No Review – Always Foreign, il nuovo disco dei TWIABP

Un concetto associabile ai The World is a Beautiful Place & I am No Longer Afraid to Die è l’abbondanza. È abbondante il materiale fonetico presente nel loro nome. È abbondante il numero dei membri della band, che spesso assume le sembianze di un’orchestra. Sono abbondanti le digressioni strumentali e stilistiche. Proprio quest’ultima caratteristica è la croce e la delizia dei ragazzi di Willimantic, Connecticut. Se da un lato le trame ambient e le citazioni apocrife ad Explosions in the Sky e Godspeed You! Black Emperor rendono più variegato e personale il loro approccio musicale, dall’altro la band è stata spesso tacciata di pomposità. Tuttavia, i TWIAPB hanno fatto di questa caratteristica una sorta di motivo di vanto e, in maniera molto originale, un meme. Spesso e volentieri, nella loro pagina Facebook, i nostri hanno ironizzato (con una certa tracotanza) su questa loro tendenza a “strafare”. È celebre la loro vecchia cover photo, un simpatico scambio di battute in chat tra un fan anonimo e la band stessa:

“Do I really need four minutes of pure ambient noises?”
“Yes you do, you dumb motherf****r”

Tenendo saldamente in considerazione queste nozioni, l’ascolto dei primi secondi del loro nuovo disco, Always Foreign (uscito per Epitaph Records), risulta spiazzante. Nelle ouverture dei loro precedenti full length, i TWIABP ci hanno abituato a composizioni ricche, lunghe e complesse. Le prime due tracce, I’ll Make Everything e The Future sono rapide, concise e presentano un minutaggio molto ridotto. La prosperità strumentale si fa ancora sentire, tuttavia non ci sono le strutture lunghe e tortuose di January 10th, 2014 (terza traccia di Harmlessness) o i crescendo post-rock ed epici di Heartbeat in the Brain (seconda traccia di Whenever, if Ever). I TWIABP, orfani dello storico chitarrista Derrick Shanholtzer-Dvorak, sacrificano gran parte della loro esuberanza strumentale per favorire delle strutture più focused e lucide, che risentono ancora del vizio di forma pop-punk di stampo Blink-iano.

Questo nuovo piano di azione si rivela efficace, nonostante possa lasciare vagamente spaesati di primo acchito. Le tre chitarre e i synth si muovono alla ricerca di un obiettivo comune; in più, la voce si prende sempre più ampi ritagli di canzone. Alcuni episodi sono freschi e travolgenti, come il singolo Dillon and Her Son: un brano nervoso e sostenuto (all’autore ha ricordato vagamente i Fucked Up) dove è in grande spolvero la batteria di Steven K. Buttery, uno dei batteristi più interessanti del panorama alternative rock moderno. For Robin è una ballata insolita per i TWIABP: l’ostinato portante di chitarra acustica è poco arzigogolato e il tono di David F. Bello oscilla tra il dimesso e il malinconico. La connessione col passato è creata verso la fine del disco, con i due lunghi brani Marine Tigers e Ultimate Steve: la lunghezza dei brani si dilata così come si dilatano le incursioni strumentali e le citazioni post tanto care alla band. Tuttavia, nell’economia del disco, non suonano affatto fuori contesto e fungono da perfetto epilogo al lavoro.

Un capitolo a parte lo meritano le liriche di David F. Bello. Se mettessimo in relazione i testi con il nome della band, si creerebbe un bipolarismo perfetto (o un’antifrasi). In questo disco come non mai, i testi di Bello sono cupi, sfiduciati e senza speranza. Ad esempio, in Faker, brano dalle sonorità alternative classiche e spezzato a metà da un cambio repentino di velocità e dinamica, Bello si lancia in una critica social conscious “You will be faking it when the businesses fail; And your money is revealed as meaningless; You will be faking it when it’s safer to joke; And the laughter’s shared on threads in silence”.

Tirando le somme, in Always Foreign la band è maturata. Tuttavia, sta all’ascoltatore decidere se apprezzare di più questa nuova versione dei TWIABP, o se rimanere ancorati al passato e ai four minutes of pure ambient noises. Indubbiamente, la band di Willimantic è, a tutto diritto, uno dei gruppi emo-alternative più interessanti dei nostri giorni.

 

Autore dell'articolo: Gilberto Giannacchi

Gilberto Giannacchi
Batterista con un debole per i cibi pesanti e la lingua d'Albione. Amante di post-rock, post-hardcore e prog d'annata.