No Report – Matteo Fiorino ci racconta il suo tour in Sicilia: “Sud del Sud”

Abbiamo provato a fare un esperimento. Tutto è nato da un “e se fosse l’artista a raccontarci il suo tour?” Siamo stati fortunati nel trovare in Matteo Fiorino non solo un grande artista, ma anche un abilissimo narratore, che ha da subito mostrato la sua disponibilità nel mettersi in gioco, portandoci con lui in questo tour siciliano.

Sud del Sud – Matteo Fiorino

Non avrei mai creduto che in treno si potesse soffrire il mal di mare. Invece succede, se nello stretto di Messina c’è onda. Un traghetto col ventre solcato da rotaie inghiotte il treno a Villa San Giovanni per risputarlo a Messina Centrale tre quarti d’ora dopo. O viceversa. Penso a Geppetto e Pinocchio nella balena, penso a Giona nella balena. Scendo dal treno e salgo la rampa fino al primo ponte. L’unico bar vende arancini al ragù fatti senza amore ma tenuti in caldo. Li mangio sia all’andata che al ritorno. Saranno gli unici arancini che mangerò in tutto il viaggio e il più immediato motivo di accorata derisione da parte dei siciliani: “Eheh, ci siamo passati tutti su quel traghetto a stomaco vuoto”.

Non ho il tempo di vedere Messina, dove suono alla libreria bar Colapesce, davanti a un pubblico molto attento. È il mio primo concerto in Sicilia, e mi sento straniero, ho paura di dire qualcosa che possa turbare o infastidire, qualcosa che magari a nord fa ridere un casino ma qui fa scoppiare un casino. Per prendere le misure con l’isola, calco subito la mano sul monologo del conflitto tra morale e istinto, causa di mancate occasioni per scopare. Il pubblico impassibile. Attacco Madrigale odiando la batteria elettronica per la sua natura meccanica, incapace di empatia, e difficile da assecondare senza una cassa spia. Di tutti i brani in scaletta la gente apprezza soprattutto quelli vecchi. Spingo il disco vecchio. Dico al microfono che allora spingo il disco vecchio. Applauso. Ne venderò una copia, esplicitamente richiesta. “Piaceresti molto al sud”, è una frase che anni fa mi sentivo dire spesso e di cui forse ora capivo il senso. Il melos verdiano declinato in attitudine punk istrionica. Non saprei.

Di certo la mia attitudine punk si manifesta molto meglio il giorno dopo, davanti al pubblico indifferente di un primo maggio nella campagna di Rosolini, dove producono un moscato secco, una contraddizione in termini, eppure molto bevibile. “Come roba di applausi fate cagare il cazzo”, mi esce dal cuore, disperato per la mancanza di applausi ancora all’ottava canzone. Dopo di me, un gruppo ska festaiolo venuto apposta dalla Calabria per far ballare la gente ad ogni costo. Dopo un paio di brani a vuoto, “ohhh raga, ci siete? Ci siamo fatti quattrocento chilometri cazzo! Avvicinatevi!”. Funziona, Bruno and the Souldiers vincono la sfida contro il pubblico ragusano. “Mattè, non la devi prendere sul personale, i ragusani non applaudono mai. Pensa che una volta Battiato durante un concerto a Ragusa ha detto ‘fate schifo’, perché il pubblico non applaudiva mai” mi spiega Dalila, l’unica presenza amica di questo primo maggio.

Con Dalila eravamo colleghi a scuola lo scorso anno a Torino, ed è bello rincontrarsi qui, anche se il pubblico è una merda, anche se l’eroica organizzatrice, dopo aver raccolto feedback su di me tra i presenti, mi rivela che in realtà sono piaciuto molto. Bene. “Dalila, portami via!”. Dalila e i suoi amici mi portano a Modica, città del cioccolato, poi a Pozzallo, un paesino a sud del sud, bagnato dal Mediterraneo, dove vive e lavora Dalila, che ci ospita tutti. Chiudiamo in bellezza a bere seduti fuori da un bar. È una serata mite, dolce, come dovrebbe essere sempre di maggio. Si respira la rilassatezza della festività prossima allo spegnersi, dopo una lenta giornata di cose e persone, per semplice autocombustione, come una candela. Il barista manda due volte la “Cumbia sobre el mar” di Quantic & Flowering Inferno. Ci sentiamo fortunati.

