No New – Un ritorno a galla per Angela Kinczly

Un rialzarsi dopo un lungo sonno durato circa tre anni. Angela Kinczly, l’artista italo-ungherese, è tornata sulle scene con Tense Disorder. Atmosfere elettroniche di stampo mitteleuropeo, dubstep e techno-ambient, queste le caratteristiche del nuovo album in cui fondamentale è stato l’incontro con Francesco D’Abbraccio degli Aucan  alla produzione artistica dei primi tre brani.

Ho intervistato Angela.

 

“Tense Disorder” cambia decisamente rotta musicale rispetto all’ultimo lavoro. Hai abbandonato la lingua italiana e l’approccio pop-cantautorale. Possiamo parlare di una vera e propria rinascita dopo una lunga pausa?

Rinascita o forse, più semplicemente, ripresa. La pausa è stata lunga ma soprattutto moralmente pesante, è stato un momento di recupero energie dal precedente lavoro nel quale avevo investito parecchio ma sentivo di avere ricevuto poco riconoscimento. Una pausa nella quale ho attraversato varie fasi che da una certa amarezza mi hanno condotta a una nuova consapevolezza e al desiderio di procedere lungo una strada lasciata in sospeso tempo prima.

 

Com’è nato l’incontro con Francesco D’Abbraccio degli Aucan?

È nato ancora all’epoca del loro bellissimo “Black Rainbow”, disco al quale ho avuto l’onore di partecipare nella traccia d’apertura “Blurred”, una delle collaborazioni più soddisfacenti del mio iter musicale. 

 

I primi tre brani rappresentano una sorta di concept. Ogni pezzo fa riferimento ad una problematica precisa: nevrosi, paranoia e stalking. Come mai questa decisione?

Non è stata una decisione a monte, ma dopo aver completato la produzione dei brani mi sono accorta che in effetti c’era un filo rosso che li legava e che riconduce a tre facce di un unico “male”: il progressivo mutamento/decadimento delle relazioni umane reali a favore di quelle virtuali, la mancanza di un connettivo sociale forte, di una solidarietà profonda e del rispetto tra gli individui.

 

In “Dark Secret Love” citi i versi di “ The Sick Rose” di William Blake. Cosa ti ha colpito di questa poesia?

Per William Blake ho avuto un interesse speciale nato ai tempi del liceo, in particolare di questa poesia mi ha colpito la visione che le parole sono in grado di ricreare così efficacemente nell’immaginazione, il contrasto tra la bellezza e il male che la divora mentre lei ignara lascia che questo accada scambiandolo per amore. L’ineluttabilità di una relazione simbiotica morbosa, l’assenza di un giudizio morale vero e proprio sul ruolo del male, che esiste proprio in quanto esistono il bene e la bellezza.

 

Nella quarta traccia “A Notion”, invece, ti ispiri al film dei fratelli Coen, “The Big Lebowsky”…

Un capolavoro di due registi che apprezzo enormemente, per l’ironia e la psichedelia, il senso di libertà dei protagonisti nel condurre la propria singolare esistenza seguendo ciascuno il proprio ineluttabile richiamo. Da un punto di vista strettamente musicale, A Notion è lontanamente ispirata al brano di Meredith Monk contenuto nella colonna sonora del film.

 

Sei l’autrice di tutti i testi. Quando scrivi ti rifai solo a spaccati di vita vissuti in prima persona?

Il mio vissuto è certamente il punto di partenza ma ricerco una dimensione collettiva, una risonanza col mondo che mi circonda, le persone, i libri, la musica, i film, la natura… tutto ciò che mi collega al mondo e all’umanità di cui faccio parte e che al tempo stesso trascende il qui e ora.

Autore dell'articolo: Cinzia Canali

Cinzia Canali

Cinzia Canali nasce a Forlì nel 1984. Dopo gli studi, si appresta a svolgere qualunque tipo di lavoro, ama scrivere e ha la casa invasa dai libri. La musica è la sua passione più grande. Gira da sempre l’Italia per seguire più live possibili, la definisce la miglior cura contro qualsiasi problema.