No Report – I Days festival: i Radiohaed e un altro tipo di felicità

I Radiohead hanno attraversato la storia dei propri successi e hanno soddisfatto proprio tutti.

Abbiamo aspettato a parlare del concerto del 16 giugno dei Radiohead. Volevamo goderci fino all’ultimo la seconda data italiana del tour di quest’anno grazie all’opportunità di rivederlo direttamente sul canale ufficiale dell’I Days festival lo scorso lunedì. I sentimenti che hanno provato le circa 55 mila persone durante il concerto sono state completate dalla visione degli immancabili movimenti spasmodici di Thom Yorke che scandiscono i ritmi elettronici ancor meglio del suono.

“Siamo pronto?”  “Eccolo”

Le note acustiche del pianoforte di Daydreaming ci aprono le porte alla presentazione del nuovo disco A Moon Shaped Pool, pubblicato circa un anno fa. L’inizio del concerto è sospeso.  L’attesa e la contemplazione di chi ha atteso da tanto questo momento e di chi inizia a conoscere i Radiohead dalla moda dell’ultimo anno riempiono l’autodromo.

Il sole tramonta e insieme a lui molti dei cellulari che dovevano immortalare l’inizio di questo evento decorato da nuvole rossastre. La chitarra acustica di Desert Island Disk trasporta con calma verso la terza canzone tratta dal nuovo disco: Ful Stop, grazie alla quale si entra nel vivo del concerto. Subito dopo, cosa che ci aspettavamo, sono partite le note di Airbag, la prima traccia di OK Computer: l’album più famoso che proprio quest’anno compie vent’anni e che senza dubbio merita di essere celebrato fino alla fine del concerto. Nel frattempo i Radiohead percorrono tutti i dischi più maturi della loro storia,  stupendo ogni singola persona con scelte perfette, facendo capire la loro crescita fino a questo momento in cui si possono ascoltare canzoni elettroniche, acustiche, ritmate o tranquille con la stessa intensità. E così hanno attraversato In Rainbows, Kid A,  Amnesiac, creando un magnifico equilibrio tra la perdizione più completa al movimento frenetico di 15 Steps e la tranquillità un po’ malinconica di All I need e Nude, che hanno dato il permesso di godere anche di qualcosa che è triste.

La prima parte si conclude con Paranoid Android e si comincia a percepire che questo concerto stia per finire, ma visto l’entusiasmo generale Thom Yorke e gli altri si trattengono sul palco per altre otto canzoni, fino alla sorpresa che nessuno si aspettava: Creep. La canzone dei primi amori finiti e di chi ha vissuto le difficoltà giovanili negli anni ’90; la più cantata dal pubblico e, ovviamente, la più immortalata e registrata in quest’occasione dai cellulari.

La chiusura di questo concerto non può che essere accettata grazie a Karma Police. L’hanno cantata tutti dall’inizio alla fine insieme a Thom Yorke, che decide di concludere la performance in solitudine con la propria chitarra sul palco, lasciandoci con l’eco infinito dell’ultima frase Phew, for a minute there, I lost myself, I lost myself”.

Ci siamo persi nella storia dei loro successi, vecchi e nuovi. Abbiamo capito di poter trovare la bellezza anche in situazioni che ci fanno stare male. Abbiamo amato la voce di Thom Yorke che, oltre ad averci fatto divertire con brevi frasi in italiano poco corrette, ha cantato divinamente ogni singola canzone. Ci siamo innamorati nuovamente dei Radiohead, ci siamo innamorati di un altro tipo di felicità.

Autore dell'articolo: Anna Vezzosi

Anna Vezzosi

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