No review – Il post rock dei Purple Got Me Slow Mo sospeso tra passato e futuro

Chissà a cosa pensava Will Oldham nel momento stesso in cui scattò la foto a quei quattro ragazzi del Kentucky, meglio noti come Slint, immersi nell’acqua mentre guardavano dritto nell’obiettivo con gli occhi spavaldi di chi ha più futuro davanti a sé che passato alle spalle. E chissà ancora se lo stesso Oldham avrebbe immaginato che quella foto sarebbe diventata la copertina di “Spiderland”, album antesignano di quella attitudine che ha allargato gli orizzonti del formato canzone, quasi come fece il progressive negli anni ‘70. Non è un caso se da quel momento in poi il post-rock venne definito come genere a sé, in grado di fecondare l’immaginario di più di una generazione di band che ha tratto linfa dalle suggestioni di una musica così immaginifica. E’ indubbio che tra le fila di quanti annoverano una nobile discendenza da “Spiderland” si annoverano i Purple Got Me Slow Mo. E’ bene dire, però, come definire i Purple Got Me Slow Mo come meri epigoni degli Slint sia riduttivo ed ingiusto.

Perché nel sangue di Davide Borello, Gilberto Giannacchi e Luca Moretti non vi sono solo globuli post rock di impronta slintiana, ma si rintracciano anche scorie shoegaze, frammiste a languori post hardcore, il tutto calato in una forma di rielaborazione personale che lascia immaginare ampi spazi di crescita. La band punta ad un suono asciutto ed essenziale, anche quando prevale l’ampiezza e la dilatazione degli spazi. “Life Suits You Well, Huh?” non è solo l’album di esordio dei Purple Got Me Slow Mo, registrato e missato presso Blu Velvet Studio di Legnano e masterizzato presso Eleven Mixing & Mastering, di Busto Arsizio, ma rappresenta la sintesi di notti passate a suonare e della metabolizzazione del proprio catalogo di ascolti e di vita.

L’opener Old Men from Illinois si sviluppa su uno speech che ricorda lo stream of consciousness di Brian McMahan, unita a quella malinconia che ha il sapore di pioggia dei Giardini di Mirò, così come la successiva Wien la cui tessitura armonica vive degli intrecci tra chitarra e basso. Nell’incedere pulsante ed accorato di Eckbank si avverte un debito verso i Mogwai anche se poi il brano vira verso altre direzioni in cui si sente la ricerca di una propria strada. Lo strumentale Flogaveiki è in grado di alternare quiete con scorci abrasivi riunificati in un finale disturbante, mentre Delight vive in una deriva narcolettica segnata da sospensioni e riprese vicine a “Come On Die Young” degli già citati scozzesi. In chiusura troviamo Parking Lot Anatomy Teacher, probabilmente la traccia più riuscita, quella maggiormente permeata da una scrittura propria. Possiamo dire che “Life Suits You Well, Huh?” è un album che segna l’ottimo inizio di una band dalle intuizioni precise e molto interessanti e che attendiamo al varco del secondo album come sigillo di una maturità ad un passo dall’essere raggiunta.

Giuseppe Rapisarda

Autore dell'articolo: Giuseppe Rapisarda

Giuseppe Rapisarda

Avvocato, appassionato di musica. Da quando il padre gli regalò la cassetta di “Outlandos d’Amour” dei Police non ha più smesso di comprare dischi. Sa essere concreto anche se, di tanto in tanto, si rifugia in un mondo ideale sospeso tra le canzoni di Neil Young e le divagazioni oniriche dei romanzi di Murakami.