No Review – L’elegia post rock di “Luciferian Towers” dei GY!BE

La Fine si inscrive nella musica dei Godspeed You! Black Emperor come un codice sotterraneo con cui interpretare il lento cupio dissolvi dell’umanesimo postmoderno. D’altronde lo spoken di Dead Flag Blues, brano iniziale dell’album d’esordio “F♯ A♯ ∞”, di cui ricorre il ventennale, recitava mestamente “the car’s on fire, and there’s no driver at wheel” a significare la cupezza non di un futuro distopico, quanto di un presente compromesso come la polpa di un frutto andato a male. Se l’ascolto di quell’esordio lascia ancora cicatrici profonde è proprio per la lucidità di una visione etica e concettuale che troviamo immutata lungo tutta la produzione del collettivo canadese, declinata con una coerenza ed una fedeltà a se stessi da cui discende una indiscussa autorevolezza.

Vi è una sorta di osmosi dei GY!BE con la propria musica, prova ne è la rinuncia a qualsiasi immagine personale di tipo promozionale (nessuna foto del collettivo è presente sugli album), oppure il telo di oscurità che avvolge la band dal vivo e su cui prendono forma le immagini proiettate dal cineasta canadese Karl Lemieux. E se questa natura sfuggente, simile ad una foto scattata in velocità, ha contribuito ad alimentare il culto attorno alla band è qualcosa di meramente incidentale: il centro di tutto rimane una musica politica, antagonista, radicale e mai immobile nel suo fluire magmatico. E’ indubbio che nella discografia dei GY!BE “Lift Your Skinny Fists Like Antennas To Heaven”, risalente al 2000, si attesti come snodo fondamentale ed in qualche modo inarrivabile, ma è altrettanto vero che “Allelujah! Don’t Bend! Ascend!” rappresenta un’ulteriore svolta segnata da un suono più feroce (vedi la marea crescente di distorsioni in Mladic) ed una connotazione di maggiore ineluttabilità apocalittica. Due anni dopo la magniloquenza tellurica di “Asunder, Sweet and other Distress”, i canadesi danno alle stampe “Luciferian Towers”, lavoro che si pone come una sintesi matura delle vite passate. Tutto è perfettamente dosato, la forza è maggiormente organizzata secondo una logica funzionale ai brani, ora più contenuti nonostante l’estrema complessità degli sviluppi armonici. La percezione che si trae dall’ascolto di “Luciferian Towers” è una lenta risalita dagli inferi, l’aria che gonfia i polmoni, la luce che prepotentemente passa attraverso gli interstizi della caverna di Platone illuminandone il fondo e sconfessando le illusioni.

L’iniziale Undoing A Luciferian Towers è una lenta e vibrante pastorale che ha in sé gli echi delle vibrazioni dell’elettricità rilasciata dal sole che partorisce un nuovo giorno prima di trasformarsi in una triste marcia di soldati che fanno ritorno a casa stremati. La magnificenza degli oltre 14 minuti della successiva Bosses Hang sono un blues di pura poesia convogliato in un flusso mantrico psichedelico che, definendo una traiettoria circolare, assume progressivamente consistenza per tornare al punto di partenza in una smisurata esplosione. La successiva Fam / Famine è la sosta rigeneratrice in un disturbato stream of consciousness di deriva ambient, mentre la chiusura dell’album è affidata alla bellezza di Anthem for No State: le sinuosità misteriche dell’arpeggio ci prendono per mano per condurci nelle profondità di un bosco fitto in cui regna un’energia primigenia a cui ci abbandoniamo, la forza belluina di una coltre di fuzz da cui si genera una tempesta hard pshych che mutua il proprio linguaggio dall’epica morriconiana.

Luciferian Towers” è un album grandioso che conferma i GY!BE tra le più grandi band di oggi e non solo della scena post rock internazionale. Ascoltare un loro disco rimane ancora un’esperienza che dona grandi suggestioni, paragonabile al poggiare l’orecchio su una conchiglia per captarne l’eco lontano dell’apocalisse. Dopodiché capiremo che essere fuori tempo e contemporanei non è per nulla una contraddizione.

Giuseppe Rapisarda

Autore dell'articolo: Giuseppe Rapisarda

Giuseppe Rapisarda

Avvocato, appassionato di musica. Da quando il padre gli regalò la cassetta di “Outlandos d’Amour” dei Police non ha più smesso di comprare dischi. Sa essere concreto anche se, di tanto in tanto, si rifugia in un mondo ideale sospeso tra le canzoni di Neil Young e le divagazioni oniriche dei romanzi di Murakami.