No New – Un ritorno al Jukebox per Stella Burns

E’ uscito a settembre il nuovo lavoro del livornese Stella Burns, Jukebox Songs. Un album di cover che rappresenta il forte legame tra Stella e i suoi musicisti, i The Lonesome Rabbits. Un legame fatto di viaggi sui palchi di tutta Italia e nottate terminate a bere nei vari live club. Una dimensione intima e personale che però diviene globale e in grado di emozionare chiunque grazie al potere evocativo delle canzoni, agli arrangiamenti acustici e alla voce di Stella.

Intervista a cura di Cinzia Canali

In “Jukebox Songs” troviamo cover di brani famosissimi come “Bird on a wire” di Cohen o “Lucky” dei Radiohead, ma anche di pezzi poco conosciuti come “Key”, b-side di Mino Reitano, o “Pamela” di Little Tony. Come hai scelto questi dieci brani?

Con The Lonesome Rabbits, con cui suono dai tempi del mio primo disco “Stella Burns loves you”, condivido diverse passioni e influenze musicali. Tra queste, canzoni molto lontane tra loro sia per stile che per contesto. Questo non ci ha impedito di inserirle nei nostri live, per il puro piacere di suonarle. Ad un certo punto ci siamo resi conto che avevamo trovato una cifra stilistica in grado di rendere omogenei questi brani quasi come fossero stati scritti dalla stessa mano.  E Reitano, ad esempio, per quanto strano possa sembrare, è una forte influenza al pari dei Radiohead tanto da omaggiarlo (io e Franco Volpi, uno dei “conigli solitari”), anni fa, in un intero spettacolo a lui dedicato.

Perché un disco di cover invece che puntare su degli inediti?

L’idea di questo disco è nata per la strada, tra un concerto e l’altro. Io ho molto materiale inedito e sono all’opera per pubblicarlo prossimamente, ma ad un certo punto ci siamo resi conto che poteva valer la pena rendere ufficiale questo nostro modo di interpretare autori a noi cari registrandoli su disco. Un modo anche per sugellare una comune dichiarazione di intenti. Il lavoro che c’è stato sopra, se vogliamo, è stato per certi versi più impegnativo che per un disco di inediti e proprio per questo speriamo non venga invece considerato un lavoro di serie b perché di cover.

Un album che punta molto al mercato estero. Vedi più possibilità ed un’apertura mentale maggiore fuori dall’Italia?

Per la mia esperienza, avendo collaborato con molti musicisti stranieri, sia come Stella Burns ma anche con il mio progetto precedente Hollowblue, ci sono meno preconcetti fuori dall’Italia. Quando ho suonato a Parigi le persone non hanno fatto caso al fatto che fossi un italiano che canta in inglese. In Italia invece, per quanto dal punto di vista della stampa sia sempre andato tutto davvero  molto bene,  il pubblico fa più fatica ad accettare un progetto del genere. Se facessi un tour di un mese all’estero e tornassi in Italia forse cambierebbe la percezione delle persone. Ma nella mia storia musicale ho sempre avuto molta attenzione all’estero e diversi riconoscimenti. Ma non ho certo voglia di star sempre lì a puntualizzare la cosa. Preferirei che le persone stessero ad ascoltare quello che faccio o facciamo senza che la provenienza di un autore crei una differenza.

Hai scelto come primo singolo “Louie Louie”, sicuramente un brano di minor impatto rispetto ad altri contenuti nell’album. Come mai questa decisione?

Louie Louie è stato forse il brano più difficile da affrontare perché coverizzato in mille modi. Lo abbiamo registrato per una maratona tributo a questo brano, organizzato da una radio toscana: Orme Radio. Lo abbiamo scelto come primo singolo perché in genere le mie canzoni prediligono un lato piuttosto malinconico. Ci divertiva invece presentare l’album con la canzone che più di tutte abbiamo reso in modo ironico e leggero.

Il tuo pubblico come accoglie queste cover durante i live?

In genere molto bene. A volte alcuni non si accorgono che non sono canzoni che ho scritto io. Questo grazie al lavoro di arrangiamento che abbiamo fatto e certo… anche perché un brano che è una b-side di un 45 giri di Reitano, siamo in effetti in pochi a conoscerlo.
Tra quelle che facciamo, la cover dei Radiohead è quella che più capita di vedere cantata a fior di labbra.

Se potessi infilare ora una moneta nel juke-box, che pezzo sceglieresti?

Una canzone che non fa parte di “Jukebox Songs” perché non ci sembrava il caso di inserirla nonostante da qualche anno la suoniamo nei live. In quel momento specifico sarebbe sembrata però un’operazione furba ed era l’ultima cosa che avremmo voluto. Parlo di “Where are we now“ di David Bowie. Lui è la mia influenza primaria, il musicista senza il quale non sarei quello che sono e non parlo solo di influenza musicale.

 

 

 

 

Autore dell'articolo: Cinzia Canali

Cinzia Canali
Cinzia Canali nasce a Forlì nel 1984. Dopo gli studi, si appresta a svolgere qualunque tipo di lavoro, ama scrivere e ha la casa invasa dai libri. La musica è la sua passione più grande. Gira da sempre l'Italia per seguire più live possibili, la definisce la miglior cura contro qualsiasi problema.