No Review – His Clancyness: “Isolation Culture”

HIS CLANCYNESS

Isolation Culture

Release date: 14/10/2016

Tannen Records / Maple Death Records

Tre anni dopo l’esordio intitolato “Vicious”, pubblicato per la Fat Cat Records, gli His Clancyness danno alle stampe “Isolation Culture” attestandosi come una delle band dal maggiore tasso di internazionalità nel panorama indipendente italiano. Quello che inizialmente poteva essere considerato come un progetto solista del frontman Jonathan Clancy, adesso si conferma come una realtà concreta destinata a svilupparsi ancora nel tempo, considerato il valore di una scrittura estremamente ispirata e dai molteplici rimandi. Durante l’ascolto dei brani il rischio del deja vu è del tutto scongiurato grazie alle intuizioni spiazzanti che costituiscono la fibra di ogni singolo brano la cui costruzione poggia su elementi semplici ma combinati con grande sapienza.

E’ proprio questo l’elemento cardine di “Isolation Culture”, ciò che lo rende un disco di livello superiore rispetto alla qualità media della produzione italiana e non solo di questi ultimi anni. Perché in queste canzoni si avverte qualcosa di coraggioso, una voglia di rischiare oggi alquanto rara, considerato che è nelle intenzioni dei nostri iscrivere la propria musica su un versante opposto a quello del mainstream ed in qualche modo opposto a quello dell’indie tricolore. La band, ora nel suo assetto definitivo con Jacopo Borazzo (Disco Drive), Giulia Mazza (A Classic Education) e Nico Pasquini (Buzz Aldrin, Stromboli), ha assemblato le tante idee precedentemente messe su nastro negli Strange City Studios di Bologna registrando l’album sia presso i Suburban Home Studio di Leeds con Matthew Johnson, sia presso gli Invada Studio dei Portishead insieme a Stu Matthews (Beak, Anika, Portishead). Ne viene fuori un caleidoscopio di colori dal funzionamento apparentemente caotico, la cui meccanica ruota attorno attitudini diverse come il piglio new wave, il lo-fi di stampo Pavement e fragranze oblique di art rock british oriented.

Se l’opener Uranium ha una ritmica metronomica e quadrata in stile War On Drugs, la successiva Watch Me Fall potrebbe appartenere alla tracklist di “Halcyon Digest” di Deerhunter, così come il brano che dà il titolo all’album con i suoi avvolgenti effluvi sintetici. Se Dreams Building Dreams è la sintesi delle diverse anime della band e di una scrittura che sa gestire con capacità le innumerevoli fonti di ispirazione, Calm Reaction è senza dubbio uno dei brani centrali del disco, forte di delicate fragranze sixties, insieme alla nervosa elettricità new wave di Xerox Mode. Una menzione speciale va alla conclusiva Only One nelle cui pieghe si nasconde la malinconia on the road di Adam Granduciel.“Isolation Culture” è un disco maturo con così tante cose dentro che è impossibile non sentirlo proprio, renderlo cornice di un viaggio immaginario lontano anni luce da tutto quello che ci costringe a rimanere con i piedi per terra.

Giuseppe Rapisarda

Autore dell'articolo: Giuseppe Rapisarda

Giuseppe Rapisarda

Avvocato, appassionato di musica. Da quando il padre gli regalò la cassetta di “Outlandos d’Amour” dei Police non ha più smesso di comprare dischi. Sa essere concreto anche se, di tanto in tanto, si rifugia in un mondo ideale sospeso tra le canzoni di Neil Young e le divagazioni oniriche dei romanzi di Murakami.