No New – I Phidge ci parlano del loro ultimo disco, “Paris”

Si chiamano Phidge (Dodi Germano, Riccardo Fedrigo, Nicola Di Virgilio e Oscar Astorri), sono un quartetto di Bologna nato nel 2003 e Paris, uscito per la Riff Records di Bolzano, è il loro ultimo album.

Influenze dark, punk, funky, art e street rock in un disco che mantiene costante l’attenzione dell’ascoltatore fino all’ultimo brano. Sono passati quattro anni da “We never really come back” e si può ben notare il salto di qualità e la crescita artistica di questi ragazzi. Li abbiamo incontrati per farci raccontare qualcosa di più riguardo a quest’ultima fatica discografica.

 

 Un album sicuramente più immediato e diretto rispetto al precedente, era un obiettivo preciso?

Ti dico la verità: abbiamo amato e amiamo tuttora con tutto il cuore “We never really came back”. Era il disco della verità, dopo l’esordio di “It’s all about to tell” che ci aveva visto fare subito i conti con un cambio della formazione del tutto inatteso e abbastanza doloroso. Avevamo perso Simone Cavina, non so se mi spiego. Quello che adesso suona con Iosonouncane e con i Junkfood. L’arrivo di Oscar Astorri è stato un vero e proprio miracolo, perché, pur essendo quanto di più lontano da Simone si possa immaginare, ha dimostrato da subito non solo di essere un batterista eccezionale, ma di potersi incastrare coi Phidge in maniera perfetta. Ma il sound era molto cambiato, quindi eravamo curiosi ma anche un po’ spaventati da cosa sarebbe venuto fuori in studio. Il disco del 2012, “We never really came back”, è stata una risposta entusiasmante. Era pieno di sentimenti, di atmosfera, aveva un sound caratteristico e dei pezzi davvero belli. Ma (e finalmente rispondo alla tua domanda) riascoltandolo quando dopo il tour abbiamo iniziato a pensare al terzo disco, abbiamo avuto tutti l’impressione che fosse un album che esauriva la sua tensione dopo le prime tre canzoni. E dopo diventava estremamente rarefatto. Forse un po’ troppo per i nostri gusti. Così, realizzando Paris, uno degli obiettivi era quello di tenerla alta, la tensione. E, se ci fai caso, l’unico pezzo lento è Thin, il finale. Quasi uno che rifiata dopo una corsa lunga nove canzoni. Abbiamo cercati dei pezzi asciutti, “in forma”, come se il secondo album si fosse fatto quattro anni di crossfit e si ripresentasse tiratissimo.

 

Oltre che nel titolo dell’album, la capitale francese è citata anche in altri brani di questo lavoro. Cosa vi lega a Parigi?

Quello è il motivo per il quale l’abbiamo scelto come titolo. Ma la ripetizione è un fatto del tutto casuale. Cioè non è stato calcolato. Il verso “You lost yourself at sea, you found it in Paris”, che torna in “Be do” e in “Paris”, l’ho sognato cantato da Scott Weiland pochi mesi prima che morisse. In “Be do” è riferita alla persona a cui è dedicato il pezzo (e il disco), che viveva a Parigi. In Paris invece è una specie di ritratto sarcastico e grottesco della figura stereotipata che metto alla berlina nel testo: una persona vuota (una ragazza in questo caso, ma non è obbligatorio), con priorità ridicole e interessi di cartone che si rende conto della sua vacuità quando ormai è troppo tardi. E Parigi è tirata in ballo proprio per quello. Quindi (finalmente arriva la seconda risposta) il nostro non è un disco su Parigi né, tanto meno, un’ode alla capitale francese. Parigi è presa come emblema delle destinazioni della InstaGeneration, PostGeneration, come vuoi. In questo senso è tirata in ballo anche in “Face to Face”, dove entra a far parte dell’elenco stralunato di feticci che invochiamo prima di arrivare al ritornello.

 

“Do we” è il primo brano della tracklist, una sorta di ricerca del senso delle proprie azioni…

Più che altro è una specie di prologo al disco. “Paris” è un album che non arrivo a definire concept, ma che è attraversato da diversi fili conduttori, dal punto di vista tematico, che ritornano e si sviluppano attraverso le canzoni. Tranne che in “Do we”, che infatti è fra parentesi nella tracklist. Andava messa e doveva essere in apertura perché lì siamo noi che, prima di iniziare il disco ci chiediamo se ne abbiamo ancora voglia. Non voglio mettermi a lagnarmi tipo gli allenatori che perdono e danno la colpa all’arbitro, ma in “Do we” ci facciamo delle domande proprio perché sappiamo che quello che non andava continuerà a non andare. A fronte di tutto ciò, ne abbiamo ancora voglia? Il fatto che il tutto sia seguito da un album direi che è una risposta esauriente.

 

Che musica avete ascoltato durante la lavorazione di “Paris”? C’è un artista a cui vi sentite particolarmente legati?

Veniamo da ascolti molto diversi. Personalmente nel periodo di composizione di “Paris” ho pensato tantissimo agli Stone Temple Pilots. Non che abbia cercato di copiarli (magari ne fossi capace!) ma mi sono sentito molto vicino a quello che mi pare fosse il loro modo di intendere la musica, la composizione: tanta attenzione al suono quanto al contenuto armonico e alla varietà delle soluzioni. E un uso del phrasing da parte di Weiland che sfiorava la perfezione. Tengo a sottolineare come la sua scomparsa, arrivata proprio durante la lavorazione di “Paris”, sia una perdita di valore inestimabile. E sia stata spaventosamente sottovalutata. Come il loro catalogo, d’altronde.

 

Qual è il messaggio più importante che vorreste giungesse a chi ascolta il disco?

Che la musica è bella. Non necessariamente la nostra, ma la musica è bella. E le mode no.

 

 Suonate insieme da tanti anni ormai. Chi sono i Phidge oggi?

Sempre quattro tizi che credono che fare musica sia cercare di scrivere delle belle canzoni e di suonarle bene. Dei pazzi, essenzialmente.

 

Intervista a cura di Cinzia Canali

 

 

 

Autore dell'articolo: Cinzia Canali

Cinzia Canali
Cinzia Canali nasce a Forlì nel 1984. Dopo gli studi, si appresta a svolgere qualunque tipo di lavoro, ama scrivere e ha la casa invasa dai libri. La musica è la sua passione più grande. Gira da sempre l'Italia per seguire più live possibili, la definisce la miglior cura contro qualsiasi problema.