No New – Un debutto all’insegna della spontaneità quello di Hide Vincent

Un album intimista, a tratti malinconico, in cui l’essenzialità è la caratteristica predominante. Mario Perna, in arte Hide Vincent, dopo una demo autoprodotta nel 2012, ha realizzato il suo primo e omonimo album. Prodotto da I Make Records, in questo disco troviamo dieci brani, dieci storie di vita, di comunione con la natura raccontati con sensibilità e delicatezza.

Arrangiamenti ricercati ma, al tempo stesso, minimali. Un lavoro in cui sembra si ricerchi principalmente un suono puro, essenziale. E’ così?

L’idea era assolutamente questa. La musica che scrivo è molto semplice, probabilmente potrebbe suonarla qualsiasi ragazzo al terzo/quarto anno di chitarra. In fase di arrangiamento, però, cerco di “complicare” armonicamente l’idea sonora del brano, per far sì che ci vogliano due o tre ascolti per carpirne ogni sfumatura: voglio sempre che un mio brano venga ascoltato più di una volta, sono convinto che quella musica di cui “si capisce” già tutto al primo ascolto, sia più facile da dimenticare, è come una fiammata che si spegne subito. Io spero invece che la fiammella della mia musica bruci per qualche attimo in più.

 

Il video di “Blood Houses”, primo singolo estratto dall’album, ti lascia quelle sensazioni di fragilità e malinconia che accompagnano un po’ tutti i brani del disco. Sei d’accordo?

La fragilità è la parola chiave di tutti i miei testi. Il videoclip di Blood Houses mira a creare una calma apparente pronta a sfociare nel caos e nel frastuono. Anche il brano è posto su questa chiave: strofe morbide e delicate che abbracciano poi un ritornello tagliente e metallico. È l’ambivalenza della natura dell’uomo: orrore e bellezza che si abbracciano. Nel videoclip i due personaggi vivono in una casa spoglia, piena di scatoloni, svuotata della sua essenza, così come è svuotato il loro rapporto, fossilizzato sull’incomunicabilità. L’assassinio “sanguinolento” che accade, meditato da entrambi (lui compie l’atto, lei prepara la sua stessa scena del delitto, ricoprendola di plastica, per non lasciare tracce), lascia nelle mani di quella bambina, che appare fugacemente di spalle al termine del video, prima anticipata solo dalla presenza di alcuni vestitini e disegnini alle pareti, il compito di fondere con uno sguardo all’orizzonte quei due mondi, tendendo delicatamente la mano al suo padre-assassino, infrangendone così la forza, in una catarsi ciclica. Per come lo leggo io il video, quella bambina rappresenta me in quanto compositore: rileggo nella mia vita tante cose, cose piacevoli e cose spiacevoli, e le racchiudo in un suono che ha in grembo mille sensazioni, tutte di pari dignità.

 

 

Da “Imperfection”, demo autoprodotta nel 2012, c’è stata indubbiamente una forte crescita artistica. Qual è stato il tuo percorso in questi ultimi anni?

È stato un percorso lungo e complesso, basato principalmente sull’ascolto e sulla ricerca di un suono personale. I brani della mia prima demo sono fin troppo eterogenei: sono stati scritti dai miei quindici ai diciotto anni, un periodo giovanile troppo turbolento per avere reale “concretezza”. Ho avuto anche una lunga pausa compositiva, dall’inizio del 2013 all’estate del 2015 non ho scritto nulla, ho riflettuto molto, ed è stata forse la cosa più importante.

 

“Black Poetry” è uno dei pezzi più suggestivi dell’album. Com’è nato?

Black Poetry è l’epicentro di tutto il disco: a metà tra una poesia e una canzone, come suggerisce il titolo. Più di quattro minuti con tre accordi e senza ritornelli, per me è stato come una grossa sudata notturna quando la febbre scende da 39 a 37. Il testo è intimo, molto personale, parla della necessità di trovare un luogo dove sentirsi al sicuro, non un luogo fisico, ma forse una persona, un ricordo, un sogno, una speranza, e la fatica della sua ricerca. In fase di arrangiamento, nello scrivere gli archi ho guardato alla musica classica est europea di fine ottocento/primi del novecento, di cui sono un estremo appassionato: melodie cupe e avvolgenti, fiabesche, fatte di orizzonti intoccabili.

 

Troviamo anche una cover di Damien Rice, “Delicate”, un cantautore molto vicino al tuo panorama musicale. Ci sono artisti che, in un qualche modo, hanno influenzato il tuo modo di comporre?

Più che gli artisti nelle loro interezze, sono singole canzoni o precisi album che lasciano il segno. Nell’edificare il mio universo musicale, la colonna portante è stata senz’altro “O” di Damien Rice, il cui brano d’apertura, non a caso, è proprio “Delicate”. Tra i lavori che mi hanno coinvolto particolarmente ci sono “For Emma, Forever Ago” di Bon Iver, e, in tempi più recenti, “Kindly Now” di Keaton Henson. Guardando alla mia infanzia invece, l’album simbolo della mia vita artistica è stato senza dubbio “The Wall” dei celeberrimi Pink Floyd.

 

La copertina del disco rappresenta una bellissima immagine di unione tra la natura e l’essere umano. Chi ha ideato questo artwork?

L’idea del mio volto che si fonde tra i rami di un platano autunnale è stata un’illuminazione che ho avuto un pomeriggio, mentre ascoltavo i primi missaggi dell’album, freschi freschi dallo studio. Tutt’un tratto m’è sembrata un’immagine necessaria, impossibile da ignorare. L’illustratrice Simona Fredella, che d’altronde è la mia compagna e che quindi ho l’immensa fortuna di avere in casa, ha così elaborato questa mia idea, sviluppando successivamente tutti gli altri incredibili disegni presenti nel libretto, i quali seguono tutti lo stesso concept.

 

 

Autore dell'articolo: Cinzia Canali

Cinzia Canali
Cinzia Canali nasce a Forlì nel 1984. Dopo gli studi, si appresta a svolgere qualunque tipo di lavoro, ama scrivere e ha la casa invasa dai libri. La musica è la sua passione più grande. Gira da sempre l'Italia per seguire più live possibili, la definisce la miglior cura contro qualsiasi problema.