No report – I bagliori de Le luci della Centrale Elettrica a Catania

Sono circa le 20:20 quando mi appropinquo ad entrare all’ex Monastero dei Benedettini per il concerto de Le Luci della Centrale Elettrica e già una discreta fila di ragazzi intorno alla ventina mi ricordano che sono nel posto sbagliato al momento sbagliatissimo: rubo mentalmente l’adagio del sergente Murtaugh (interpretato da Danny Glover in Arma letale), mi posiziono in fila, entro. Ne vedo una cinquantina in coda e ne vedrò tra i 300 e i 400 assieparsi, più o meno larghi in prossimità del palco, per tutta la serata: che è quella realizzata sotto il moniker “Rocketta” che vede ormai da decenni nel suo fondatore e mentore quel Paolo Mei che, senza alcuna tema di smentita, ha collocato e – in alcuni casi – sdoganato, la musica alternativa italiana e non in tutta la Sicilia orientale.

La sensazione di sentirsi vecchio e fuori luogo si amplifica sempre di più, fino al primo, naturale, spasimo che coincide con l’entrata sul palco del primo evento della serata (potrei chiamarlo gruppo o artista di supporto, ma l’accoglienza che il pubblico gli riserva elimina sul nascere tale facoltà): Alì, al secolo Stefano Alì. L’artista, catanese di nascita, siracusano di domicilio e adozione, snocciola i brani del proprio repertorio prendendo a piene mani dai due dischi editi “La rivoluzione nel monolocale” e “Facciamo niente insieme”: quello che arriva dal palco è una proposta assolutamente in linea con i gusti del pubblico, con la proposta della serata, ovvero un pop elettroacustico in cui la parte del leone la fanno le basi di Dario Blatta che sostituisce alla batteria acustica dei loop abbastanza coinvolgenti in seno ai quali la chitarra e la voce di Alì s’inseriscono, man mano che il set arriva a conclusione, sempre più in maniera congruente, dopo un inizio abbastanza incerto, soprattutto nell’intonazione del Nostro. Non sei speciale, Occupati di me (accolta da una piccola ovazione), Calze a righe, A me piace il mare quando è sera, Ufo si dipanano sulla scaletta in maniera molto credibile ed ordinata, il pubblico gradisce e dimostra di conoscere abbastanza bene la proposta di Alì. Chiusura, saluti, ringraziamenti, selfie spalle al pubblico (e andiamo a condividere che saremo pure cantautori ma la foto con il pubblico delle grandi occasioni fa promozione) e ci vediamo presto.

Cambio palco, saluti dello staff di Rocketta, Paolo Mei e Renato Mancini che cazzeggiano on stage in attesa del main event, le luci si spengono e si accendono Le Luci.

La band prima, Vasco Brondi a seguire, salgono sul palco accolti da un’ovazione esplosiva e crescente, i telefonini crescono di numero e intensità di risoluzione per immortalare in movimento e – si presume condividere – le gesta del piccolo veneto che parla, descrive e declina in ogni sua sfaccettatura artistica qualunque concetto che possa riempire le vite della maggior parte dei post adolescenti che mi circondano (in verità ho visto cantare, con occhi ben chiusi, più di un ultra quarantenne). Quello che impressiona è la bontà e la precisione del suono: ogni elemento vocale, strumentale – anche quello appena sussurrato – è perfettamente distinguibile da ogni parte della platea (splendidamente incastonata tra il barocco della parte antica della struttura ex monastica e la parte più recente che offre ospitalità a quegli studenti che, per la maggior parte, costituiscono il pubblico di stasera). In tutta questa precisione sonora emerge in maniera inoppugnabile il patrimonio compositivo di Brondi, e non c’è possibilità di errore: tutto è così chiaro e distinguibile che non puoi pensare di avere sentito male, anche per gente avanti in età come chi scrive.

