Alex Cremonesi e la sperimentazione della psicanalisi come nuova forma di poesia [Intervista]

“La prosecuzione della poesia con altri mezzi” è il nuovo disco di Alex Cremonesi, autore musicale e letterario, noto al pubblico anche come fondatore e membro dei “La Crus”. Si tratta di un progetto elettronico, evoluto, in cui la forma canzone incontra l’arte contemporanea e si addentra nei territori della psicanalisi. L’opera vanta la collaborazione di 36 tra gli artisti più creativi della scena musicale italiana, accomunati dalla medesima volontà e attitudine nello sperimentare.

Le tracce sono state costruite utilizzando il materiale sonoro prodotto dai vari artisti, partendo dal pensiero di Joan Mirò, secondo il quale è “la materia che detta l’opera, che la impone”.

“La prosecuzione della poesia con altri mezzi” è uscito il 15 Novembre per Riff Records, distribuito da Goodfellas; è, inoltre, disponibile in streaming su Spotify.

Intervista a cura di Vincenza Avellina

Il tuo nuovo album “La prosecuzione della poesia con altri mezzi” è stato realizzato seguendo le modalità e le strutture dell’arte contemporanea. In virtù di questa caratteristica, l’intero lavoro è stato pensato per essere oggetto di performance ed installazioni nelle gallerie d’arte. Puoi parlarci più in dettaglio di questo progetto?

Per ora c’è il disco ma sto lavorando sulla possibilità di espandere il lavoro attraverso sia un’installazione che una performance che possano stare nelle gallerie d’arte. L’installazione si intitola per ora “Il silenzio non esiste” e prende le mosse dal materiale del disco. La performance sarà un modo per presentare i contenuti musicali in una maniera più creativa e intrigante che non con una normale proposta “live” dei brani. Oltretutto io sono un pessimo musicista dal punto di vista dell’esecuzione, perciò mi ricavo i miei spazi nel modo che mi è più congeniale: nella performance avrà un ruolo centrale la scrittura.

Per la realizzazione dell’album sei riuscito a coinvolgere più di trenta artisti diversi. A loro è stato richiesto di partecipare, sciolti da ogni sorta di vincolo esecutivo, contribuendo con dei campioni sonori o interpretando uno tra i cinque testi proposti. Com’è stato cercare di mettere insieme questa miscellanea di materiale artistico al fine di creare un’opera unica?

È stata una scommessa: quando ho cominciato non avevo nessuna certezza che ne sarebbe potuto venire fuori qualcosa. Ed è stato molto divertente! Ha significato creare o rinsaldare relazioni, assumere come tema centrale del lavoro l’essere‐insieme, lasciare che avvenisse un’elaborazione collettiva del senso, che scaturissero il dialogo e l’empatia.

Nella tua opera la psicanalisi rappresenta il tema centrale. Com’è nata questa idea e che legame ci può essere tra la psicanalisi e la musica?

L’idea mi è venuta da alcuni saggi di Slavoj Žižek, vedendo il modo in cui il cinema migliore è immerso nella psicanalisi. Da lì mi sono chiesto se non potesse essere lo stesso anche per i testi delle canzoni. La psicanalisi come nuova forma di poesia.

Quando ho letto il titolo dell’album, mi è venuto banalmente in mente Eugenio Montale ed il suo discorso riguardo alla possibilità della sopravvivenza della poesia nell’universo delle comunicazioni di massa. Secondo te, che ruolo può avere la poesia nella società odierna?

In realtà il titolo è una variazione della celebre frase di Karl von Clausewitz, lo statista prussiano, che aveva definito la guerra come “la prosecuzione della politica con altri mezzi”. Quando ci ho pensato mi è sembrato un titolo allo stesso tempo molto bello e anche significativo perché ha a che fare con l’aver scelto la psicanalisi come tema per i testi. Potremmo dire: la psicanalisi come nuova forma di poesia. Penso che se la poesia può avere un ruolo nella società odierna può averlo soltanto se è presente ogni giorno nella vita delle persone, non si può affrontare la poesia “una tantum” con un atteggiamento da turisti.

Domanda Nonsense: Nel brano “Orfeo”, fai riferimento all’ipotesi che Orfeo si sia volutamente voltato a guardare l’amata Euridice, perdendola per sempre. Se tu fossi stato nei suoi panni, come ti saresti comportato e perché?

Non lo so, è difficile dirlo. Ma qui non direi nemmeno che lui si volti volutamente: Orfeo è forzato dalla sua necessità di essere artista. Non riesce a purificare il proprio cuore dai desideri più profondi e si trova in balìa della verità più nascosta e inconfessabile: il suo desiderio di entrare nel mito è più forte e radicato di quello di riportare in vita la sua amata Euridice e si ritrova messo a nudo di fronte alla propria povertà esistenziale. Orfeo chiede ciò che non desidera veramente col cuore. Non riesce nemmeno a mettere a fuoco il proprio desiderio più autentico. E comunque questo testo non può essere disgiunto da quello di Euridice, dove lei dice: “So bene che mi ami e anche quanto e sono io che ti ho spinto a guardarmi, perché perdermi è l’unico modo per diventare il poeta che eri invece di invecchiare ad amarmi”. Chi dei due dice il vero? Orfeo che confessa la sua miseria o Euridice che dichiara il suo sacrificio per il bene dell’amato?

Autore dell'articolo: Vincenza Avellina

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