Ero partito con la certezza di trovare l’estate o almeno un suo antipasto. A Roma avevo imparato che il maggio del centro-sud è come il nostro giugno. In valigia avevo camicie, t-shirt, un costume e nemmeno un maglione. L’ottimo proposito di fare il primo bagno dell’anno a sud del sud viene soffiato via da un Grecale punitivo che gonfia il mare, spegne il sole e svela tutto lo squallore dell’edilizia popolare e dell’incuria. Penso che i siciliani dovrebbero essere meno orgogliosi della loro identità e più rispettosi della loro terra. Penso che il sud è un posto inutile se non c’è il sole, penso alle mille contraddizioni e sento nascere in me il disagio della periferia dell’isola, dove la gente è abituata a parlare metà dialetto e metà silenzio. In attesa del pullman per Catania, mi fermo in un bar tavola-calda a mangiare le scacce. Faccio per prendere da bere ma il frigo è chiuso con la serratura di un cancello. Il banconista mi dà il tiro, come al citofono, il frigo si apre, il disagio cresce.

Su Catania il cielo è grigio. Piove. L’aria è umida. All’ostello vengo accolto da due stranieri biondi con gli occhi azzurri, lui sudafricano, lei belga. Non mi ero sentito così tanto in Belgio nemmeno quando sono stato in Belgio. Mi spiegano che sono volontari, che è un modo per  imparare l’italiano  e mi dicono tutto questo in italiano. Ma ormai ho deciso: Catania è una città del nord. La antica Catania venne distrutta alla fine del Seicento da un terremoto molto violento e quella che si vede oggi è la città moderna: ortogonale e monumentale, come Torino o Trieste. “Ad angoli e a spigoli sarà pensata e costruita ogni città” canta Paolo Conte in “Nord”, per l’appunto. Sulla carta sarebbe anche la città più viva, giovane e culturalmente attiva dell’isola ma oggi è il 2 maggio, il tempo è brutto e nessuno fa niente. La sera non piove e non devo suonare. Provo a perdermi per la città ma è difficile perdersi in una città dalle strade a graticola.

Un indolenzimento all’altezza del femore mi ricorda che sul pullman da Pozzallo a Catania ho dormito con le gambe tenute di lato e pure accavallate. Poco spazio tra i sedili più pessime abitudini posturali. Cammino male. 

Prima di rientrare in ostello, faccio in tempo ad innamorarmi di via Crociferi e a salire fino a piazza Dante, dove trovo un bellissimo chioschetto stile “Italia triste” anni settanta, che vende un ottimo seltz, la tipica limonata col sale.

Durante la notte un dolore muscolare acutissimo mi sveglia ogni volta che provo a cambiare posizione. Unica consolazione, il soffitto della camerata, affrescato in epoca barocca con figure allegoriche incorniciate da finti scorci prospettici di edicole marmoree e arcate dorate chiuse da nicchie verde smeraldo, scavate a loro volta da esagoni alternati a cerchi. Penso al senso dell’opulenza che per secoli ha dominato la gente di quest’isola, che è stata il centro del mondo, alla sua cucina, al decorativismo mostruoso nel senso di “portentoso”, all’horror vacui. Penso che noi liguri siamo il popolo meno godereccio d’Italia. Troppo sobri ed oculati. Invidia mista a dolore. 

Faccio la colazione più lenta della mia vita e chiamo il mio osteopata. “Cruralgia, amico mio. Una meraviglia.” Mi consiglia di farmi iniettare un antidolorifico potente per via intramuscolare. Compro Voltaren e siringhe. Un ambulatorio mi rifiuta dopo un’ora di attesa. “Pronto soccorso” dico al tassista. Gli spiego che la sera devo suonare in provincia di Enna, il giorno dopo a Catania, il giorno dopo ancora a Palermo. “L’ultima volta che sono finito al pronto soccorso, nove ore mi hanno tenuto. Si metta l’anima in pace perché stasera sarà ancora lì dentro”, mi dice nel suo forte accento, mentre ridendo incita la ribellione stradale a colpi di clacson, “piove dieci minuti e la città si blocca”.

Tra le “cose da non fare al sud” la prima è sentirsi male. Inizio così il mio breve ma intenso viaggio nella sanità del sud, che poi è un po’ come la nostra. A tutti quelli che in base al mio accento mi credono nordico, spiego sempre che “Spezia è diversamente sud: ottimo clima, lentezza endemica, pessima sanità”. Mi danno un codice verde, il più basso. Davanti a me, poca gente. In accettazione un signore mi consiglia di entrare nell’altra sala da attesa, quella con i lettini, “per far vedere che è una cosa seria”.