I brani de Le Luci della Centrale Elettrica, insomma, scorrono via con la semplicità armonica che li contraddistingue, non c’è una variatio che sia una, tutto è già scritto e non c’è un solo accordo che non ti aspetti. Mai una sorpresa. Né qualcosa che distolga dal torpore vigile in cui ad un certo punto riconosco di essermi trovato. Il passaggio dal maggiore al minore è solo un problema di relative, nel senso che l’armonia di base non cambia. MAI. Come, drammaticamente, non cambia mai il cantato di Vasco Brondi che fa di tutto per rimanere quanto più inquadrato in una “melodia” che non muta: anche laddove il brano in esecuzione gli consentirebbe uno spazio maggiore per declinare le sillabe, per appoggiarle all’attenzione dell’ascoltatore, per far sì che tutto diventi meno ostinato, Brondi mitraglia di parole il suo pubblico. Ma l’audience gradisce e pure tanto.

E’ un problema “generazionale” inteso come genere musicale: il nuovo cantautorato italiano (lo chiamo così, senza virgolette, perché di questo si tratta) mira dritto al cuore dello studente fuori sede, punta alle sue ansie – vere o molto presunte che siano – lo crogiolano nel suo stesso brodo, perché è un brodo caldo, non primordiale, ma di certo materno. Ed è, quindi, un’elegia della precarietà – sempre più presunta che vera – di canzoni d’appartamento (meglio se in edilizia popolare) di campagna, e compagni, e così via dicendo. Tutto frullato a beneficio di spettatori placidamente entusiasti che si esaltano davvero solo quando il loro eroe alza un po’ il livello vocale per sottolineare alcuni passaggi, evidentemente, ritenuti particolarmente poetici o lirici. E che finiranno sui diari, reali o timeline che si voglia.

Come quando, in “Waltz degli scafisti”, Brondi dice “gli scafisti si orientano con le stelle/
le nostre storie sono troppo belle, non cercare di capirle
” la gente alza le mani ancora più alte al cielo, come i telefonini, in un pathos davvero incomprensibile, ma che evidentemente trova nelle giovani menti terreno più che fertile. “In una città cinese in Africa
una cometa è caduta in una zona disabitata
senti la distanza nel cammino tra le tue origini e il tuo destino
senti le profezie i canti dei muhaizin e delle tifoserie
” (sempre da Waltz degli scafisti): a fronte del fatto che il sottoscritto si è ritrovato a sorridere abbastanza sguaiatamente, l’audience intorno appariva sinceramente rapita. E chi glielo va a dire che gli scafisti hanno i gprs?

Non si può spiegare l’arte, non si possono, né si devono spiegare le canzoni. Non si può negare a Vasco Brondi di conoscere il proprio pubblico, di averlo quasi creato e di condurlo dove vuole, sapendo ciò che vuole e/o gli serve e fornendoglielo anche in maniera onesta. Ma appare davvero troppo poco e non perché sia poca l’offerta (attenzione: è poca, ma non è il problema cruciale): è poco quello di cui si accontenta il pubblico, talmente abbacinato dal nulla nel quale si è venuto a trovare che non è più in grado di dire: “Vasco, ma che viene a dire?”.

Non c’è critica, di nessun tipo: accettazione mera di un’epifania abbastanza attesa. Eppure c’è un momento davvero cruciale ed è quando Brondi resta solo sul palco, chitarra e voce e ripesca un brano vecchio, verosimilmente del primo ep del 2007: lì emerge il talento, la genuina ricerca dell’espressione di un disagio personale non ancora mutato a clichè generazionale. Lì ho sentito un artista vero. Ma è stato un lampo. Per il resto dall’ultimo album “Terra” vengono proposte Coprifuoco, Qui, Waltz degli scafisti, Chakra, Stelle Marine fino al bis di A forma di fulmine, intervallate da Cara Catastrofe, Un bar sulla via Lattea, Ti vendi bene e Quando tornerai dall’estero: tutto ineccepibile, tutto senza sorprese, tutto a misura di studente universitario tutto chiacchiere e Pueblo da arrotolare. Il sergente Murtaugh aspetta fiducioso Vasco alla prova della maturità, quella vera.

Filippo Basile

 

Autore dell'articolo: Filippo Basile

Filippo Basile
Filippo Basile nasce e resiste a Catania, dividendosi tra l’amore mai sopito per la musica (ascoltata e suonata) e l’appassionata attività forense . Consapevole che la musica brutta esiste eccome, ricerca sempre quella migliore, pur sapendo che per trovare l’oro bisogna cercare tra rocce e fango.