No Review – Greg Dulli truffa il Diavolo – “In Spades”degli Afghan Whigs.

I was a child
An open letter
To be read aloud to the throne
Caught in the spell of stormy weather
Mnemonic lies to behold

A queste – oscure quindi illuminanti – parole, Greg Dulli affida la splendida ouverture dell’ultimo lavoro associato al moniker The Afghan Whigs (una delle anime di Dulli) “In Spades” che – non abbiamo alcuna esitazione nel dirlo – non solo è un bellissimo disco, non solo è un’ode, nemmeno troppo velata, alle numerose sfumature che può assumere il Maligno, ma più di ogni altra cosa è una vera e propria enciclopedia, istintiva, affettuosa e celebrativa, degli ultimi 30/40 anni di musica rock.

Edito da SubPop nell’aprile 2017 e prodotto da Dulli – con la collaborazione di Christopher Thorn, già sei corde dei Blind Melon, e di Mike Napolitano – marito di Ani DiFranco – ma sono della partita anche il veterano John Curley al basso, Patrick Keeler dei Raconteurs alla batteria Petra Haden e Rick Nelson dei Polyphonic Spree agli archi, “In Spades” è un disco che suona bene e suona vero.

Greg Dulli è un uomo che si sente libero di potere dire ciò che sente, di scegliere qualunque forma per farlo, consapevole di giocarsi il tutto per tutto quando tutto l’hai già seminato e rischi qualcosa che non ha prezzo: la credibilità.

Il Nostro vince la sfida con se stesso e lo fa a mani basse, senza darci mai la sensazione di volere strafare, senza mai cercare di convincerci che è lui a comandare, anche se lo fa in maniera magistrale.

Devi essere un gambler navigato, sapiente nel non far vedere nemmeno l’ipotesi di un bluff, per consegnare l’ouverture di una scommessa (quale In Spades è) a “Birdland”, un black spiritual in cui il falsetto di Dulli (cantato mentre quasi bacia letteralmente il microfono a condensatori) riecheggia il miglior Prince di Emancipation (“Muse to the Pharaoh”) e si incastona perfettamente in un arrangiamento costituito da archi e cori che ci fanno sentire seduti immediatamente tra i banchi di un’american chapel sul cui colore bianco non saremmo in grado di scommettere.

Anzi.

Da qui in poi il disco esplode nel rock dance di “Arabian Heights” dove tornano alla mente, alle orecchie e, purtroppo, agli occhi i Bono Vox e The Edge di “Discoteque” direttamente da POP. Solo che nella rilettura evocativa del combo di Dulli avviene una sapiente scrematura del superfluo, vengono evidenziate solo le cose che servono, come si fa con i libri di testo mettendo sotto lo spotlight solo il meglio.

La traccia successiva, “Demon in profile”, è il racconto asciutto di come e quando Dulli ha venduto l’anima all’Oscuro: per farlo sceglie come colonna sonora una personale ma fedele rilettura di Mary dei Supergrass aggiungendo un ritornello che avrebbe reso felici (e molto ricchi) parecchi colletti bianchi della Motown.

Tutto il resto dell’album scorre meravigliosamente bene, senza alcuna pausa, nemmeno involontaria né cercata, un vero disco rock, senza alcuna inutile sovrastruttura narcisistico/masturbatoria: rock inteso come urgenza, vestito di tantissimo mestiere: Greg Dulli ha un’esperienza tale che riesce a rendere semplici anche le cose più difficili. È capace di incastonare dei ritornelli assolutamente cantabili e coinvolgenti dove, appena pochi secondi prima, si avvertivano echi dissonanti e post grunge.

Lasciamo volutamente ai lettori che avranno la fortuna di ascoltare “In Spades” il piacere di soddisfare la curiosità di trovare la miriade di citazioni e riferimenti musicali che ci sono apparsi immediatamente, come suggestioni dell’inconscio migliore.

Ci sono anche dei passaggi assolutamente personali dove gli Afghan Whigs ci ricordano di avere dato alla luce dischi fondamentali di alternative rock come “Gentlemen” e “Black Love”: parliamo di “Oriole”, The Spell e I Got Lost”, tracce dove, sebbene sia possibile trovare rimandi e citazioni, il marchio – oscuro – del combo di Cincinnati è ben marcato.

Ma come in ogni opera omnia che si rispetti c’è un prologo, anche In Spades si fregia di un epilogo: si chiama “Into The Floor”, ed è uno di quei brani su cui non sarebbe necessario spendere parole, se non fosse un’esigenza farlo, come quando devi raccontare dell’ultima volta in cui si sono provate emozioni irripetibili.

When it burns
And falls into the floor
Feel it rise
And come and get some more
I’ll remember you always this way

And suddenly
A summer breeze
”.

Con questi versi si chiude Into The Floor, un brano che letteralmente trapassa la carne di chi ascolta, perché la voce di Dulli è lama, ma è anche corpo che si è fatto incidere, che si è fatto penetrare da un dolore, da una qualche forma di dipendenza che lo pone con le spalle al muro, che lo butta a terra, ma della quale – con ogni evidenza – è incapace (dal punto di vista meramente volitivo) di privarsi. E di questa incapacità è permeato ogni singolo secondo della canzone, dall’incipit orchestrale, al centro della composizione, attraversata da chitarre elettriche, elettriche fino allo spasimo, che a tratti escono direttamente dalla traccia e diventano uniche compagne della voce straziata di Dulli, fino alla chiusura eterea che, topicamente, ci fa capire che “la fine è appena l’inizio.”

Greg Dulli ha venduto l’anima al Diavolo, ma se l’è strappata così tanto che Quello rivuole i soldi indietro.

Un disco da custodire gelosamente

Filippo Basile

90

Composizione/arrangiamento/registrazione

9/10

    Testi/tematica

    9/10

      Grafica/unità come opera

      9/10

        Pros

        Cons

         

        Autore dell'articolo: Filippo Basile

        Filippo Basile
        Filippo Basile nasce e resiste a Catania, dividendosi tra l’amore mai sopito per la musica (ascoltata e suonata) e l’appassionata attività forense . Consapevole che la musica brutta esiste eccome, ricerca sempre quella migliore, pur sapendo che per trovare l’oro bisogna cercare tra rocce e fango.