No Review – “Lowlands”, il debut album dei Polar Station

Polar  Station “Lowlands”

Etichetta: Nerdsound Records e Canned Waves

Uscita: 16 Marzo 2018

 

Se “la-provincia-di-Frosinone” fosse un’isola, probabilmente sarebbe collocata, nell’immaginario musicale dei Polar Station, tra il Regno Unito, l’Islanda e la Norvegia. Già, perché “Lowlands”, debut album della band in questione, che in quella provincia colloca il proprio personale avvio artistico nel 2012, suona di vento artico ed ha i colori dell’aurora boreale e di notti lunghe e bianche. Con ciò non si vuole assolutamente affermare che “Lowlands” suoni come un disco freddo e impersonale, tutt’altro. A cavallo tra musica elettronica e dreampop, il lavoro dei Polar Station è un disco intimo ed elegante, con sonorità in bilico tra i The XX, Daughter e Röyksopp, che sa prenderti e portarti via a spasso, con grazia e misura, nella dimensione eterea dei suoi suoni elettronici e dei bellissimi e sognanti arpeggi di chitarra. La voce di Silvia Zambon, lead singer del gruppo, traccia il percorso melodico facendo sorvolare con personalità e delicatezza le pianure elettroniche del disco, artificialmente costruite da Daniele Gabrielli, Cristian Angelini e Manuel Bianchi.
Il tema del doppio è l’argomento centrale di What It Feels Like, brano d’apertura. Costruito su un incrocio tra una voce femminile e una voce apparentemente maschile (in realtà è la stessa voce della cantante processata, vedi intervista di Cinzia Canali su Nonsensemag del 01 aprile 2018), il pezzo marchia in maniera netta il mood del disco. Batteria elettronica, campionamenti, suoni di synth, arpeggi di chitarra ben misurati, cori spezzati a dare ritmica e un basso sinuoso che, con il uso movimento, a tratti riporta alla mente quello di How to disappear completely dei Radiohead. Wake up call è un brano delicato ma allo stesso tempo teso e cupo, con strofa e ponte in cui si riconosce lontanamente il “debito” nei confronti del gruppo di Thom Yorke post “Ok Computer”, soprattutto nell’uso dell’arpeggio di chitarra in loop e in alcuni passaggi armonici “maggiore-minore”. Il ritornello riesce ad aprire il pezzo in maniera meravigliosa rendendolo uno dei più belli e godibili di tutto il disco. Something è un brano con un bel groove nei cui passi trascinati la voce si incastra in maniera perfetta. Pur restando ferma la dimensione eterea che voce, cori campionati ed inserti elettronici rendono propria dei Polar Station, il brano risulta un pizzico differente dagli altri. Silence è in assoluto il mio preferito per gusto e misura e per il modo in cui ogni suono è equilibrato e funzionale ad una melodia accattivante che si lascia ascoltare donando belle vibrazione emotive. Fragile è un pezzo breve, posto al centro del disco: synth, due note di chitarra, voce e malinconia, una sorta di core emozionale. Ordinary Life “riapre le danze”, un brano un po’ alla Morcheeba, costruito su un bel giro di pianforte rhodes, che “parla di scelte, un po’ come tutto il resto del disco: fare scelte durante un viaggio che forse non ti porterà da nessuna parte” come la stessa band afferma. Midnight è un brano malinconico con un crescendo musicale che culmina in un bellissimo finale in cui chitarre voci ed elettronica si gonfiano e avvolgono per poi scomparire in un attimo. Il disco si chiude con Committed to What, ben arrangiato, ricco di campionamenti, ma che suona vivo e non di plastica e Golden Flares, pezzo arpeggiato, intimo e delicato con una bellissima soluzione ritmica che riporta alla mente i migliori Lali Puna.
Credo che i punti di forza di questo esordio musicale siano soprattutto due. Il primo è la composizione dei brani che, in nessun punto del disco, risulta secondaria o “schiava” dell’elettronica. La canzoni suonano vive perché tali risultano essere. Il secondo è certamente il gusto. Non è facile produrre un disco di musica elettronica che non suoni piatto, scontato e banale o in cui, peggio ancora, ci si lasci prendere la mano gonfiandolo di inutili e fastidiosi orpelli. “Lowlands” è un lavoro fatto con gusto, misura ed eleganza da musicisti che sanno usare gli strumenti che suonano, senza farsi suonare da essi, hanno una direzione ed esattamente in quella, con verità e stile, portano l’ascoltatore. Veramente un ottimo esordio.

 

Autore dell'articolo: Gianluca Quarta

Gianluca Quarta
Gianluca Quarta nasce a Lecce il 15.04.1978. Cresciuto musicalmente negli anni '90, ha creduto che dopo "OK Computer" la musica potesse finire, poi è arrivato "KID A". Legge, ascolta, osserva. In ciclo continuo