No New – Un tuffo nel calderone dei Rifkin Kazan’

Lo scorso novembre è uscito Disco Solare, il nuovo lavoro dei Rifkin Kazan’. La peculiarità della loro musica e del loro stile ma più in generale della loro identità ci ha incuriositi molto, così abbiamo deciso di intervistarli. Ne è uscita una chiacchierata-fiume davvero sorprendente. Buona lettura!

di Eleonora Montesanti

 

Rifkin Kazan’ è un’associazione di suoni e lettere molto peculiare. All’inizio l’unione tra questi due nomi sembra innaturale, ma, in realtà, è un binomio che suona bene.  Come lo avete scelto? Perché vi rappresenta?

Innanzitutto “ciao!” Grazie dell’intervista e buona lettura a tutti i carissimi interessati.

Il nome venne assemblato in modo puramente intuitivo/casuale  (a proposito di scelte casuali, basti pensare a “Handle with care”. Il titolo di questa canzone dei Traveling Wilburys fu scelto da George Harrison dopo aver visto questa scritta su uno scatolone). L’autore di tale assemblaggio fu Francesco, il nostro chitarrista-tastierista-cantante,
ispirato dall’accidentale incrocio tra la sua vista e due libri: uno di Jeremy Rifkin e uno a proposito della città russa Kazan’ (infatti inizialmente il nome del gruppo presentava l’apostrofo finale, che è andato perduto almeno nella maggior parte dei casi). In seguito a moltissimi “Eh?!” ricevuti da persone interessate a scoprire il nome del nostro gruppo, sembrava eccessivo e antipatico, dopo avere fatto lo spelling, concludere puntualizzando la presenza di un apostrofo finale. I riferimenti al regista Elia Kazan, visti da alcuni, sono puramente casuali.
Tornando al discorso principale, Alberto Motolese (entrato nel gruppo in seguito al basso e voce), ha creato un logo al momento utilizzato unicamente su una serie di magliette della band ormai esaurita, basato su un piccolo studio etimologico: Rifkin deriva da un nome ebraico femminile “Rifke/Rivka” (origine di “Rebecca”) al quale è aggiunto il suffisso slavo “in” (che dovrebbe significare “figlio di”, quindi “figlio di Rivka”) i cui significati sono “trappola”, “riva”
(significato richiamato anche dalla copertina di Disco Solare, nella quale Mitra nasce sulla riva di un fiume)  e “connesso”/”legato”(vedi “trappola”) dall’ebraico “ribhqeh”. La traduzione letterale della parola tatara “qazan” (Kazan) è “calderone”. Il risultante “calderone figlio del legare” (adattato: calderone “frutto” del legare) è stato reso in maniera abbastanza semplice sulle magliette, in cui compare un calderone legato sul fuoco.
Questa immagine è senza dubbio efficace anche per descrivere la nostra musica, che in parte nasce proprio dal “legare” molti generi e influenze.
Il calderone rende bene l’idea, inoltre, della “cottura” necessaria a rendere questi diversi elementi un’unica materia.
Il titolo “disco solare”, del nostro secondo disco, è stato scelto (tra i tanti motivi) perché presenta 11 lettere, proprio come Rifkin Kazan. Vi evitiamo le indagini sui valori numerici delle parole in questione, perché siamo i primi a detestare i cosiddetti “pipponi”. In fondo siamo dei cari e simpatici ragazzi.
Insomma, tutto questo per comunicare l’idea che “casualità” è spesso il nome dato a un ordine ancora oscuro.

 

Per la nascita del vostro secondo disco, Disco Solare, avete dedicato molto tempo allo studio meticoloso della composizione dei brani. Quanto è importante per voi la perfetta costruzione di un pezzo?

