No Report – Dirty Night: una notte di live a tutto volume infiamma l’estate catanese

La torrida e intorpidita Catania di fine agosto è stata scossa, sabato scorso, dalle vibrazioni della Dirty Night, evento live organizzato dagli infaticabili ragazzi di Frankensound e Golden Catrame, e che ha visto alternarsi sul palco del Lido Oasis, alla Playa, il duo tedesco The Cheating Hearts e ben quattro acts etnei: Loveless Whizzkid, Claudio Palumbo, The Supersonic Heroes e Ravestar Supreme.

Lineup numerosa e stilisticamente variegata, location davvero gradevole e una leggera brezza a mitigare l’umido semi-equatoriale sono i presupposti di una serata che promette di risultare densa di ottime sensazioni. E la promessa risulterà ampiamente mantenuta.

Lo si capisce subito, non appena i Ravestar Supreme aprono le danze avvolgendo l’audience in una spessa coltre di fuzz e riverberi. La band è giovanissima, sia all’anagrafe che artisticamente (sono attivi da giugno del 2015), ma si muove a cavallo tra shoegaze, dreampop, psichedelia e post-rock con una maturità di scrittura sinceramente impressionante e assoluta padronanza delle masse sonore. Il cuore di un “fissatore di scarpe” non può che vibrare all’unisono con le bordate di Soluturn o l’incedere implacabile di Elephant: non semplici brani, ma vere e proprie suite che si articolano con dinamiche felicissime ed una texture mirabilmente stratificata, di sicuro la più complessa ed ardita tra quelle udite in questa Dirty Night. I quattro shoegazer hanno completato le registrazioni del primo album, ancora inedito, e stanno già rodando dal vivo nuovo materiale. Da tenere assolutamente sott’occhio: il potenziale è esplosivo.

Il tempo di un veloce cambio palco e la severa imponenza del muro di suono alzato dai Ravestar Supreme lascia il campo alla leggerezza indie pop dei The Supersonic Heroes, trio catanese con le radici ben piantate negli anni ’00 di Arctic Monkeys, Strokes, Kaiser Chiefs, Wombats. La loro performance, impeccabile per coesione, credibilità ed energia, si incentra sui brani dell’album di debutto Matryoshka, uscito l’anno scorso per Seahorse Recordings. Tempi in levare, melodie solari e ariose, e di colpo abbiamo tutti 15 anni in meno, con il piedino che parte in riflesso condizionato a battere il tempo. In prima fila si salta con la frizzantissima Isabella, mentre sul chorus della autoaccusatoria We’re Not The A.M. (chi ha detto Arctic Monkeys?) scatta il singalong collettivo e il divertimento diventa contagioso.

Pausa tecnica e si volta nuovamente pagina. Sul palco compare la sagoma dinoccolata di Claudio Palumbo, chitarra acustica come arma da offesa e occhio spiritato. Il Nostro è artefice di un cantautorato infetto dal più alienato, nichilista ed abrasivo spirito punk. Con gli album Fa che mi spii dalle finestre (2012, Deewa Records etichetta immaginaria), Tutti ci scoglionammo a stento (2014, Doremillaro (sb)Recs) e l’ultimo Blank Iugoslavia (2016, Golden Catrame) ha portato avanti la destrutturazione/distruzione di qualsivoglia forma ed estetica della canzone, mascherando dietro filastrocche surreali e ballate insolenti un venefico impeto espressivo. Un Rino Gaetano resuscitato, alimentato a peyote, caffè e Xanax, privato del sonno per tre giorni filati e sottoposto ad un frontale con un’autocisterna dell’espurgo pozzi neri non sarebbe comunque in grado di raggiungere l’angst e il monumentale scazzo di Claudio Palumbo. Il suo set apre un canale comunicativo sbilenco ma direttissimo con l’uditorio: posso leggere i testi di La crème de la crème o dei più recenti Basmati e La Madonna è mia dal labiale di diversi ragazzi tra il pubblico, magnetizzati dal “punkautore” e in piena catarsi lo-fi. In chiusura l’annuncio di un nuovo lavoro all’orizzonte, dal titolo Agricoltura rubata alle braccia. Waiting for it.