Trovo un lettino libero, un po’ defilato, su cui sdraiarmi. Ogni movimento è quello sbagliato, il dolore insopportabile. Mi sento un vecchio che fa la vita di un giovane “e guarda poi cosa ti succede!”. A fianco a me, separato da una tenda di gomma blu, su un altro lettino un anziano deperito, coperto da una termica giallo cromato uguale all’incartamento delle uova di Pasqua. A intervalli regolari impreca con forte pathos in dialetto, sconfortato dal timore che lo staff si sia scordato di lui. Un giovane infermiere uguale a Luciano De Crescenzo da giovane, fatica a trattenere le risate prima di tranquillizzarlo blandamente. Mi addormento. 

Vengo svegliato all’improvviso dai lamenti della dirimpettaia, una signora sui cinquanta, reduce da incidente automobilistico. Indossa un grande collare che, complice l’ansia, la strozza fino a farla vomitare. Il solito infermiere che sembra Luciano De Crescenzo giovane, che adesso fatica a trattenere la faccia schifata, le porta un grande bidone dell’immondizia, dove vomita a più riprese, mentre io prego affinché l’odore non mi raggiunga. Una ragazza molto magra ha una crisi epilettica. Il suo accompagnatore, forse coniuge, fa di tutto per farla respirare e si arrabbia in dialetto con l’infermiera, che a sua volta lo rimprovera di non aver avvisato subito che trattasi di paziente affetta da epilessia. Ottiene un codice rosso. Arrivano due poliziotti per parlare con un bambino. Uno dei due si siede accanto al bambino e parlandogli a bassa voce stabilisce subito un legame empatico. Non riesco a sentire bene cosa si dicono. Intuisco che c’è di mezzo un incidente. Il bambino ha dei modi da adulto, si rammarica di non poter essere più preciso nel fare testimonianza. Penso che al sud si cresce in fretta.

Tocca a me, finalmente. Mi faccio portare in carrozzella. Vengo accolto da un’equipe giovane con tanto di stagiste. Ho un calzino bucato sulla punta. Imbarazzo sommato a dolore. Il medico conferma la cruralgia e acconsente a bombardarmi con iniezione di Toradol e mi prescrive antidolorifici in compresse, per consentirmi di concludere il tour. 

“Come si chiama la band?”, “Matteo Fiorino, come da referto” rispondo dolente. “Sei famoso?”. “No”.

Il Toradol entra in circolazione abbastanza velocemente. Mi allontano dal dolore come una barca a remi da una darsena incendiata.

“È brutto sentirsi male lontano da casa”, confesso alla dottoressa che mi ha tolto e rimesso le scarpe. “Sì”, risponde con uno sguardo complice di dispiacere e impotenza.

Il treno per Leonforte, provincia di Enna, è un vecchio convoglio a due carrozze, molto rumoroso. Da noi vengono chiamati impropriamente “littorine” e collegano la Lucchesia con la Lunigiana. Non prendevo un mezzo del genere da quando andavo alle superiori, in Lunigiana. Stessa carrozza, stesso odore di pellame, stessa utenza maschile di mezza età scagliata ai margini territoriali da un vecchio mondo del lavoro. Dal finestrino, il paesaggio del primo entroterra catanese ricorda a più riprese la bassa Lunigiana. Ho flashback molto forti della mia adolescenza, una fase che tendo a rimuovere piuttosto che accettare. Gli antidolorifici a base oppiacea sono entrati in circolazione definitivamente. Dolore quasi azzerato. Ripenso alla giornata, alle corse in taxi, alle ore di agonia al pronto soccorso circondato dal male quotidiano, al sentirsi male a migliaia di chilometri da casa, al rischio di annullare il tour. Sento di aver superato una grossa prova di resistenza. Mi lascio finalmente andare. Sono in botta.

Autore dell'articolo: Egle Taccia

Egle Taccia
Egle è avvocato e appassionata di musica. Dirige Nonsense Mag, scrive per Qube Music e Lamusicarock e ha sempre un sacco di idee strambe, che a volte sembrano funzionare. Potreste incontrarla sotto i palchi dei più importanti concerti e festival d'Italia, ma anche in qualche aula di tribunale!