NO REVIEW – Una via moderna allo shoegaze: il ritorno dei Ride con “Weather Diaries”

Il 2017 si conferma anno consacrato al culto del fuzz e del riverbero, portandoci in dote, dopo gli attesi full lenght di The Jesus & Mary Chain e Slowdive, anche il ritorno dei RIDE con Weather Diaries, giunto a rompere un silenzio discografico durato ben ventuno anni.

Tra i titani dello shoegaze, i quattro di Oxford sono quindi gli ultimi, in ordine cronologico, ad affrontare la sfida della rinascita, già raccolta e vinta da My Bloody Valentine nel 2013, Swervedriver nel 2015 e Lush nel 2016. E si tratta di un come back dalle aspettative pesanti, come è d’uopo per chi ha contribuito a definire i contorni del genere con due pietre miliari quali Nowhere (1990) e Going Blank Again (1992), salvo poi smarrire progressivamente coesione e identità nei successivi, e deboli, Carnival Of Light (1994) e Tarantula (1996). Da lì in poi lo iato creativo, coincidente con il crepuscolo dell’intera “scena che celebrava se stessa”, prima osannata e poi trucidata mediaticamente sulle colonne di NME e Melody Maker,  già convertite in cassa di risonanza per l’allora emergente fenomeno britpop.

Trascorse oltre due decadi, i RIDE si rimettono quindi in gioco, cavalcando l’onda lunga del revival shoegaze e forti dell’entusiasmo suscitato con la reunion e il successivo tour celebrativo, che li ha impegnati in giro per il globo negli ultimi due anni.  Ed i palchi ci hanno restituito una band in forma smagliante, consapevole e fiera del proprio blasone, ma parimenti smaniosa di dimostrarsi abile nel rinnovare l’alchimia creativa espressa nei primi due album.

In tal senso, Weather Diaries si muove chiaramente nella direzione della continuità con il periodo più glorioso, privilegiando però un approccio ispirato alla psichedelia con tinte pop di Going Blank Again, piuttosto che ai fragori noise di Nowhere. Il recupero di quelle atmosfere non si esaurisce, tuttavia, nella mera e autocelebrativa riproposizione per nostalgici fissatori di scarpe, ma diventa punto di partenza per una nuova temperie espressiva, che aggiorna, proiettandola nel futuro, la cifra stilistica del combo britannico.

Se infatti il ritorno di Alan Moulder al mix (come già per i primi due LP) garantisce la presenza degli elementi tipici del sontuoso RIDE sound – le celestiali armonie vocali e la sublime interazione chitarristica di Mark Gardener e Andy Bell, supportate dalla elegante potenza di Steve Queralt e Loz Colbert alla sezione ritmica – è però la produzione del dj Erol Alkan (mago nella creazione di scenari electro rock retrofuturistici, da ultimo sviluppati nel progetto Beyond The Wizard’s Sleeve) ad imprimere la sterzata verso una nuova gestione delle masse sonore. Laddove regnava il caotico magma shoegaze, ora vigono nitore, equilibrio e spazialità, il tutto screziato da elettronica analogica sciolta in soffuse nebbie rumoristiche.

Questa tensione tra il trademark della band e le nuove suggestioni a base di groove metronomici e calde progressioni synth driven, si risolve positivamente, conferendo grande freschezza e spontaneità a quasi tutti gli episodi dell’album, al netto di qualche scivolata o momento meno ispirato, e con una sensazione generale di notevole eterogeneità, da intendersi allo stesso tempo come pregio e difetto. Di sicuro il nuovo abito sonico confezionato dalla coppia Moulder-Alkan va comunque a vestire alcune delle melodie più limpide e dirette che la discografia dei RIDE annoveri.

L’ opener Lannoy Point mette subito le cose in chiaro. Un magnetico riff di chitarra che profuma di Robert Smith e Johnny Marr, un grasso arpeggiatore ad alto coefficiente di epicità in puro Alkan touch, e infine l’esplodere di una cavalcata che diventa volo librato sulle ali delle armonizzazioni di Gardener e Bell: ecco i RIDE del 2017. Charm Assault tira bei ceffoni con il suo ritornello serrato, seppur prevedibile, ed impressiona con la straordinaria ariosità delle strofe, dominate da quintessenziali chitarre jangly. Il tempo di perdonare ad Alkan lo sciagurato sample vocale che introduce All I Want (ma il brano poi decolla, sorretto dal drumming magistrale di Colbert), ed ecco che Home Is A Feeling arriva ad abbracciarci con il suo morbido dreampop, per poi abbandonarci dolcemente allo spleen della title track.

Ma è nella sezione centrale dell’album che gli OX4 piazzano tre colpi micidiali, a partire dal sabba shoegaze di Rocket Silver Simphony, proseguendo con la luminosa ed estiva Cali (vetta assoluta dell’album a cavallo tra Byrds e Wire, con un outro chitarristico da lacrime), fino al garage con fuzz spianato di Lateral Alice. La strumentale Integration Tape arriva a placare gli animi e anticipa il mood più compassato di Impermanence e White Sands, che chiudono elegantemente, ma invero un po’ sotto tono, il lavoro.

Weather Diaries non si presenta, quindi, immune da pecche, ma propone con classe innata una via matura, moderna, allo shoegaze, da parte di una formazione pienamente ritrovata in termini di coesione artistica ed umana, a totale agio nel confronto con il proprio passato e priva di timore nell’intraprendere nuove strade. La sfida – contro se stessi e contro il tempo – può dirsi vinta.

Mario Lo Faro

Autore dell'articolo: Mario Lo Faro

Mario Lo Faro

Mario Lo Faro nasce, cresce e fa i bagni a Catania. Di giorno esercita la professione di avvocato, mentre di notte tortura chitarre e infligge la sordità a se stesso e a chi si trova nel raggio di 10 km dal suo ampli. Organizza la sua esistenza in funzione della musica, suonata e ascoltata.