No Review – “No Cross No Crown” è l’ennesima conferma dei Corrosion Of Conformity

Tagliamo corto sui convenevoli: i Corrosion Of Conformity non hanno bisogno di alcuna presentazione. Attivi dal 1982 (!) hanno attraversato, permeandosene, gli ultimi trentasei anni di storia di un certo tipo di musica, dapprima come feroce band hardcore e crossover thrash, successivamente ponendosi tra i nomi di punta della scena sludge/southern dei primi anni ’90, grazie a pietre miliari come Blind (1991) e Deliverance (1994).  Con No Cross No Crown, dunque, il quartetto giunge al traguardo del decimo album in studio con la sicurezza di chi non deve dimostrare più nulla.

L’album, il cui titolo appare come un chiaro manifesto di una band che non ha perso un’oncia della propria caratura ideologica, è stato pubblicato da Nuclear Blast in doppio vinile, per una durata di quasi un’ora di musica. L’apertura è affidata a tre brani già pubblicati negli ultimi mesi come singoli, che se prima non avevano convinto appieno oggi, posti nel contesto e con più ascolti, risultano episodi di spessore. “The Luddite” e “Wolf Named Crowd” sono due ottimi esempi di robusto stoner metal, la prima fortemente caratterizzata dalla vocalità sboccacciata di Pepper Keenan, la seconda arricchita da un momento psichedelico e vagamente orientale, mentre “Cast The First Stone” spinge sull’acceleratore con un piglio rock n’ roll che darà sicuramente il suo meglio in sede live.  “Little Man” e “Forgive Me” chiudono, tra southern rock e stoner lievemente di maniera, il primo dei due dischi che compongono No Cross No Crown. La seconda parte contiene gli episodi più cupi del lotto, di cui alcuni trascurabili (“Nothing Left to Say”, “Old Disaster”) e altri più personali, come “A Quest to Believe (A Call to the Void)” e la conclusiva “Son and Daughter”, brano old school fortemente debitore della prima ondata di doom metal inglese. In questi ultimi frammenti, inoltre, si palesa anche un certo gusto classic rock in alcune soluzioni, specie in quelle solistiche, che fanno pensare a una versione redneck di Brian May o David Gilmour.

A conti fatti No Cross No Crown si dimostra un ascolto piacevole e senza troppe pretese, che farà la gioia dei fan di vecchia data – anche in virtù di un suono mai troppo moderno –  in particolar modo in un momento storico in cui il genere attraversa un consistente revival. Certo, non mancano alcuni brani-compitino, e il tempo di ascolto è fin troppo annacquato da intermezzi strumentali di cui sfugge il senso, ma nonostante tutto i Corrosion Of Conformity sfoderano alcuni assi nella manica che confermano le proprie abilità compositive e comunicative, quelle di chi è sulla scena da più di tre decenni. Sembra chiaro a chiunque che non scriveranno mai più una “Albatross” (e, d’altronde, chi ci riuscirebbe?) ma in fondo va bene così, finché produrranno musica di valore con una certa attitudine.

Autore dell'articolo: Francesco Paladino