No Report – Wu Ming Contingent per Flowers Festival presenta “La terapia del fulmine”

“Confusione e distacco, aria densa e pulita. Do le spalle al tempo come Praga di notte. Un lenzuolo di chiodi che mi avvolge la testa, sento ogni istante che passa attraverso le tempie. È una fucilata nelle tempie. È una fucilata nelle tempie. Ho bisogno di spazio. Ho bisogno di ossigeno. Ho bisogno di tempo. Quanto tempo mi manca? Quanto? Quando? Dove? Mi stanno aspettando. Sono l’ultimo, sono solo.”
Il mio inferno, Skruigners

Quasi ottanta anni fa il neurologo e psichiatra Ugo Cerletti, grazie all’aiuto tecnico di Lucio Bini, utilizzò per la prima volta la terapia elettroconvulsivante su un paziente affetto da depressione, allucinazioni e deliri. La pratica in quegli anni era considerata normale, forse solo un’evoluzione rispetto alle precedenti terapie simili che facevano però uso di farmaci, quali insulina e metrazolo. La punk-rock band Wu Ming Contingent ha raccolto le testimonianze di chi, a partire dal quell’aprile 1938, ha visto la sua vita cambiare, e le ha unite alla musica. Lo spettacolo, in collaborazione con Flowers Festival, ha visto la prima alla Fondazione Merz il 7 e l’8 luglio. La storia che Wu Ming Contingent ha narrato attraverso “La terapia del fulmine” è quella della pazzia tale o presunta, di scariche elettriche e di “elettricisti”, di prigionia e soprusi, di sofferenza e resistenza, di vittime e carnefici.

Cosa lega l’elettroshock, i Wu Ming Contingent, la Fondazione Merz al Flowers Festival?

Un luogo, che è un simbolo di carcerazione e di libertà allo stesso tempo, è il filo conduttore della performance e della ragione per cui è stato ideato. È l’ex manicomio di Collegno. Una città nella città, un ospedale psichiatrico formato da 20 padiglioni collegati tra loro da una linea ferroviaria interna. Nel 1978 il muro di cinta venne abbattuto in seguito all’approvazione della legge Basaglia, che portò alla chiusura dei manicomi. Il padiglione 14, quello dei furiosi, ospita oggi un affresco dell’artista torinese Mario Merz e definisce con le sue mura quella che è l’area in cui si svolge il Flowers. Da queste premesse nasce l’idea del reading affidato dal direttore del festival al collettivo bolognese e della Fondazione Merz come location.

Wu Ming Contingent vede Wu Ming 2 alla voce, Egle Sommacal alla chitarra, Yu Guerra al basso e alle voci e Cesare Ferioli alla batteria. “La terapia del fulmine” inizia il suo viaggio nella follia di persone e macchinari con il racconto di una donna bruciata viva perché considerata una strega. Una volta, molte o poche decine anni fa e forse anche oggi, la pazzia si legava anche all’essere diverso politicamente, culturalmente o semplicemente con il non essere conforme ai dettami sociali. Così un uomo trovato senza biglietto su un treno e con un atteggiamento strano poteva essere tacciato di schizofrenia e sottoposto ad elettroschock. Diversità da curare era anche il blocco del linguaggio causato dai traumi dell’aver partecipato ad un guerra, TEC come terapia anche in questo caso. Un frenetico riff della chitarra accompagnato dalla batteria martellante amplifica il senso dei racconti e spinge all’immaginazione. Un ritmo crudo di tamburi misto a suoni elettronici in loop accompagna le testimonianze di chi è stato sottoposto alle ripetute e violente scosse elettriche, con conseguente stato di convulsioni e finto ritorno al reale.

Il reading si fa più spietato quando a parlare sono gli “elettricisti” alias dottori e medici che con zelo descrivono azioni e reazioni di macchine ed esseri umani. Viene da chiedersi: dov’era finita l’umanità del colto quando Cerletti ispirato dalle convulsioni dei maiali nel mattatoio di Roma, decise di sostituire l’animale all’uomo? Declamazione e musica vanno di pari passo racconto dopo racconto, come in quello dell’elettricista sadico Giorgio Coda. Questi con il suo elettromassaggio, brevi ma ripetute scariche inflitte al paziente, annientava i ricordi in favore di un indubbio miglioramento. O ancora la crudele pratica del legare i bambini ai termosifoni roventi. Una pietas inesistente verso chi era recluso entro spesse mura ed escluso dalla società. La performance lascia scioccati, una legge del contrappasso che paralizza i nostri pensieri, che ci spinge a chiederci come ciò poteva essere consentito. L’interrogativo più greve è: coscienti dei manicomi di ieri chiuderemo quelli di oggi?

 

Articolo a cura di Federica Monello

Illustrazione di Ambra Gurrieri

 

Autore dell'articolo: Federica Monello

Allegra. Chiacchierona. Amante della musica. Appassionata di scrittura e cultura. Ballerina mancata che si rifà ad ogni party scatenandosi al ritmo di rock, reggae ed elettronica. Laureata in Lettere Moderne a Catania adesso studia Comunicazione e Cultura dei Media a Torino. Osserva, ascolta e rielabora tutto ciò che succede intorno a lei per raccontarlo.