No Review – A casa tutto bene, il nuovo disco poco rassicurante di Brunori Sas

A casa tutto bene è il nuovo album di Brunori Sas, uscito il mese scorso, che ha catalizzato in queste settimane le attenzioni del panorama indie. Ma non solo. Anzi, forse possiamo parlare di svolta. Per Brunori e per la musica indipendente in generale, dato che proprio il nuovo disco del cantautore calabrese ha intensificato massicciamente i contatti col “nemico”, il mainstream che puzza di soldi e mediocrità artistica (?).

L’album è stato preceduto dal singolo La verità, in verità la canzone migliore del disco, quindi, a parere di chi scrive, è stata una scelta perfetta quella di trainare l’intero album con questa canzone.
L’intro medio-lungo prima di iniziare il cantato restituisce il primo segnale che in realtà no, a casa non va tutto bene, perché quando si cerca la verità spesso si affrontano gli ostacoli che noi stessi abbiamo creato, solo per affannarci a sembrare qualcosa che vorrebbero gli altri, ma che in realtà non siamo.

L’uomo nero in qualche modo prosegue sulla stessa strada, ma lo fa con toni più cupi e drammatici e l’utilizzo del più famoso “mostro” che ci hanno inculcato sin da bambini quando ci rifiutavamo di mangiare o andare a letto, è vestito per l’occasione da razzista e xenofobo, mostrando un’altra verità, stavolta sociale e non interiore come in precedenza.

La terza traccia, Canzone contro la paura, invece sembra una specie di autoritratto, il manifesto di Dario Brunori, l’equivalente del CHI SIAMO presente nei siti di tutte le aziende in cui sono riportate le intenzioni e gli strumenti che si intendono utilizzare, nonché la MISSION, che nel caso di Brunori corrisponde ad intrattenere con le sue canzoni che “parlano d’amore, perché alla fine di che altro vuoi parlare”.

L’elettronica prende il sopravvento in Lamezia Milano, che mette a nudo le differenze fra la provincia e la metropoli, con quest’ultima che affascina senza dubbio anche per i suoi aspetti negativi, ma che, coerentemente con la scelta di Brunori di vivere in Calabria, non ha nulla che possa sostituire il calore, la miseria e la semplicità della provincia.

A proposito di provincia, Colpo di pistola ha una struttura musicale molto calda e semplice, tipica della musica popolare meridionale, dove le feste in piazza casinare tengono i paesi svegli stranamente fino a tardi.

La vita liquida continua la critica ai tempi contemporanei, con una struttura musicale molto vicina all’ultimo Daniele Silvestri, ma con un tocco decisamente personale, in cui la ripetizione di sole e mare mostra ancora una volta il contesto in cui si muove l’artista.

Critica, con l’ironia Brunoriana, che si ritrova in Sabato Bestiale, una sorta di ipotetico Sabato del Villaggio dei giorni nostri (speriamo Leopardi non si offenda, non credo), in cui il mito del Sabato, dello svago, dell’alcool a fiumi porta con sé un’altra citazione d’autore, dopo le svariate degli album precedenti, del brano di Alan Sorrenti Figli delle stelle.

Restando in tema letterario, nel disco c’è posto per Don Abbondio, il protagonista dell’omonima nona traccia, che parla di raccomandazioni e corruzione, di terra e di mafia. Brunori in questo caso tocca forse il picco massimo dell’impegno sociale e civile della sua carriera, prendendo quello che è il simbolo dell’immoralità e della debolezza umana disegnato da Manzoni e facendolo entrare in contatto con le nostre coscienze.

Le altre tracce ad un primo ascolto non entrano immediatamente ma, insistendo un po’, anche Secondo me e Il costume da torero risultano più che valide e anzi vanno a completare il puzzle imbastito da tutto il resto dell’album, anche dall’intima Diego e io, dove archi e pianoforte rallentano un po’ il ritmo del disco.

La vita pensata, in chiusura dell’album, se da un lato può sembrare la naturale conclusione del discorso, in realtà va un po’ per i “fatti suoi”, una piccola storia personale che non sembra avere una concreta connessione con il mondo intero descritto in precedenza, anzi in alcuni tratti pare voglia contrastarlo, ma senza grande convinzione.

A casa tutto bene non ha niente di rassicurante a dispetto del titolo, perché le miserie del nostro tempo vengono raccontate con la solita ironia di Dario Brunori, ma con una lucidità e profondità che, in precedenza, nemmeno con Il Cammino di Santiago in taxi si era vista.
Gli arrangiamenti sempre più curati ma allo stesso tempo semplici, a prescindere dal pensiero di Monina (che non ho ancora letto) portano verso un’unica direzione: Brunori Sas è forse l’artista più completo del panorama indipendente, l’unico che può far compiere un passo in avanti rispetto al ghetto in cui si è stanato tutto il circo indie.

Brunori, spero tu mi legga, sei l’unico che può portare la musica di qualità al grande pubblico, che non la conosce bene non per colpa del mainstream, ma a causa dell’isolamento dell’indie.
E’ arrivato il momento di mescolare le carte.

Fabrizio De Angelis

 

 

Autore dell'articolo: Faber