Diciamo che più che essere importante per noi, lo dovrebbe essere per l’ascoltatore.  Non c’è niente di più bello, per esempio, di quando si legge un romanzo, o si guarda un film, e ci si cala completamente nella storia, vivendola quasi in prima persona. Quando si ascolta una musica che emoziona o fa nascere un indomabile bisogno di ballare. Queste sensazioni, sono tanto più forti e spontanee nel pubblico quanto più è la sua ignoranza degli aspetti tecnici dell’opera. Ma perché questo accada, il -costruttore- dell’opera dev’essere tanto più meticoloso quanto più ci tiene al benessere di chi usufruisce della sua creazione. Se lo studio può essere definito “meticoloso”, è in nome della ricerca di questo risultato.
La costruzione di un brano o genericamente della musica, è analoga a quella architettonica (parere espresso anche da Nino Rota). Se una struttura architettonica è progettata male, non sta in piedi.  Fortunatamente, nell’ambito musicale, il “crollo” non mette a rischio la vita delle persone  (in realtà c’è chi sosterrebbe il contrario e non siamo sicuri di volergli dare torto). Ve lo immaginate un architetto che si prende la libertà di non essere meticoloso nel suo mestiere? Parlando di perfezione, si rischia di aprire una parentesi infinita.  A proposito, possiamo dire che la caratterizzazione di qualsiasi cosa è espressa proprio dalle imperfezioni. Nessuno raggiunge l’idea perfetta e ultraterrena di “musica”, tentando e -di base- sbagliando, si crea la propria versione di questo “volo di Icaro”.
Non è quindi nel nostro interesse la -perfetta- costruzione di un pezzo, perché consci delle nostre possibilità tipiche degli esseri non perfetti.
Il conseguimento della perfezione implicherebbe il raggiungimento di un traguardo oltre il quale è impossibile andare, le canzoni di Disco Solare rappresentano invece un nostro desiderio che è opposto alla stasi descritta, il desiderio di andare in qualche modo “oltre”. Più che il giungere a destinazione, lo stesso tendere, e il motore di questo movimento. Lo scoprire, la meraviglia. Esplorare le nostre possibilità e quelle della musica in generale. Esprimere nuove (almeno a noi stessi) emozioni, perché esiste anche un’emotività misteriosa connessa a questi brani. Siamo sempre rimasti affascinati, per esempio, dai quarti di tono utilizzati nella musica medio-orientale
(praticamente delle note extra, tra tono e semitono, non utilizzate nella musica occidentale.  Per capirci, è un po’ come l’aneddoto-clichè delle popolazioni talmente abituate a vedere neve da distinguerne con nomi diversi moltissime tipologie differenti). Quanto questi quarti di tono ci affascinano i tipi di emotività, difficili da comprendere per noi occidentali, messi in connessione con le melodie che li contengono. Punti di incontro, per dirne alcuni, tra felicità e tristezza, paura e gioia. Continuando con gli esempi: quando in una lingua si trovano termini non traducibili nella nostra, perché è intraducibile il concetto, è intraducibile …il modo di ragionare. Il che fa riflettere su quanti territori insondabili esistano. Questi sono i tipi di “moto” e di “sentire” che ci accompagnano nella creazione di un brano. C’è da dire che tra tutti questi motivi rimane sempre valido un discorso semplicissimo, ovvero: componiamo i brani in modo che ci piacciano.

Il tempo (è davvero molto?) dedicato alla composizione è servito, più che ad una vana ricerca della perfezione, a cercare delle soluzioni adatte a contenere tutti i nostri intenti e influenze. Questi ultimi e sono molti cadauno, sono molti perché siamo cinque, sono molti da inserire in un unico contenitore. Nonostante per alcuni si tratti di un lavoro tutt’altro che sintetico, e li comprendiamo, dal nostro punto di vista questi brani rappresentano una sintesi.
E’ paradossale come sia meno faticoso scrivere dieci pagine che una che le sintetizzi efficacemente.

Non abbiamo la presunzione di avere realizzato un’opera di grande valore,  ma siamo certi di avere messo tutte le nostre forze al servizio della migliore creazione di qualcosa. Come il linguaggio simbolico è utilizzato per comunicare l’incomunicabile, speriamo che i nostri brani comunichino la nostra piccola porzione, di incomunicabile. Sembra che la bellezza e la meraviglia amino dimorare all’opposto della comprensione, azione che solitamente tende a consumarle in breve tempo.

