No New – I racconti rock della realtà dei Rough Enough in “Get old and die”

Hanno un nome inglese, il loro album ha un nome inglese e alcuni dei brani in esso contenuti sono in inglese, ma loro sono catanesi. I Rough Enough nascono dall’ossessione di comporre musica e la pretesa di scrivere testi di Fabiano Gulisano, che incontra la batteria di Gabriele Sinardi. Da qui è nato il primo album “Get old and die”, prodotto da Daniele Grasso. Il disco racconta la realtà che non dà nulla per scontato e con la quale dobbiamo fare i conti. Ritmi rock e punk si miscelano con suoni psichedelici e ci guidano in questa narrazione potente, compulsiva e reale.

 

Chi sono i Rough Enough e come si sono formati? Chi scrive i testi? Chi compone la musica?

La storia è davvero complicata. I Rough Enough sono l’ossessione di comporre musica e la pretesa di scrivere i testi, che ho sviluppato e che con diversi compagni di viaggio ho portato avanti. Il comune divisore è il suono sporco e diretto di chitarra e batteria. La musica è un concentrato di tutto quello che ho ascoltato finora e che poi si riassume nell’ispirazione e nello stato d’animo del momento presente, per questo ogni brano ha la sua atmosfera. Sia i buoni che i cattivi esempi in fondo indicano la direzione e formano i gusti.

 

Come è nato il vostro primo album “Get old and die” e cosa racconta?

C’era una demo, c’erano delle idee e c’erano le basi per tirare fuori un disco, ma le cose sono diventate serie solo quando ho conosciuto Daniele, il nostro co-produttore (Dcave Records). E da lì quasi due anni di lavoro, tra provini, bozze, testi nuovi, suoni da scoprire, cercando di apprendere quanti più consigli e dritte possibili. Anche l’uso dell’elettronica in studio, ad esempio, è stata una sorpresa: a furia di curiosare tra sintetizzatori ed effetti vari mi è piaciuta la commistione di “essenziale” (chitarra e batteria) con qualcosa di molto più “artificiale”.

Il disco racconta la realtà che percepiamo e con la quale bisogna inevitabilmente fare i conti. Dal nostro piccolo dover trovare un modo per sopravvivere e tirare avanti ogni giorno per non subire semplicemente, ma anche poter fare quello che ci piace, all’approccio arrogante dell’umanità in qualunque situazione. Racconta l’ammettere che siamo una specie invasiva e che il nostro modo di percepire la realtà non va mai dato per scontato. La convinzione che tutto sia qui ad uso e consumo della sola umanità e la nostra ossessione per l’individualità, per tutte le cose che crediamo pregne di significato e con le quali ci riempiamo la vita, per l’apparire ad ogni costo, per il denaro a discapito di tutto e di tutti. Siamo carnefici e vittime di una visione delle cose a misura d’uomo.

Get old and die perchè una volta nati si ha una sola via d’uscita e non c’è un traguardo. Accettare il decadimento fisico, delle facoltà mentali e delle aspettative, accettare che con noi muoiono tutte le esperienze, le conoscenze ed i ricordi che abbiamo cercato di acquisire per una vita intera con tanta fatica, forse ci consente di godere di più del momento presente, abbandonando tutto questo attaccamento morboso all’individualità.

 

Un disco con un titolo in inglese e che contiene anche pezzi in inglese e in italiano, perché la scelta di questo mix linguistico?

Get old and die, mi suonava bene all’orecchio e può benissimo essere un motto. “Invecchia e muori” suona più brutale, ma meno musicale. Inizialmente tutti brani avevano un testo in inglese ed io non mi sentivo in vena di cantare in italiano, pur essendo consapevole che scrivere nella mia lingua madre mi avrebbe permesso di adoperare molti più termini ed un linguaggio più ricco rispetto ad una lingua straniera. È stata una sfida: Daniele mi ha spronato a fare un tentativo e poi ci ho preso gusto. Così ora gli unici ad avere un testo in Inglese sono i brani i cui versi erano già emotivamente carichi e non avevo nessuna intenzione di stravolgerli.

 

Siete di Catania e avete realizzato questo primo lavoro proprio in uno studio catanese, cosa pensate adesso della scena musicale nella città?

Ci sono piccole realtà interessanti che tra mille peripezie fanno una fatica enorme per restare vive e creative, per promuovere la musica locale e per rimuovere la fuorviante diffusa sensazione che non esista nulla di valido dopo la Catania “Seattle d’Italia” degli anni ’90. Poi ci sono realtà meno interessanti, realtà pessime e tribute band.

 

Dove possiamo ascoltarvi live?

Stiamo organizzando i live per questa primavera. Lo saprete presto seguendo la nostra pagina Facebook.  

 

Federica Monello

 

Autore dell'articolo: Federica Monello

Allegra. Chiacchierona. Amante della musica. Appassionata di scrittura e cultura. Ballerina mancata che si rifà ad ogni party scatenandosi al ritmo di rock, reggae ed elettronica. Laureata in Lettere Moderne a Catania adesso studia Comunicazione e Cultura dei Media a Torino. Osserva, ascolta e rielabora tutto ciò che succede intorno a lei per raccontarlo.