No Review – Love Will Kill All dei Bleeding Through, metalcore non convenzionale

I fan del metalcore non possono non conoscere i Bleeding Through, una delle band di punta del genere. Quando nel 2013 un comunicato stampa ne annunciò lo scioglimento, la delusione era palpabile tra i fan. Una band che dopo 14 anni di carriera annuncia la sua “morte artistica” è sempre un pugno in faccia. Ma quando, nel Marzo 2018, l’etichetta Sharptone Records rilascia un breve video contenente le uscite 2018, diversi fan riconobbero la voce di Brandan Schieppati, leader e frontman della band californiana. Ed il 25 Maggio viene presentato Love Will Kill All, ottavo lavoro in studio della band, dopo un silenzio durato 5 anni.

Gli album del ritorno sono sempre una scommessa: alcuni sono ottimi, altri meno. Questo dei Bleeding Through è una piacevolissima sorpresa. Il metalcore, negli anni, non ha mai brillato per originalità e freschezza. La monotonia, come succede ora con il djent o generi più moderni, rischia di inficiare i lavori di molte band, ma invece in questo caso, secondo il parere di chi scrive, ci troviamo di fronte ad un album fresco. Il disco incarna esattamente cosa dovrebbe essere il metalcore: cori, riff spaccacollo, breakdown, testi brutali, una mazza da baseball sul collo. La particolarità delle composizioni è che riescono sapientemente ad unire il classico del metalcore con varie influenze, dal black metal al death all’hardcore. Ne è un esempio la seconda traccia, Fade Into the Ash, che sembra scritta dai migliori Cradle of Filth uniti agli Hatebreeed. Contaminazioni di vari generi che sfociano in un ritornello cantato con voce pulita che rimane in testa e convince. Il lavoro della tastierista Marta Peterson è la carta vincente di questo brano, ma anche di molti altri. Riesce ad amalgamare le parti più brutali incorniciando le composizioni in un quadro più “horror” e oscuro, senza far perdere ai brani la loro brutalità. Dead Eyes ne è un altro esempio: è una canzone che potrebbe benissimo venire dal periodo d’oro dei Dimmu Borgir , ma che riesce a camminare perfettamente in equilibrio fra black metal ed hardcore, merito anche di un ritornello catchy ed intelligente. Remains è un altro esempio di queste delicate commistioni di genere: qui i Fear Factory salutano da lontano ed i Bullet for my Valentine fanno capolino e danno il loro contributo immaginario anche nella traccia successiva, Slave. 

Il metalcore è uno di quei generi che forse maggiormente contiene al suo interno i “puristi” del genere: Love Will Kill All non è sicuramente un disco per loro. E’ sperimentale, contiene tantissime sfumature, oltre ad essere ottimamente eseguito e prodotto. Certo, è un disco difficile e non immediato, bisogna avere una certa apertura mentale ed abitudine all’ascolto di più generi e sottogeneri, ed accettare il fatto che nel 2018 è giusto poter e dover sperimentare. Non è un disco che fa gridare al miracolo, ma a mio avviso è una delle uscite più interessanti del 2018.

 

Autore dell'articolo: Guido Penta

Guido Penta