No Review – “Surfacing to Breathe”, lo shoegaze secondo i Clustersun

Il grunge ha rappresentato per gli anni novanta il fenomeno più evidente di quella diffusa rabbia generazionale che, smarcandosi dall’estetica del decennio precedente, rivendicava un senso di inadeguatezza nei confronti del mondo. La parte meno evidente dello stesso fenomeno si è avuta con lo shoegaze nel senso che, a differenza del grunge, la musica è intesa come ripiegamento emotivo e l’apparente smaterializzazione sonora metafora di una implosione introspettiva. Lo shoegaze è l’altro versante della medesima urgenza, resa in forma meno sfacciata ma non per questo meno autentica. Nonostante la matrice comune, lo shoegaze, più del grunge, è invecchiato meglio, rendendosi più permeabile ad accogliere dentro di sé il passaggio di altri generi che lo hanno aggiornato.

Ecco perché inquadrare i Clustersun come una band strettamente shoegaze appare riduttivo. La band catanese formata da Marco Chisari, Mario Lo Faro ed Andrea Conti, nel 2014 ha esordito con l’ottimo “Out of your Ego”, album in cui veniva idealmente definita una discendenza a metà tra lo shoegaze e la new wave di nuova declinazione. Oggi, a distanza di tre anni, i Clustersun danno alle stampe “Surfacing to Breathe”, lavoro da cui si percepisce il raggiungimento di una maturazione in fase compositiva e di spessore della dimensione sonora, con una scrittura in cui prevale un livello di maggiore personalità. Dall’ascolto delle otto tracce si percepisce l’intenzione di volersi smarcare dai modelli di riferimento, giocando a manipolare il DNA dello shoegaze per aprirlo ad una ibridazione ad ampio spettro, con risultati davvero convincenti.

Il basso pulsante dell’opener Raw Nerve ci conduce in un territorio oscuro, screziato da languori new wave e squarciato da lampi abbacinati, la successiva Antagonize Me è puro post punk prossimo alle profondità di “Deeper” dei Soft Moon, mentre la drammaticità di Lonely Moon richiama le morbide tessiture degli Slowdive avvolte da evanescenti vapori chitarristici. La lunga The Whirling Dervish costituisce uno dei brani fulcro dell’intero album con i suoi afrori esotici e di deriva progressive, così come la traccia eponima Surfacing to Breathe rilascia fragranze della psichedelia americana di Austin (TX), in linea con The Black Angels. In chiusura troviamo il binomio Emotional Painkiller densa di umori Interpol frammisti ai Joy Division, e Event Horizon nei cui anfratti l’aria viene spostata dal passaggio dello spirito inquieto di Ian Curtis.

Surfacing to Breathe” è la conferma di una band forse penalizzata da angusti confini italici, il cui valore internazionale non è inferiore ad altre band favorite da un’aura di maggiore hype. Da segnalare l’artwork di Ilaria Facci che ritrae le nudità di un corpo di donna, contorto e modellato dalle ombre come in un dipinto di Caravaggio, segno di una riconciliazione tra materiale ed immateriale. La nuova stirpe di shoegazers ha smesso di guardarsi le scarpe ed ha alzato la testa per ammirare un cielo tinto del colore della notte.

Rate: 8/10

Giuseppe Rapisarda

Autore dell'articolo: Giuseppe Rapisarda

Giuseppe Rapisarda

Avvocato, appassionato di musica. Da quando il padre gli regalò la cassetta di “Outlandos d’Amour” dei Police non ha più smesso di comprare dischi. Sa essere concreto anche se, di tanto in tanto, si rifugia in un mondo ideale sospeso tra le canzoni di Neil Young e le divagazioni oniriche dei romanzi di Murakami.