No Review – l’albero di Josh Homme: dalle radici dei Kyuss al dancefloor dei “Villains”

Josh Homme ha sempre curato in prima persona la produzione dei propri album, nati sotto la fulgida stella cometa dei Queens of the Stone Age: chi fa musica sa perfettamente che anche la fase di transizione che un brano attraversa passando da amplificatori e microfoni a banco di missaggio e casse nella produzione di un disco vorrebbe che fosse figlia dello stesso parto.

Che la firma possa essere sempre unica, dalla inseminazione fino al parto.

Nel caso di “Villains” (2017, Matador Records) Homme ha, viceversa, del tutto lasciato il bastone di comando del mixer ad altri (Mark Ronson). Indagare sul perché è, verosimilmente, privo di interesse mentre può essere importante capire se il gioco ne sia valsa la candela.

Probabilmente influenzati dall’immagine del demonio in copertina (il diavolo è tornato ad essere maledettamente pret a porter) la sensazione che si ha nell’ascolto di “Villains” è che sia un disco epico, modernamente blues, dove la voce di Homme, complice la sua capacità innata di scegliere cantati efficaci emergono su riff e moods assolutamente e genuinamente blues, costituisce la matrice. Anche dove i riff di chitarra si fanno più sincopati (un marchio fabbrica QOTSA) e “ballabili” la matrice hard/blues è e rimane sempre evidente con buona pace di chi vorrebbe il disco da dancefloor per la banalissima associazione con il produttore del disco, attuale guru del musicbusiness.

Feet Don’t Fail Me, prima traccia al fulimicotone dell’album (tra i Black Sabbath e i Black Keys – god bless black.) è ballabile come poteva essere ballabile Evil Woman o NIB; The Way We Use to Do è il primo, spettacolare, singolo la cui impronta sfacciatamente e maleducatamente bluesy s’incontra con un cantato, come sempre, all’altezza della situazione.

Domesticated Animals (a Pete Townsend piace questo elemento) è il brano che sposta il livello della composizione ancora un po’ verso l’alto, riportando, cioè, le lancette all’indietro: ai QOTSA di “Sick, Sick, Sick” per intenderci: ma la maturità ha sempre un effetto benefico e qui, adesso, è tutto molto più elegante senza che si perda nulla in termini di forza e potenza.

Fortress sembra uscita dalla penna di Neil Young e ad ogni ascolto assume una connotazione sempre maggiore di anthem: le chitarre lasciano un po’ di spazio a qualche accenno di synth, assolutamente funzionale all’andamento del brano, e mai invasivo. Colpisce, però, sempre la capacità di Homme di trovare linee melodiche affascinanti e di presa fortissima, tanto con la voce, quanto con la chitarra.

Head like a haunted house con il suo incedere fast rockabilly à la Tin Machine dei Tin Machine, ci ricorda che tra i vari parti artistici del deus ex machina dei QOTSA ci sono anche i guasconi degli Eagles Of Death Metal, mentre Un-Reborn Again è, probabilmente, il brano più fedele alla linea della band di Homme.

Il trittico finale di Hideaway, The Evil has landed e Villains of Circustamce, da solo, vale il prezzo del biglietto: la band di Homme mostra il proprio lato magnificamente eclettico, a volte anche un po’ ridondante (come in Hideaway), ma è quando una band non lascia appigli per le definizioni di genere, che una band ha fatto centro.

Nelle interviste che hanno preceduto l’uscita dell’album, Josh Homme ha cercato di spiegare il perché della scelta di Mark Ronson in cabina di regia con la volontà di certificare “quale sia il suono dei Queens of The Stone Age oggi”: a puntina sollevata dal disco, la percezione è che Ronson non abbia aggiunto una virgola alla capacità dei Queens of The Stone Age di creare il suono, il proprio e quello di generazioni di musicisti che hanno preso a piene mani dal combo (assai mutante) statunitense, ma molti zero al proprio conto in banca.

Villains è un ottimo disco, pieno fino all’epifania di una sorta di horror vacui: non ci sono quasi mai vuoti o pause e dove queste si presentano sono vere e proprie gemme. Il livello di composizione è molto alto, ma la voglia di fare un disco pop è stata superiore anche alla scelta di un produttore anche pop: i brani sono, cioè, nati con la voglia di essere accessibili ad un numero sempre maggiore di utenti o di streamers e ciò, lungi dall’essere un difetto, si è rivelato forse solo un limite rispetto ad una band con potenzialità così elevate, nonostante un’età non più imberbe.

Il Diavolo veste Prada, ma non disdegna cuoio, borchie e tanto, tantissimo fuzz.

Filippo Basile

Autore dell'articolo: Filippo Basile

Filippo Basile

Filippo Basile nasce e resiste a Catania, dividendosi tra l’amore mai sopito per la musica (ascoltata e suonata) e l’appassionata attività forense . Consapevole che la musica brutta esiste eccome, ricerca sempre quella migliore, pur sapendo che per trovare l’oro bisogna cercare tra rocce e fango.