No Review – La maturità indietronica dei Lali Puna in “Two Windows”

La resurrezione degli alfieri tedeschi dell’indietronica Lali Puna, con l’LP Two Windows, uscito per la fidata Morr Music, è l’ultima sorpresa di un 2017 musicale sempre più nel segno dei comeback eccellenti. A sette anni dal precedente, e non brillantissimo, Our Inventions (senza considerare l’ep Silver Light del 2012, prevalentemente composto da remix di materiale precedente), e quando sembrava che il progetto fosse entrato in iato permanente, Valerie Trebeljahr rimette in pista i Lali Puna con l’obiettivo, tutt’altro che semplice, di attualizzare e reinventare quella cifra stilistica permeata di nostalgie glitch, glacialità kraut e sospensioni downtempo, che sul finire dei ’90 attirò l’attenzione del mondo indipendente sulla scena electro “made in Germany”, in grande evidenza grazie alle uscite poderose di Notwist, Ulrich Schanuss, Styrofoam, The Go Find, B. Fleischmann, oltre che dei nostri.

Per Two Windows la Trebeljahr si ritrova quindi con Christian Heiß e Christoph Brandner, ma senza (l’ormai ex marito) Markus Acher dei Notwist. La fine del sodalizio umano e artistico tra Valerie e Markus ha rappresentato innegabilmente un momento cruciale per le dinamiche interne e le sorti della band, finora caratterizzate da un evidente rapporto di dipendenza rispetto ai Notwist ed influenzate dalle vicende personali della coppia (la nascita di due figli e l’insorgere della crisi coniugale sono all’origine del progressivo diradarsi dell’attività discografica e live negli ultimi anni). Ciò nonostante, Valerie è riuscita ad elaborare e metabolizzare efficacemente questo tumulto personale, riversando in Two Windows lo slancio di una ripartenza che volge lo sguardo al passato, quasi come in un compendio di carriera permeato da nostalgica malinconia e introspezione cupa, ma che allo stesso tempo si apre a nuove soluzioni espressive, nel tentativo di declinare al presente il verbo indietronico.

Considerate queste premesse, l’impatto con i Lali Puna del 2017 sorprende positivamente: l’album si apre con un quartetto di brani tra i migliori della loro intera produzione. Spicca su tutti il meraviglioso singolo Deep Dream, cosmico, ipnotico ed intriso di purissimo Bristol sound. Ma si rimane sedotti anche dal minimalismo ad intensità crescente della title track, dai richiami a Caribou di Come Out Your House e dalla nenia robotica di The Frame, stemperata melodicamente grazie al contributo del compositore e producer Dntel (James Tamborello).

Un incipit davvero convincente, che lascia poi spazio a tracce maggiormente indulgenti verso stilemi electro-pop invero un po’ triti (Wear My Heart, Her Daily Black), seppur esposti con eleganza assoluta e resi unici dalla sensualità vocale, eterea e composta, della Trebeljahr. Nella parte centrale si fanno comunque notare le minimali Bony Fish (con il feat. di Mary Lattimore) e Birds Flying High, mentre la cover di The Bucket dei Kings Of Leon risulta un esperimento davvero riuscito (forse meglio dell’originale?). All’elenco delle collaborazioni si iscrivono pure MimiCof (Midori Hirano) e Radioactive Man, rispettivamente su Everything Counts On e Head Up High, che chiudono il disco senza sussulti, filologicamente ossequiose dei canoni indietronici anni ’00.

Da sottolineare, infine, come Valerie mantenga sempre alta e a fuoco la qualità delle lyrics, senza arenarsi nelle secche autoreferenziali della separazione da Acher, ma canalizzando il conseguente senso di solitudine per giungere a parlare di emancipazione personale e globale, di gentrificazione dei centri urbani, del rapporto uomo-tecnologia, della libertà personale minacciata, delle contraddizioni nel cambiamento (Wonderland). A far da filo conduttore, per ogni argomento, sono proprio le “due finestre” invocate nel titolo dell’LP: due punti di vista diversi da cui guardare la medesima realtà.

E duplice è anche il punto di vista finale che si può assumere rispetto a questo ritorno dei Lali Puna. Da un lato, c’è la certezza di aver ritrovato una band sempre efficacissima nel muovere emozioni ed evocare scenari di rara soavità; dall’altro, l’assenza di particolari elementi di novità, nonostante lo sviluppo del sound e l’apertura a collaborazioni esterne, fa sì che l’album non “sconvolga”, pur risolvendosi in un esito di buona ed amalgamata eterogeneità. L’auspicio è che si tratti di un solido punto di partenza per esplorare territori musicali ancora più avventurosi.

                                                                                                                                                              Mario Lo Faro

Autore dell'articolo: Mario Lo Faro

Mario Lo Faro

Mario Lo Faro nasce, cresce e fa i bagni a Catania. Di giorno esercita la professione di avvocato, mentre di notte tortura chitarre e infligge la sordità a se stesso e a chi si trova nel raggio di 10 km dal suo ampli. Organizza la sua esistenza in funzione della musica, suonata e ascoltata.