica e struttura, mostrandoci nella pratica ciò che funzionava meglio.

 

“How does it end”, primo singolo estratto, di cosa parla?

“How does it end” tratta del tempo che scorre. Il testo affronta il tema di un passato pieno di una tristezza di fondo, che inghiottiva tutto, a cui facciamo riferimento per capire l’origine di ciò che siamo oggi, ma da cui recuperiamo luccicanti attimi pieni di una vitalità che oggi sembra perduta se guardiamo al presente e alle implicazioni del diventare adulti. Il titolo, letteralmente “ come finisce?”, fa riferimento al futuro delle due persone su cui il brano si incentra, senza che, in realtà, si parli effettivamente di futuro o che lo stesso titolo compaia nel testo. Il titolo esprime più che altro il clima di incertezza verso il futuro che origina dalle considerazioni nel testo.

 

 

“Cold floor”, invece, è una metafora che ben rappresenta uno stato d’animo più che un vero e proprio luogo…

“Cold floor” rappresenta esattamente quel “pavimento freddo” che ognuno di noi ha sentito almeno una volta nella vita a causa di una situazione spiacevole dalla quale deriva un senso di amarezza. Abbiamo voluto raccontare una vera e propria storia che si incentrasse soprattutto sugli incisi “please don’t let me go home/get down” proprio per sottolineare l’aspetto drammatico, tragico e strettamente personale del protagonista.

 

Se in un futuro album doveste incidere una cover, quale vi piacerebbe fare?

Non è semplice dare una sola risposta a questa domanda. Credo che ognuno di noi risponderebbe in modo diverso oggi e in un altro ancora tra una settimana. A giudicare dalle cover che eseguiamo dal vivo, probabilmente un pezzo che, pur suonato alla nostra maniera, sappiamo possa arricchire l’album di qualcosa di diverso.

 

Intervista a cura di Cinzia Canali

 

 

Autore dell'articolo: Cinzia Canali

Cinzia Canali
Cinzia Canali nasce a Forlì nel 1984. Dopo gli studi, si appresta a svolgere qualunque tipo di lavoro, ama scrivere e ha la casa invasa dai libri. La musica è la sua passione più grande. Gira da sempre l'Italia per seguire più live possibili, la definisce la miglior cura contro qualsiasi problema.