No Review “Damned Devotion” – Joan as a Police Woman o Joan as a Bristol’s Woman?

Joan as a Police Woman “Damned Devotion”

Etichetta: PIAS Recordings

Uscita: 09 Febbraio 2018

Ci sono dischi che la cui intenzione è chiara sin dai primi secondi di ascolto e la cui forza sta soprattutto nel non deludere le aspettative emotive che quei primi secondi costruiscono nell’ascoltatore. “Damned Devotion”, quinto album di inediti (settimo in totale, considerando “Cover” del 2009 e “Let It Be You” del 2016, album pubblicato insieme Benjamin Lazar Davis) di Joan Wasser, in arte Joan as a Police Woman, ha esattamente queste caratteristiche. Già i primi attimi di Wondeful, brano d’apertura, infatti chiariscono l’intero senso del disco e la sua protagonista assoluta: l’inconfondibile sensuale ed incisiva voce di Joan. L’arrangiamento minimalista e l’atmosfera oscura e trip-hop rappresentano il morbido tappeto ideale su cui la sua linea vocale può spaziare, fluttuando in maniera a tratti inaspettata, ma sempre naturale, nell’aria del disco. Molti brani, Warning Bell, Tell me (forse la più diretta e orecchiabile), Silly Me e Valid Jagger su tutti, hanno, come detto, il colore del cielo di Bristol, suonando avvolti in un mantello modern soul che ne rende sensuale e affascinante il risultato. Rely On, a nostro avviso uno dei pezzi più riusciti della cantautrice americana, ha un ritmo funk e un’andatura trascinata armonica, che ricorda lontanamente Glory Box dei Portishead, pur riuscendo fresca e nuova, soprattutto grazie alla splendida melodia della cantante statunitense. What Was It Like ricorda meravigliosamente Amy Winehouse, mentre il sound di Steed (for Joan Genet) strizza l’occhio al funk di Prince.
Nel bellissimo The Silence, brano centrale del disco, JAAPW cita Leonard Cohen cantando «I’m told that wounds are where the light gets in» avvolgendo le parole in un rotolante groove black, mentre in Talk About it Later l’atmosfera diventa più jazzy pur mantenendo un colore dannatamente buio. Il finale di I Don’t Mind chiude idealmente l’anello emotivo dell’intero disco, con la voce di Joan in primo piano sul ritmo trascinato di una batteria che rallentando i battiti del brano crea un intenso cortocircuito ritmico/melodico.
Il territorio musicale è il soul, genere al quale JAAPW si dichiara dannatamente devota e a cui ritorna in maniera convinta e convincente dopo l’esperimento di “Let It Be You”, in coppia con Benjamin Lazar Davis. Un ritorno alle sonorità di “To Survive” e di “The Deep Field”, ma con un umore molto più malinconico, dark, come già la copertina del disco lascia presagire.
Un disco non facile all’ascolto, in cui anche i silenzi hanno un loro peso musicale, lontano dall’immediatezza di “The Deep Field”, oscuro, minimale e che, privo di canzoni da classifica, richiede tempo per sedimentare la propria bellezza nell’orecchio dell’ascoltatore. Bellezza che è “interezza”, bellezza che è verità di un percorso che inizia e termina con un senso ed un umore, bellezza di un’atmosfera e una visione, senza velleità di voler necessariamente accattivare. “Damned Devotion” è un disco all’apparenza scarno, che si riempie dello scambio emotivo che la voce di JAAOW riesce a creare con l’ascoltatore e la cui unicità, a nostro avviso, risiede nel suo diventare ogni volta differente, mutando il suo aspetto in funzione dell’umore dell’ascolto stesso.

 

Autore dell'articolo: Gianluca Quarta

Gianluca Quarta
Gianluca Quarta nasce a Lecce il 15.04.1978. Cresciuto musicalmente negli anni '90, ha creduto che dopo "OK Computer" la musica potesse finire, poi è arrivato "KID A". Legge, ascolta, osserva. In ciclo continuo