 

Sempre a proposito di questo, come nasce una vostra canzone? Lavorate prima sulla melodia o sui contenuti?

I contenuti appartengono alle nostre persone, la melodia è una delle tante parti della canzone. Crediamo che non debba esistere un metodo così rigido per vedere la creazione, questi elementi si possono alternare in più fasi, esistere contemporaneamente, uno può evocare l’altro, si può pensare ai contenuti corrispondenti a certe note, viceversa ricavare musica da rapporti matematici, immagini …contenuti. Come già accennavamo, il nostro metodo compositivo prevede l’unione di tutti i metodi compositivi utili al momento. Si improvvisa, si compone, si arrangia l’improvvisato, si improvvisano arrangiamenti. Per noi è di pari importanza la verità spontanea di un “flow” e l’arrangiamento frutto di calcolo ottenuto in diversi giorni. Vediamo la bellezza nel mondo, che è completo. Perciò di riflesso cerchiamo di creare brani che siano …tutti i brani.
E’ molto importante anche creare forme che si prestino all’azione dell’ascoltatore. Con l’ascolto, spesso inconsciamente, si effettuano delle deformazioni anche radicali della materia ricevuta. Vi è mai capitato di entrare in un locale e sentire un pezzo alla radio incredibile, stranissimo, mai sentito? Subito dopo vi siete accorti che stavate scambiando il battere con il levare, in pratica ribaltando il pezzo come un calzino? Proprio come uno stereogramma può essere visto emergere dal piano o scavare in esso? Ecco, questa sarebbe una tipologia di “azione” dell’ascoltatore che ci piacerebbe incoraggiare. Ovviamente nel nostro processo creativo influiscono le (…ma dai?!) influenze ricevute da ragazzi, le opere di artisti che ammiriamo, l’ispirazione irrazionale del momento  e le nozioni studiate al conservatorio o da autodidatta (la nostra sezione ritmica è autodidatta, gli altri sono “accademici”).
Abbiamo dato molto peso al fare sì, componendo, che ogni parte richiamasse l’insieme e viceversa. Spesso abbiamo lavorato come si usa fare nel cinema, proponendo variazioni di uno stesso tema. Ogni pezzo ha avuto la sua storia, e in percentuale è stato magari scritto più da alcuni che da altri. Diciamo che in generale amiamo passarci piccoli frammenti da fare assemblare o sviluppare dai compagni, per permettere al risultato di essere davvero collettivo.
Tramite gli altri si può davvero accedere a dimensioni che rimarrebbero segrete a un solitario.
Questo lavoro è riuscito a esprimere davvero il nostro insieme, nessuno di noi ci si riflette personalmente.

Il vostro stile è riconducibile a un’identità multipla, tra sonorità mediterranee, orientali, latino-americane, … Insomma, ascoltando il vostro disco si fa un po’ il giro del mondo! Come siete riusciti ad unire così tanti stili e generi in un solo disco mantenendo intatta la vostra identità artistica?

