No Review – 22, A Million di Bon Iver

 

“Caro Justin, ci hai fatti tutti fessi. Hai vinto tu.”

Nel mondo musicale, si possono formulare tanti postulati. Bisognerebbe aggiungerne uno nuovo che recita così:

Justin Vernon, in arte Bon Iver, è un grande artista che ha saputo stravolgere con impeccabile aplomb la sua carriera.”

Perché in questo caso, cari lettori di Nonsense Mag, ci troviamo di fronte ad uno dei cambi di rotta più spericolati, imprevedibili e meglio riusciti dal 2000 in poi.

Justin è sempre stato un songwriter eccezionale: colui che nel panorama indie moderno ha ricevuto il passaggio del testimone del compositore tormentato, minimale ed intimo. Il capostipite di questo archetipo cantautore potrebbe essere Nick Drake; suoi fedeli adepti potrebbero essere Elliott Smith (Either/Or è un gioiellino che fonde la vena cantautorale con uno spirito più alternative e grunge) o il Mark Kozelek del periodo Red House Painters (che ne accentua lo spleen, la poesia e la unisce a due matrici folk e slowcore). Bon Iver fa da anello di congiunzione tra i due secoli. L’impatto delicato del full length d’esordio For Emma, Forever Ago, datato 2007, ha messo in diretto contatto Bon Iver con l’estetica Drakeiana. La sua arma vincente è stata la semplicità: gli sono bastati un falsetto e delle melodie magiche con la chitarra acustica racchiuse in una cornice squisitamente lo-fi per entrare nel cuore di molti. Quattro anni dopo, nel 2011, viene pubblicato un self titled sbalorditivo sotto tanti aspetti. I suoni si fanno più elettrici, si intravede qualche pulsazione elettronica; nonostante ciò, a spadroneggiare in lungo e in largo rimane la raffinatissima vena melodica del nostro Justin. È difficile non rimanere affascinati da ciò che produce, ancor più arduo trattenere le lacrime se lo si ascolta mentre si hanno guai di cuore, turbe giovanili o guai esistenziali.

Per rendere al meglio l’idea di che tipo di lavoro sia 22, A Million, uscito il 30 settembre scorso per la Jagjaguwar, mi avvalgo di una citazione tratta dal capolavoro di Mario Monicelli Amici Miei:

“Che cos’è il genio? È fantasia, intuizione, decisione e velocità d’esecuzione!”

La fantasia c’è e a quantità industriale. Anziché poggiarsi sugli allori e puntare sugli accordi di chitarra che sono diventati il suo marchio di fabbrica, Bon Iver manipola, filtra, distorce e contorce tutto ciò che gli capita sotto tiro, creando così dei collage musicali freschi e variopinti. Certamente, è un lavoro che non colpisce con immediatezza e ciò è in aperta antitesi con i suoi dischi precedenti, che erano in grado di stregare sin dalle prime note.
L’intuizione può essere individuata nelle modalità di registrazione. Chi l’avrebbe mai detto che Justin Vernon, comunemente associato alle chitarre acustiche e alla low fidelity, fosse un abilissimo ingegnere sonoro? Assieme al suo fidato fonico Chris Messina, ha brevettato il Messina: un hardware progettato per produrre suoni elettronici e filtrare parti vocali con l’ausilio del Prismizer, un plug-in che funge sia da autotuner che da harmonizer (adottato anche da Kanye West). La maggior parte dei suoni elettronici e delle voci che compongono i brani, provengono da questo aggeggio infernale. Senza una buona dose d’intuito, una trovata così interessante non sarebbe stata concepibile.
La decisione è fose il principale motivo del suo successo. Bon Iver è un Artista con la a maiuscola. È rimasto integro, si è preso il suo tempo e ha plasmato una formula musicale che nessuno, visti i suoi esordi nel 2007, avrebbe mai immaginato. Lo ha fatto non curandosi della possibilità del fallimento, con pazienza e caparbietà. Questo cambio di rotta può essere paragonato a ciò che fecero i Radiohead con Kid A, o i Talk Talk con la micidiale accoppiata Spirit Of Eden Laughing Stock. 
La velocità d’esecuzione è un fattore che, non me ne vogliano i lettori, non riesco ad inserire nel contesto. È pur sempre una citazione estrapolata da un contesto del tutto differente (se non l’avete fatto, guardate il film e capirete tutto alla perfezione).

Per sintetizzare, 22, A Million è il folk di Bon Iver che affoga nell’elettronica. Quest’ultima predomina nettamente ed è registrata, suonata ed interpretata magistralmente, con una ponderata dose di stravaganza. Il trait d’union che si può cogliere tra i lavori precedenti e questo è la componente intimista delle lyrics, che virano con molta più decisione verso la ricerca dell’Io e sul senso della vita.
Non aspettatevi un lavoro che rapisce subito, piuttosto una bellezza graduale che si rivela poco a poco; quando verrete conquistati da 22, A Million, non sarete più gli stessi.

Autore dell'articolo: Gilberto Giannacchi

Gilberto Giannacchi

Batterista con un debole per i cibi pesanti e la lingua d’Albione. Amante di post-rock, post-hardcore e prog d’annata.