No Review – Painted Ruins: il nuovo LP dei Grizzly Bear

I Grizzly Bear sono indubbiamente una delle band di spicco della scena indie statunitense. La band capitanata da Edward Droste, oltre ad essere sotto contratto con il colosso discografico RCA, ha saputo, nel corso degli anni, plasmare un’estetica musicale ben precisa. Quest’ultima si basa sul perpetuo flirt con generi musicali disparati: i loro dischi sono un’accurata miscela di folk, art rock, barocco e talvolta tempi non convenzionali tipici della musica colta prog e jazz. Il disco che ha cristallizzato questo modo di intendere la musica è stato Veckatimest (datato 2009) che ha mietuto successo sia nella critica, che nel pubblico. Pitchfork gli assegnò un voto sopra il 9 e il loro singolo Two Weeks è stato adottato in spot pubblicitari e serie tv. A otto anni di distanza da Veckatimest (e a cinque dal loro successivo Shields) la band di Brooklyn ha dato alle stampe Painted Ruins.

Stando alle dichiarazioni di Droste, un lavoro dei Grizzly Bear necessita più ascolti per essere metabolizzato e per poter scorgere appieno i numerosi vezzi stilistici. Painted Ruins non fa eccezioni. Rispetto alle loro precedenti uscite, questo nuovo LP presenta una produzione più patinata e un feeling a larghi tratti più jazzato, elettronico e synth driven. Già dalla traccia di apertura, Wasted Acres, i nostri accantonano il barocco e la psichedelia e imbastiscono una trama soffusa dove spicca una coda che si snocciola lungo trame chitarristiche jazzy ed avvolgenti. L’arte manieristica che i Grizzly Bear conoscono bene, tuttavia, torna preponderante in altri brani come Neighbor; nonostante ciò, le numerose raffinatezze tecniche e di arrangiamento creano una coesione di fondo che non va ad intaccare il flusso mellifluo della canzone. Gli addetti ai lavori sicuramente apprezzeranno Four Cypresses; un brano che, come una matrioska, svela continue sorprese tecniche e stilistiche. Si tratta di un brano liquido contornato da echi elettronici ed evocativi; un puzzle di new-wave, prog-rock e psichedelia sostenuto dallo slancio vitale della batteria marziale e dal basso agglutinante.

Se però si dovesse guardare il disco da un’ottica più cinica, bisognerebbe ammettere che a tratti il lavoro nel suo complesso suona un po’ datato. Mourning Sound, ad esempio, è un brano catchy e revivalista che ricorda le canzoni delle colonne sonore di Fifa tra gli anni 2008 e 2011. Lo stesso discorso è applicabile a Losing All Sense, una stucchevole composizione che fa il verso alla neo-psichedelia cara all’indie di circa dieci anni fa. Il risultato è un brano impalpabile: né troppo diretto per essere considerato un singolo efficace, né troppo raffinato per essere apprezzato da un pubblico attento.

Tirando le conclusioni, Painted Ruins è un disco di alti e bassi. Il perfezionismo dei Grizzly Bear è innegabile, ma in alcuni casi risulta essere controproducente. I manierismi, a tratti eccessivi, non bastano a mascherare delle idee musicali che sono già state esplorate in campo alternative rock. In altri casi, nei brani dove cercano di guardare oltre e di non risultare una copia di loro stessi, si trovano delle soluzioni ritmiche e compositive interessanti. Indubbiamente, non è  un disco da prendere a cuor leggero.

Autore dell'articolo: Gilberto Giannacchi

Gilberto Giannacchi

Batterista con un debole per i cibi pesanti e la lingua d’Albione. Amante di post-rock, post-hardcore e prog d’annata.