No Review – Paradise Lost: la Medusa che non urtica

 

Nell’ultima decade, la cosiddetta scena metal ha vissuto quella che potrebbe essere definita come la new wave of old school, quella tendenza, cioè, a riaprire i bauli di vestiti/strumenti/canzoni/generi in voga venti o trent’anni fa, dargli una media ripulita e proporla come back to the roots: le cause sono note e vanno ricercate nella totale assenza di stimoli da parte tanto dei musicisti, quanto dei consumatori di musica. La cosa essendo, purtroppo, del tutto reciproca.

In buona sostanza le vecchie (ed in alcuni casi) gloriose bands hanno attinto non solo al passato repertorio, ma anche all’antico modo di comporre musica per riproporsi ad un pubblico già fidelizzato, ovvero per accaparrarsene uno nuovo che non riesce a trovare (la voglia di cercare) cose più fresche.

Non in tutti casi le operazioni di restyling sono riuscite: alcune band hanno ripresentato solo il repertorio datato in tour nuovi di pacca; altre si sono spinte a fare anche dischi nuovi: la direzione generale, in entrambi i casi, è stata quella di rastrellare il più possibile per godersi un nuovo benché più modesto lifestyle of rich and famous.

 

Nella via di mezzo, rispetto a cotanto filthy lucre, si trovano i Paradise Lost nati nei sobborghi di un sobborgo del West Yorkshire (Halifax), band che vide il proprio lustro tra la fine degli anni ’80 e la fine dei ’90, apice della carriera dei goth – doomers britannici. I Nostri, a differenza di molte delle band di cui sopra, non solo hanno dato una spinta (ed anche una definita connotazione al gothic – doom attraverso pietre miliari come Shades of God, Gothic e Icon – album della definitiva consacrazione – , hanno sempre continuato a sfornare dischi, con l’unica pecca di seguire eccessivamente i trend musicali del momento nei momenti di maggiore crisi compositiva (vedi l’elettronica a cavallo degli anni 2000 di One Second e di Host, ma in realtà non furono gli unici) per tornare, nell’ultima decade per l’appunto, a sonorità più consone ai propri inizi: l’old school, per l’appunto.

Se, quindi, non possiamo dire di certo che i Paradise Lost stiano cavalcando spudoratamente la nuova onda della vecchia scuola, è chiaro che non per questo l’operazione di “Medusa” (Nuclear Blast) non possa essere esente da critiche. Anzi.

Fearless sky, opener dell’album offre un gothic doom ultra classico, proprio a la Paradise Lost che nulla toglie, ma nulla aggiunge a ciò che il combo di Halifax aveva già detto 20 e, ahimè, 10 anni fa.

Gods Of Ancient, con un riffone più studiato e meno pigro dell’opener, ci ricorda che Gregor Mackintosh, nonostante l’età, abbia ancora qualcosa da potere dire sul genere, ma anche qui, il grossissimo limite e freno dell’old school, contiene e non di poco la possibilità del brano di elevarsi compositivamente, non sfruttando, appunto, la capacità della band di essere stata cross over tra generi. Chiusura da dimenticare.

From the Gallows siamo dalle parti di Chapter VI dei Candlemass, ma manca la freschezza di allora (e di quei Candlemass), ed il solo di Mackintosh non illumina come nel passato: finale rubacchiato a The Trial dei Pink Floyd di the Wall.

The Longest Writer è un bel momento dove la band alterna citazioni e rivisitazioni della propria storia in bilico tra la metà degli anni ’90 (l’inizio) e la fine degli stessi: tutto ruota intorno all’uso della voce di Nick Holmes che, sui registri puliti, riesce a condurre – ancora una volta – su terreni quasi eterei ma che qui, forse per la prima volta dall’inizio dell’album, riesce convincente anche su quelli più growly. Merito anche di una composizione, finalmente, all’altezza della situazione.

Medusa: è la direzione che, forse, dovrebbero prendere i PL: una matura mediazione tra ciò che la band è stata, i percorsi che, indiscutibilmente, ha segnato e quelli che ancora potrebbe segnare. Riff di peso, melodie convincenti, cantati adeguati, ritornelli quasi catchy, anche se il miglior Mackintosh manca all’appello;

Si passa da No Passage For The Dead a Blood And Chaos, gothic che sa di Celebrity Skin delle Hole (!) ma il cambio d’accordi ha anche il sapore di Maiden prima maniera, fino Until the Grave: ennesimo mix tra old school e gothic anni ’90.

Medusa è un lavoro non all’altezza della storia dei Paradise Lost, nemmeno di quella più recente (A Plague Within’, 2015): la stanchezza esibita nell’ultimo tour, il non sembrare nemmeno troppo in forma (Mackintosh dimostra MOLTI più anni dei 47 anni che le biografie gli affibbiano) consigliano di aspettare qualche tempo prima di un’ulteriore prova discografica.

La morte può attendere. E’ il suo compito.

Filippo Basile

Autore dell'articolo: Filippo Basile

Filippo Basile

Filippo Basile nasce e resiste a Catania, dividendosi tra l’amore mai sopito per la musica (ascoltata e suonata) e l’appassionata attività forense . Consapevole che la musica brutta esiste eccome, ricerca sempre quella migliore, pur sapendo che per trovare l’oro bisogna cercare tra rocce e fango.