No Review – La poesia dell’assenza: “A Crow Looked At Me” di Mount Eerie

La morte è imprigionata in un recinto delimitato da uno steccato invisibile, costruito sapientemente da un continuo lavoro di rimozione psicologica che tende a preservare quella illusoria immunità dalla fine di ogni cosa. Eppure, nonostante ciò, la morte esiste ed è reale. Così canta Phil Elverum (aka Mount Eerie) nel suo struggente “A crow looked at me”, come testimonianza di dolore per la perdita della moglie Geneviève Castrée a causa di un tumore che l’ha divorata appena un anno dopo avere dato alla luce la loro bimba. Ci aveva già provato Sufjan Stevens con “Carrie & Lowell” a trattare il tema della perdita e del perdono, con una sensibilità ed una delicatezza che lasciavano solchi profondi nell’anima dell’ascoltatore. “A crow looked at me” può essere paragonato a “Carrie & Lowell” per come queste undici canzoni condividono le vibrazioni potenti derivanti dalla descrizione del vuoto con cui la quotidianità è costretta a confrontarsi e della trasformazione come passaggio traumatico ed inevitabile per poter sopravvivere.

Nessuna sovrastruttura nella produzione, le canzoni sono registrate nella stanza dove Geneviève è morta, il microfono cattura l’eco diffuso dalla voce dolente e lo scorrere delle dita sulle corde della chitarra. Geneviève era, oltreché disegnatrice, anche musicista, e così Phil ha deciso di suonare gli stessi strumenti appartenuti a lei: la chitarra, il basso, l’amplificatore ed una vecchia fisarmonica. Se “La migliore cosa del passato è che è finito”, così come recitano i versi di una poesia di Joanne Kyger, in queste canzoni la malattia e la sofferenza fisica non appartengono più al presente, sono state disinnescate da un moto di tenerezza in modo da non poter nuocere più. Musicalmente l’album non si discosta dalla linea tracciata nei precedenti lavori di Mout Eerie. Ritroviamo qui lo stesso spleen, lo stesso approccio low fi che lo pone in prossimità dei languori di Jason Lytle dei Grandaddy, e nel medesimo tempo, allo speech intimista di Sun Kil Moon o alle sospensioni folk di Will Oldham di “Master and Everyone”.

L’opener Death is real è un fiume di coscienza che scopriamo essere una dichiarazione di amore, così come la successiva Seaweed dove il nostro canta flebilmente: “You are the sunset” nell’atto di spargere le ceneri al vento. In Forest Fire Elverum racconta di avere lasciato le finestre aperte sperando di poter riuscire a sentire la voce della moglie mescolata al vento. Ma è tutto l’album ad essere pervaso da una grande umanità, divisa tra il dolore e la responsabilità di continuare a vivere per crescere la figlia nonostante un mondo di fascismi e divisioni. Ed è questo il messaggio che resta, rifuggire il pietismo e continuare a correre. E se Phil Elverum è convinto che in qualche modo Geneviève continui a vivere in una forma diversa, magari assumendo le sembianze di corvo che lo osserva come un essere fiabesco, non saremo certo noi a smentirlo. Album da ascoltare a cuore aperto.

 

Giuseppe Rapisarda

Autore dell'articolo: Giuseppe Rapisarda

Giuseppe Rapisarda

Avvocato, appassionato di musica. Da quando il padre gli regalò la cassetta di “Outlandos d’Amour” dei Police non ha più smesso di comprare dischi. Sa essere concreto anche se, di tanto in tanto, si rifugia in un mondo ideale sospeso tra le canzoni di Neil Young e le divagazioni oniriche dei romanzi di Murakami.