No New – Il ritmo e il mondo delle percussioni di SerDrumk

Sergio Napolitano, in arte SerDrumk, ha sempre vissuto circondato da musica suonata e ascoltata, già da piccolo grazie al nonno che era un trombettista jazz. Il suo reale avvicinamento al primo strumento, la batteria, è avvenuto a 18 anni da lì è stata una continua scoperta del mondo delle percussioni. Fino ad arrivare al didgeridoo, fulcro del progetto che sta portando in giro per le piazze italiane e che diventerà a breve un disco. L’antico strumento aborigeno nelle sue mani diventa quasi un sintetizzatore che crea suoni elettronici e danzerecci. Consociamo meglio SerDrumk con questa bella chiacchierata.

Sei un batterista/percussionista, ci racconti come ti sei avvicinato a questo tipo di strumenti?

Nella mia famiglia la musica è sempre stata presente, mio nonno era un trombettista jazz professionista molto rinomato nel settore, quindi sono cresciuto in mezzo a strumenti e vinili, non mi restava altro che trovare lo strumento che più mi si addicesse. Il mio reale avvicinamento alla batteria è avvenuto all’età di 18 anni nella taverna di un caro amico, posto dove ci incontravamo principalmente per far festa e per fare quattro chiacchiere. Nella taverna era montata una vecchia batteria Hollywood degli anni ’50, l’attrazione è stata istantanea. In men che non si dica abbiamo improvvisato una mini band e iniziato a suonare “Have you ever seen the rain” dei CCR.  Da lì si è consolidato il mio amore per questo strumento ed è partito il mio percorso di studio, che poi negli anni ha visto la specializzazione presso l’accademia Lizard di Massa col maestro Stefano Carrara, personaggio fondamentale nella mia crescita artistica, mi ha supportato e sopportato per anni.
La mia curiosità mi ha poi spinto anche verso le percussioni, affascinato dal maggior contatto con lo strumento, visto che per suonarle non si usano le bacchette ma le proprie mani. Ho iniziato comprando uno djembè e cercando di inserirlo nel mio set. Poi ho esteso i miei studi suonando con un’orchestra samba, nella quale ogni singolo elemento suona un pattern (frase ritmica) molto semplice, ma che mescolato con gli altri crea un sound potente e travolgente. Qua ho imparato l’importanza del gruppo, e non del singolo, e la difficoltà di essere parte di un ingranaggio, nel quale il minimo errore comporta il dissestamento dell’intero ensemble. Il mondo delle percussioni può essere definito “infinito”, ne esistono di moltissimi tipi, di materiali e forme diverse. La percussione è uno strumento molto antico, il primo suonato dall’uomo, e ogni paese ne vanta decine di tipologie diverse. Negli anni ho cercato di approcciarmi a quante più tipologie possibili per espandere il mio linguaggio, dalle percussioni africane a quelle turche, da quelle egiziane a quelle israeliane ecc… una sorta di parco giochi per musicisti.

Hai lavorato come sonorizzatore a diversi spettacoli teatrali, in cosa consiste questo lavoro?

Per quanto riguarda la sonorizzazione di spettacoli di danza si parla di un dialogo tra ballerini/performer e musicista, una vera e propria conversazione dove i ballerini danzano sulla mia musica e io, osservandoli, cerco di trasformare i loro movimenti in ritmo. E’ uno scambio continuo, un lavoro molto stimolante che aiuta ad accrescere il proprio linguaggio musicale e la propria capacità di osservazione, dopotutto danza e musica sono due facce della stessa medaglia.  La sonorizzazione di spettacoli teatrali invece prevede più banalmente la presenza di un musicista in scena, anziché di una traccia mandata dal fonico. La mia esperienza in questo ambito è stata molto interessante, in particolar modo la sonorizzazione dello spettacolo “Nella terra della luna”, che raccontava le rivolte proletarie di fine ‘800 dei cavatori di Carrara. Dover creare un’atmosfera per raccontare fatti realmente accaduti e di un certo spessore storico è stata una sfida molto difficile.  Ho osservato per giorni le prove degli attori, il modo in cui il regista impostava lo spettacolo per capire come la musica potesse interagire con la storia che veniva raccontata. L’altra difficoltà è stata il fatto di essere in scena, e quindi dover rendere teatrale la performance musicale, ero parte dello spettacolo con costumi di scena e tutto il resto. Per questo spettacolo in particolare ho utilizzato il didgeridoo, l’udu (una percussione di origini nigeriane simile a un vaso di terracotta), un tamburo a cornice tipico dei riti sciamanici e il cajon, la stessa percussione che uso col progetto SerDrumk. Ho cercato di ricreare i suoni delle sommosse, degli scontri tra forze dell’ordine e cavatori, dell’estrazione del marmo che prevedeva l’uso di esplosivi ma anche di creare atmosfere per scene quotidiane, come il marito che comunica alla moglie che sta abbracciando la rivolta, andando probabilmente incontro alla morte.

