No Review – “E”: gli Enslaved fissano il nuovo asse del metal

Gli Enslaved sono una realtà assolutamente consolidata del death metal europeo, di quello norvegese in particolare: in attività dal 1991 ad oggi, con pochissimi cambi di formazione ma tantissimi dischi all’attivo, tornano sul mercato con “E” (2017, Nuclear Blast) e, molto semplicemente, ridefiniscono i canoni del death/black metal contemporaneo con assoluta autorevolezza e padronanza del linguaggio, musicale, testuale e immaginifico.

La contemporaneità di un genere, ormai risalente, come il black/death che esce dalle casse durante l’ascolto di E è data, giocoforza, dalla capacità della band di mescolare linguaggi differenti, laddove è – obiettivamente – impossibile pensare di generarne di completamente nuovi: gli Enslaved ne sono perfettamente consapevoli e formano il proprio codice giustinianeo risalendo fino agli anni ’70, al progressive del Re Cremisi e del Fluido Rosa, fino ai giorni nostri.

Un’opera omnia, in cui non si ha, MAI, la sensazione della confusione, bensì del miscuglio magico, della bevanda alchemica con cui dare nuova (e oscura) linfa vitale ad un genere apparentemente desueto.

Sin dal primo ascolto si ha la sensazione che “E” sia stato riversato su disco esattamente con lo stesso ordine temporale con cui i brani sono stati elaborati e composti, senza che la band e la produzione abbiano deciso di fare una scaletta ordinata secondo potenzialità commerciale dei brani: l’effetto è quello di un concept album, già a livello sonoro, una climax non solo dal punto di vista epico, ma anche dei generi musicali proposti ed elaborati ovvero semplicemente citati.

Si parte, infatti, in maniera, tutto sommato, convenzionale con Storm son, un black prog tra Cynic, Sadist e i Pink Floyd di Animals con uso massiccio di profondissimi growls. Pregevoli gli intermezzi black metal, ma il pezzo si muove anche attraverso meravigliose citazioni dei Porcupine Tree di Stupid Dream, senza provocare scandalo. Il viaggio prosegue con The River Mouth, dove si scorgono i Samael della cattiveria controllata di Passages , decisamente perfetti gli insert di clean vocals sempre più presenti, ma quello che comincia a dettare il ritmo dell’album è l’uso di ottime e mai banali varianti armoniche, spostando sempre il baricentro, del brano e dell’interesse dell’ascoltatore che si vede catapultato tra atmosfere, decisamente differenti tra loro, senza che però si abbia mai il senso dell’incoerenza. “E” sta già volando alto (o nel profondo più scuro e tenebroso, dipende dal punto di osservazione) ed arriva uno dei pezzi più autorevoli del disco, Sacred Horse: un inizio very black metal (si sente la scuola Bathory di Hammerheart), gli insert di hammond sono fenomenali e credibili, e finale imperiale e marziale, che lascia gli occhi chiusi ad immagina orde di Soldati del Buio a prendere definitivamente il possesso del mondo dei vivi. Un brano da riascoltare e vivere, più e più volte. Ancora inebetiti dalla forza di Sacred Horse si passa all’inatteso riff iniziale “wolverine blues” di Axis of the world: inizio al fulmicotone tra Spiritual Beggars (Under silence o Dying every day) e Cathedral (Hopkins) grandissima aperture melodic di voce e chitarre con un massiccio ma mai invasivo uso pitch shifting. Le linee vocali pulite, bellissime, portano diritti ad esperienze mistiche tipo Voivod/Pink floyd (Cymbaline)/King Crimson. Davvero si ha la sensazione che gli Enslaved siano nelle condizioni di tracciare nuovamente le assi dei mondi (quanto meno di quelli musicali). La complessità accessibile di Feathers of Eolh richiama il Devin Townshend più disposto ad intrattenere che a stupire, le linee vocali, le indulgenze armoniche passano dal più sognante Richard Wright (sì, quello dei Pink Floyd) ad alcuni intrecci di Layne Staley e Jerry Cantrell: siamo quasi all’apoteosi della composizione. Livelli davvero altissimi, per un disco “metal” datato 2017.

Apoteosi che arriva, puntuale, a concludere tutto il concept: Hiindsiight è una gemma di pregio assoluto, una summa di tutto il lavoro perpetrato, cercato e trovato nel corso dell’album e della sua stesura, la rappresentazione che talento, studio e preparazione possono far convivere, nello stesso brano, riff deathmetal, aperture gotico/pop (chi non riesce a sentire nello splendido finale i cori a la Tears for Fears di Sowing the seeds of love), assoli di sax contralto, tutto mantenendo un livello di credibilità mai sentito prima. Un amalgama senza precedenti.

“E” è un disco inatteso, pregevole e di gusto raro che ha la capacità di attirare l’attenzione dell’ascoltatore in maniera continua, progressiva ed inarrestabile fino alle estreme conseguenze di costringere al riascolto dello stesso. Il pregio, assoluto, è una coerenza di base, quasi senza precedenti dove almeno 5 o 6 stili differenti si sposano insieme senza creare alcuna spigolosità che non sia voluta; l’unico difetto rintracciabile, forse, si trova in una produzione non sempre all’altezza della situazione rispetto ad una varietà di stili che avrebbero richiesto una maggiore capacità di fedeltà sonora. Ma sono inezie rispetto ad un lavoro che è destinato a segnare il passo.

Il Male non è mai stato così capace di cambiare aspetto.

                                                                                                                                                                   Filippo Basile

Autore dell'articolo: Filippo Basile

Filippo Basile

Filippo Basile nasce e resiste a Catania, dividendosi tra l’amore mai sopito per la musica (ascoltata e suonata) e l’appassionata attività forense . Consapevole che la musica brutta esiste eccome, ricerca sempre quella migliore, pur sapendo che per trovare l’oro bisogna cercare tra rocce e fango.