No Review – Vivere e morire di revival: Cristina D’Avena duetta con se stessa

Nascere tra la fine degli anni ’70 e la metà degli anni ’80 comporta, ancora oggi, il necessario ed inevitabile fardello del revival: quell’insieme ciclico, che mai trova fine, di emozioni, ricordi, immagini e canzoni che sarebbe opportuno seppellire una volta per tutte ma che, più o meno senza sforzi eccessivi, torna sempre a galla.

La voce di Cristina D’Avena e le sigle da lei cantate hanno diversi significati. Agli inizi degli anni 2000, quando la diffusione dell’ADSL era cosa acquisita, la sua voce ha ricominciato a riproporsi attraverso copie più o meno legittime di compilation di tutte quelle sigle: ascoltarle allora, anche per pochi secondi, significava un tuffo in un passato non troppo lontano per non ricordarsene ma nemmeno troppo vicino per non definirsi nostalgico.

Quel periodo passato in cui il domani non ha un significato preciso, nessuna scadenza, nessun esame, nessun lavoro: al massimo, LA MATEMATICA.

Da quel momento (ahinoi) si sono susseguiti eventi, raduni, feste, qualcosacomics, da qualche parte d’Italia, in cui celebrare il periodo della spensieratezza. E questa liturgia si è protratta, ormai stancamente, fino ad oggi quando, anche nella festa più hardcore immaginabile, arriva il momento di “ballare” su una cosa come Occhi di gatto. Era romantico, la prima volta. Già dalla terza volevi rinnegare le elementari che tanto male nemmeno erano state.

Insomma, di revival si può morire. Invece

Invece con “Duets” (2017, Warner Bros.) la D’Avena, gli autori (A. Valeri Manera, oltre l’anagrafica, IL titolo di coda ed il paroliere dei bambini degli anni ‘80) e la Warner appunto, tentano il colpo gobbo e, ovviamente, sbancano al botteghino: ripropongono le “canzoni dei cartoni animati” nel 2017, coinvolgendo “stars” italiche (corsivo e virgolette, perché non si sa mai) per beccare anche il pubblico più giovane. Di per sé non esattamente il massimo dell’originalità, ma il pubblico, a pochi giorni dall’uscita sembra gradire lanciando il disco, incontrastato, primo in classifica (qualunque cosa significhi, oggi).

Cosa porta in dote Duets?

Porta la riconoscibilità della voce della protagonista: basta il primo accenno e la puoi vedere la D’Avena, lì a cinquant’anni suonati, con gli occhioni grandi, strabuzzati sempre al momento giusto, che riesce ancora a credere di fare credere di credere che sì, i puffi son così. Ha una voce che è un brand, la si riconosce davvero subito e renderebbe più gradevole e familiare anche Google Maps e, forse complice il digitale, non sembra per nulla scalfita dal tempo che passa.

I “nuovi” arrangiamenti sono del tutto abulici, tolgono quel poco che c’è da togliere, e non aggiungono, nulla. Appaiono frettolosi, approssimativi e, se ci è concesso, poco rispettosi dell’operazione e dei suoi destinatari, vero e proprio bacino d’utenza di fan nella più sentimentale accezione possibile.

Quelli che perdono sono gli artisti ospiti (Emma, Baby K, Loredana Bertè in maniera più grave degli altri) del tutto sovrastati dalla forza della voce della D’Avena; nella migliore delle ipotesi, quelli più furbi si sono ritagliati uno spazio a parte, vedi JAx con Pollon, Pollon Combinaguai (ma l’autore della musica era un certo Piero Cassano). Ma non c’è partita con la D’Avena e non perché gli ospiti vogliano farla emergere: troppo ampio il divario vocale, troppo dentro il brano lei e troppo fuori gli altri.

Due sono i problemi, mastodontici, di un’operazione come questa:

il primo drammatico, è che i brani cantati da Cristina d’Avena (oggi come allora) sono brani tutto sommato minori: non sono Atlas Ufo Robot, non sono Daitarn 3, non sono Candy Candy, non sono Lupin III e l’elenco potrebbe di molto allungarsi. Duets contiene solo alcune canzoni che sono rimaste nel cuore della bim bum bam generation: esiste solo una Lady Oscar ed è quella cantata dai Cavalieri del Re. Il caso è chiuso.

Il secondo è che queste furbissime canzoncine, erano sigle, ouverture, note propedeutiche all’epifania dell’eroina o dell’eroe di turno: erano la cortese e melodica attesa, in musica, prima di potere godere delle immagini, prima di potersi immergere con la fantasia nel cartone: a volte la sigla conteneva qualche premessa della narrazione (un giorno di pioggia Andrea e Giuliano etc., oggi lo chiameremmo SPOILER). Erano il momento in cui si poteva ancora prestare ascolto alle parole di mamma e papà, perché la puntata non era ancora iniziata.

Se si toglie l’immagine susseguente, il cartone, il vero motivo per il quale si è stati davanti alla tv per anni, si scopre, ineluttabilmente, che Mila e Shiro due cuori nella pallavolo, Una spada per Lady Oscar, Che campioni Holly e Benji, Sailor Moon (solo a livello esemplificativo) non tengono il confronto – perché non hanno mai tenuto il passo – con canzoni vere ed assai più pregevoli come, per esempio, Atlas Ufo Robot (sigla finale) che funzionava anche senza immagini: vedi la cover di Alessio Caraturo del 2004.

Da questo punto di vista i non aficionados di Cristina D’Avena, quelli cioè in fissa con il cartone e non con la cantante, rimarranno profondamente delusi.

Viceversa, il dato positivo di Duets è il consolidamento, nei cuori dei suoi fan, di Cristina D’Avena e noi le vogliamo bene.

Di revival si può morire, ma a pancia piena e primi in classifica.

Voto: 4/10

                                                                                                                                                                Filippo Basile

Autore dell'articolo: Filippo Basile

Filippo Basile

Filippo Basile nasce e resiste a Catania, dividendosi tra l’amore mai sopito per la musica (ascoltata e suonata) e l’appassionata attività forense . Consapevole che la musica brutta esiste eccome, ricerca sempre quella migliore, pur sapendo che per trovare l’oro bisogna cercare tra rocce e fango.