No Report – Clustersun: Release Party at Zō

Nel 2014 i Clustersun pubblicavano “Out of your Ego”, album di debutto in cui la band catanese tracciava in maniera sin da subito convincente una personale strada allo shoegaze, presentandosi con una scrittura permeabile ad un’attitudine new wave declinata nella sua tonalità più scura. Se tre anni per alcuni possono essere pochi, per altri costituiscono un tempo sufficiente per il compimento di una rivoluzione interna, per raggiungere quel livello di maturità in fase compositiva e di densità del suono in grado di non sfigurare affatto con le migliori realtà del panorama internazionale indipendente. Questo è successo ai Clustersun con il nuovo album “Surfacing to Breathe”, uscito il 19 maggio anche questa volta per i tipi della Seahorse Recordings, celebrato con un concerto al Centro Zo di Catania il giorno successivo. La performance della band segna uno spartiacque tra un “prima” ed un “dopo”, tanto la visione personale di Marco Chisari, Mario Lo Faro, Piergiorgio Campione e Andrea Conti ha dato prova di smarcarsi definitivamente da meccaniche ancora non perfettamente allineate e da quei modelli di riferimento che in qualche misura appesantivano i brani di “Out of your Ego”.

La nuova sintesi della band è rappresentata da uno shoegaze mescolato ad un mood psichedelico di latente impronta Pink Floyd, alle decandenti pulsazioni post punk dei Joy Division e a dilatazioni soniche di deriva post rock. L’Auditorium del Centro Zo si è trasformato in una macchina onirica. Non appena le luci in sala si sono spente, il buio ha assunto una consistenza materica, ferito da lame di luce funzionali ad assecondare le traiettorie di un suono immaginifico nelle sue continue deviazioni. Dopo uno straniante loop di droni il viaggio è iniziato con la strumentale Don’t let the weight of your soul drag you down, la cui struttura circolare è attraversata da una lenta evoluzione in termini di consistenza e volume. La chitarra di Mario Lo Faro è onnipresente con i suoi riverberi modulati costantemente con la leva della sua Fender Jazzmaster a ricordare la tecnica di Kevin Shields dei My Bloody Valentine. La struttura ritmica, costituita dal drumming preciso e senza sbavature di Andrea Conti e dalle linee di basso di Marco Chisari, costituisce il vero cuore dark-wave della band a cui si unisce il tappeto di suoni creato da Piergiorgio Campione.

Al centro ci sono i pezzi del nuovo album suonato per intero e si avverte nel suono una grande osmosi e compattezza tra i musicisti. Se con Surfacing the Breathe si lambisce la psichedelia di scuola americana al pari di The Black Angels, nella set list spicca lo spleen liquido di Lonely Moon, gli intrecci mesmerici di The Whirling Dervish, l’epica drammaticità di Emotional Painkiller, vicina tanto ai Soft Moon quanto agli Interpol, ed Event Horizon con un connotato di fisicità maggiore rispetto alla resa su disco. Dopo Planar, arriva il bis affidato alla cover di Morningrise tratta da “Souvlaki” degli Slowdive, e a Nebula da “Out of your Ego”. I Clustersun hanno regalato una performance ineccepibile e superiore al livello qualitativo medio di molte band ammantate di hype all’interno della scena italiana. Forse i nostri avrebbero meritato un maggiore coinvolgimento del pubblico che non sempre ha restituito l’energia trasmessa. Ma sono solo dettagli di una serata di cui i Clustersun possono andare fieri.

Giuseppe Rapisarda

 

Autore dell'articolo: Giuseppe Rapisarda

Giuseppe Rapisarda
Avvocato, appassionato di musica. Da quando il padre gli regalò la cassetta di "Outlandos d'Amour" dei Police non ha più smesso di comprare dischi. Sa essere concreto anche se, di tanto in tanto, si rifugia in un mondo ideale sospeso tra le canzoni di Neil Young e le divagazioni oniriche dei romanzi di Murakami.