Si manda giù un drink ed i Loveless Whizzkid sono già pronti a sciogliere le redini del feedback. Il trio etneo è ormai una realtà saldamente affermata nel panorama alternative italiano, grazie ad una proposta che distilla un autentico e strutturatissimo sound 90’s, ottenuto miscelando in parti finemente bilanciate lo-fi, noise, psichedelia, shoegaze, post-rock, fino quasi a lambire i confini dell’hardcore. Prova ne sia l’ottimo riscontro che ha accompagnato l’album d’esordio We were only trying to sleep (2013, Seahorse Recordings), così come il successivo, e ancor più a fuoco, EP Name improvements for everyday stuff (2015, Hopeful Monsters). La pedagogia musicale a cui immagino siano stati esposti Davide Iannitti, Gabriele Timpanaro ed Enrico Valenti è roba da assegnazione congiunta di Premio Montessori e John Peel Award: i tre ragazzi sono venuti su costituiti al 90% di Sonic Youth, Fugazi, Pavement, Sebadoh, Slint, Dinosaur Jr, e per il restante 10% di acqua. Ce ne si rende conto man mano che il set scorre via tiratissimo, compatto: sembra quasi di scorgere Stephen Malkmus e Lou Barlow sorridere compiaciuti di fronte alle mazzate di Talking to strangers o alla nenia psichedelica di Fit for a windy place. La performance regala anche un brano inedito, davvero convincente, che lascia ingolositi e curiosi per l’uscita di nuovo materiale.

Si arriva così al’ultimo giro di giostra della Dirty Night, che vede protagonista il duo The Cheating Hearts, proveniente da St. Pauli, quartiere portuale di Amburgo a fortissima vocazione musicale. Stu Black (chitarra e voce) e Valli Buder (batteria e cori) guadagnano il palco sulle note di una surreale marcia nuziale, autoproclamandosi cantori di storie d’amore finite male e tradimenti assortiti. Catturano da subito l’attenzione: lui è un Clark Gable rockabilly privo di complessi sulla forma fisica; lei, in abito da sposa e Chuck Taylor, sfoggia un campionario di mimiche facciali letteralmente irresistibile. Questione di istanti, ed il siparietto introduttivo lascia spazio ad un vero e proprio baccanale garage punk dal tiro micidiale: la chitarra di Stu sforna enormi e quintessenziali riff rock n’roll, interagendo con il drumming minimale, ma efficacissimo, di Valli. L’alchimia tra i due produce perle dal groove incontenibile: neanche un paio di brani e la platea diventa teatro di danze sfrenate e pogo incontrollato. Attorno a me volano persone, birre e drink vari, mentre la scaletta dei The Cheating Hearts attinge dalle canzoni dell’ LP Fuck Love (uscito nel 2014 per la londinese Thrash Wax Records), in un continuo crescendo di entusiasmo. Nelle pause tra un pezzo e l’altro si rifiata e ci si diverte con il rito della pettinata di Stu, che dopo aver messo in ordine il ciuffo impomatato lancia il pettine verso il pubblico, ansioso di conquistare la reliquia. La setlist è lunga ma Stu ha in tasca un numero di pettini tale da sfidare le leggi della fisica applicate ai pantaloni e sufficiente per rifornire un franchising nazionale di barberia. La coppia di Amburgo finisce in tripudio e concede ancora due intensissimi bis, prima di abbassare il sipario sulla Notte Sporca.

Bilancio: cinque band in grado di offrire uno spettacolo eterogeneo e validissimo; location confortevole ed azzeccata; ottima risposta di pubblico, sia in termini di affluenza che di entusiasmo un’organizzazione che, a dispetto delle indubbie complessità di gestione per una lineup così numerosa, ha mandato in porto una serata davvero godibile sotto ogni punto di vista. Insomma… More Dirty Nights in Catania, please!

Report a cura di Mario Lo Faro

Autore dell'articolo: Mario Lo Faro

Mario Lo Faro

Mario Lo Faro nasce, cresce e fa i bagni a Catania. Di giorno esercita la professione di avvocato, mentre di notte tortura chitarre e infligge la sordità a se stesso e a chi si trova nel raggio di 10 km dal suo ampli. Organizza la sua esistenza in funzione della musica, suonata e ascoltata.