La nostra identità non è affatto intatta! Scherzo? Probabilmente il comportamento che sta per essere descritto rappresenta un’identità artistica ma… pensando a questa definizione viene da vederla come statica, restrittiva e soprattutto ripetitiva. Forse credere di avere un’identità artistica è un suicidio per un artista. Al giorno d’oggi (eeeeh… i bei tempi!) definirsi “artisti” è un po’ strano, soprattutto perchè è una parola che viene attribuita spesso alle personalità opposte. Forse insieme al periodico cambio di polarizzazione dei metalli nelle rift valley, il termine “artista” viene attribuito periodicamente a questa o a quella persona. Ho paura che qualcuno venga a picchiarmi adesso.
A parte gli scherzi, siamo felici che l’impressione ricevuta sia monolitica, INTATTA. Resta l’impressione di avere lavorato proprio per demolire l’idea delle nostre identità artistiche, forse demolendo le illusioni che la oscuravano. Resta molto lavoro da fare in questo senso. E’ il famoso “lavoro infinito” , che non è neanche così famoso, poi. L’unione di tanti stili diversi nasce dallo studio delle radici comuni. Quando si percepisce il seme, è facile ricondurvi tutti gli elementi di un albero. Non abbiamo la presunzione di avere una visione nitida dei Misteri della musica,
comunque proviamo a capirci qualcosa.
Una delle intenzioni dietro al disco, comunque, era proprio fornire una mappa storico-geografica interattiva della musica (sempre consci dei nostri limiti personali). Questo si ricollega alla nostra idea di Bellezza, e al nostro tentativo di creare un “pacchetto dati” più ampio e denso possibile, da trasmettere all’interno del tempo.
Ci piace credere che una delle funzioni della musica sia “passare il testimone”.
Oltre ai confini geografici, la vostra musica supera anche i confini delle discipline artistiche. Spesso, infatti, si sentono atmosfere in stile Twin Peaks, ma anche un po’ Bollywood e film polizieschi degli anni Settanta. Quanto è importante il cinema per voi? Chi è il vostro regista preferito?

Il cinema rappresenta l’unione di moltissime discipline creative, e questo riflette il nostro modo di creare.
Quindi il cinema è parecchio interessante per noi,  anche perché al suo servizio sono state collocate spesso le musiche altrimenti incollocabili. Nell’ambito delle colonne sonore è concessa una libertà superiore a quello dello spettacolo puramente musicale. Le maggiori sperimentazioni musicali, sono avvenute (ovviamente non solo) come colonna sonora. Tutt’ora si sente dire, all’ascolto di musica cosiddetta “sperimentale” : “starebbe bene in un film”. Oppure: “accompagnata da immagini sarebbe molto più fruibile”. Ma queste frasi spesso sono una traduzione di “mi sto rompendo le palle”. Non divaghiamo.
Amiamo Fellini e il suo Rota, come Lynch e Badalamenti. Carpenter, che si fa le musiche da solo. Argento e i Goblin.
Spesso, per affinità, grandi registi vengono accompagnati per tutta la carriera da grandi compositori. Ovviamente Morricone, senza niente da spiegare.
Non siamo degli amanti dell’ “il mio preferito è”. Conoscere il più possibile e allargare la visione.

 

Quali sono i tre dischi più importanti della vostra vita?

Disco Volante dei Mr.Bungle
Greatest Hits dei Creedence Clearwater Revival
Quadri di un’Esposizione eseguita dai Berliner Filarmoniker diretti da Karajan

 

Cosa c’è nel futuro dei Rifkin Kazan’?

Deciderlo adesso creerebbe solo aspettative insoddisfatte.
Sorpresa?
Parlando tra di noi, già adesso, esprimiamo spesso l’idea di voler comporre qualcosa di diverso.
L’azione che andrà per la maggiore sarà la sintesi, accompagnata dal “togliere”. Forse riusciremo addirittura a fare un disco pop? In questa band, nonostante la giovane età, siamo tutti musicisti che hanno avuto esperienze davvero varie. Ma il pop, ancora, non l’abbiamo vissuto. Forse faremo un disco di musica leggera italiana. Forse non siamo capaci. Forse faremo un disco uguale a questo! Sì, faremo un disco di riarrangiamenti, tutti shuffle, dei brani di Disco Solare.Suoneremo questi brani all’infinito, per tutta la vita. HORROR!
Grazie a tutti per l’attenzione!
Siamo molto contenti, vi salutiamo.

Autore dell'articolo: Eleonora Montesanti

Eleonora Montesanti

Nasce nel 1988 e rinasce il giorno in cui si imbatte, per caso, in un concerto degli Afterhours. Ci mette poco a capire che la musica è la sua vita: dopo la laurea in lingue e letterature straniere, Eleonora inizia a scrivere di musica per gioco e, da allora, sono passati 5 anni. L’altra sua passione, infinita e vitale, sono i cani.