No Review – Abbiamo ascoltato il nuovo di Ryan Adams, “Prisoners”

Il sentire il mondo, le ossa, le braccia e gli organi interni cadere è una consapevolezza indistruttibile per Ryan Adams; la certezza di essere vivo e produrre una musica degna, profonda, anche se con uno stile molto classico è nascosta lì, in quel tumulto di dolori tanto acuti quanto ispirati.

Il ritorno di un artista tra i più interessanti nel panorama mondiale, ad un livello elevatissimo, è sempre una notizia da festeggiare. Tante volte la critica musicale si è addormentata ad osservare gli artisti e a rinchiuderli in clichè: è vero, Adams non ha un sound innovativo rispetto alle nuove stelle che stanno emergendo in questi anni, tuttavia il 42enne ha capacità e classe compositiva ineguagliabili. L’artista statunitense, che tra l’altro ha trovato il tempo di coverizzare un intero disco di Taylor Swift, è riuscito, come nel 2004 e nel 2000, a tirare fuori un lavoro perfetto partendo dai suoi dissidi interni e dal suo dolore.

Fondamentali nella sua poetica sono simboli e segni che vengono colti dall’autore con una caparbietà che gli mancava da anni. In un’intervista di un po’ di tempo fa Adams aveva rivelato come da pochi simboli, parole o frasi riesca a scatenare la sua vena compositiva, è questa la caratteristica che Prisoners fa emergere: una grande abilità nell’associare testi, situazioni ed emozioni viene portata all’ennesima potenza in un disco spaccacuore.

 

Lo stile, nella scrittura in particolare, ricorda Heartbraker e il testo del brano “Come Pick Me Up”: “I wish you would. Come pick me up. Take me out. Fuck me up. Steal my records. Screw all my friends, they’re all full of shit. With a smile on your face, and then do it again”. Adams con Prisoners ha raccolto le idee dopo un matrimonio fallito, e l’ha fatto sapendo prendere spunto anche dalle parti più dure della sua vita. Salinger, nel Giovane Holden, ci ha spiegato che: “Tu non puoi cancellare tutti i vaffanculo scritti nel mondo. È impossibile”. Adams si butta dentro i suoi timori, i fantasmi, e con Prisoners riesce a trovare anche la dimensione sonora adatta al suo stato d’animo.

Il suono è netto e la scelta di aprire il lavoro con Do You Still Love Me? risulta completamente adatta e in linea al suo alt-country-rock.

La grande capacità di Adams in Prisoner è l’onestà: l’album infatti rimane in ogni sua battuta un racconto schietto e aperto sui grandi orizzonti annebbiati e tormentati del cantautore.

Creare un parallelismo con Heartbreaker è immediato per chi conosce l’artista, ma personalmente amo pensare che il passato di Adams sia solo un segno, una profezia semi-biblica di un destino ancora da compiere. L’ex giovane prodigio ora è un uomo e Prisoner, se sarà l’inizio di una produzione costante e definita, potrebbe rappresentare il vero sbocciare di una carriera sempre leggermente incompiuta, ma mai inconsistente. Ryan Adams chiede attenzione e criterio nei giudizi, Prisoner è un simbolo, un atto interiore di amore, delusione, vita.

 

 

Autore dell'articolo: Gianluigi Marsibilio