Con il progetto SerDrumk porti per le piazze e strade italiane uno strumento antico e affascinante come il Didgeridoo. Come ti ci sei avvicinato e come hai imparato a suonarlo? 

Il didgeridoo è uno strumento che si trova facilmente in bazar o negozi di oggettistica etnica, ed è così che ho acquistato il primo. L’approccio iniziale è stato molto intuitivo, riuscivo ad emettere un suono decente e a fare qualche vocalizzo qua e là.
Poi mi sono imbattuto nel primo ostacolo: la respirazione circolare, ovvero la tecnica che permette di respirare mentre si suona, così da non interrompere il suono, una tecnica che ho sempre visto come inarrivabile fino al momento in cui ho conosciuto un ragazzo a Londra che me l’ha spiegata in modo semplice e intuitivo. Era il 2010 e da quel momento ho iniziato ad inserire il didgeridoo nei miei progetti. Non mi sono mai considerato un suonatore di didgeridoo, l’ho sempre concepito come un’appendice della batteria, uno strumento che mi permettesse di aggiungere al mio set un suono simile a un basso o a un sintetizzatore. Il mio approccio è sempre stato da autodidatta, aiutandomi con gli svariati video che si trovano su youtube. Con la pratica poi ho imparato qualche tecnica utile e l’ho resa funzionale ai miei scopi. Solo nell’ultimo periodo mi sto specializzando approfondendo la mia conoscenza dello strumento e delle svariate tecniche a disposizione, e mi sono accorto ancora di più che dietro al didgeridoo si nasconde un mondo sconfinato che vanta millenni di storia.

Nelle tue performance un suono così particolare diventa moderno e crea sonorità quasi elettroniche, come avviene questa trasformazione?

Questo dipende dal mio background musicale, la mia crescita artistica mi ha portato negli anni ad avvicinarmi alla musica elettronica, e quindi quando prendo in mano un qualsiasi strumento ho questo tipo di approccio: immagino di essere un dj e di avere davanti dei piatti, di poter mandare basi e, soprattutto, di dover far ballare il pubblico. Questo mi porta a vedere il didgeridoo come un sintetizzatore, e le mie percussioni come una drum machine che martella dall’inizio alla fine.
Nella cultura occidentale il didgeridoo è molto legato alla meditazione e alla musicoterapia, mentre nella cultura aborigena ha molte più sfaccettature. Diversamente da quello che si può pensare, le musiche popolari australiane suonate col didgeridoo sono molto ritmiche e elettroniche, quasi da rave, una carica di adrenalina e danza primordiale che difficilmente possiamo immaginare, essendo abituati a vedere il didgeridoo legato alla meditazione. Unendo questi elementi nasce quello che molte delle persone che mi seguono chiamano “dj set acustico”.

Progetti futuri in vista?

Indubbiamente continuare a migliorare e arricchire il mio spettacolo, poi ho due ambizioni: girare nelle piazze italiane e europee e suonare in quanti più locali e festival possibili. Nel 2017 uscirà il mio primo disco ed entrerò nel roster di Phonarchia Dischi, etichetta che produce già il mio progetto principale, Il Veneno. Metterò il mio progetto nelle mani esperte del produttore Nicola Baronti, altra figura fondamentale nella mia crescita artistica, persona che stimo molto e con cui collaboro da ormai 10 anni. Il resto si vedrà, la bellezza di questo mestiere è che riserva sempre molte sorprese, la maggior parte delle volte quando meno te lo aspetti, l’importante è essere sempre in movimento. Chi si ferma è perduto, questa è la cosa più importante che ho imparato in questi anni.

Intervista a cura di Federica Monello

Foto di Diego Bardone

 

Autore dell'articolo: Federica Monello

Allegra. Chiacchierona. Amante della musica. Appassionata di scrittura e cultura. Ballerina mancata che si rifà ad ogni party scatenandosi al ritmo di rock, reggae ed elettronica. Laureata in Lettere Moderne a Catania adesso studia Comunicazione e Cultura dei Media a Torino. Osserva, ascolta e rielabora tutto ciò che succede intorno a lei per raccontarlo.